Addio ad Alberto Zedda, l'uomo del Belcanto

Il direttore d'orchestra aveva 89 anni. Nella sua lunga carriera ha cresciuto una generazione di cantanti iniziandoli e formandoli al canto rossiniano di cui era massimo esperto

Addio ad Alberto Zedda, l'uomo del Belcanto

Alberto Zedda

Si è spento Alberto Zedda. Il secondo grande direttore a lasciarci nel 2017 dopo l’addio di Georges Prêtre. Il primo a novantuno anni, ottantanove il secondo. Finché gli ultimi scampoli di salute hanno sostenuto il fisico minuto e scattante, Zedda ha diretto, studiato, approfondito. Ha predicato. Talvolta anche nel deserto. Ma soprattutto ha cresciuto una lunga serie di cantanti iniziandoli e formandoli al canto rossiniano di cui era massimo esperto. Si è detto tanto sulla Rossini Renaissance, sul ruolo centrale che la sua figura ha avuto nell’organizzazione del Rossini Opera Festival a Pesaro e sul suo amore totalizzante per il compositore pesarese. Con quest’ultimo condivideva l’ilarità, le piccole fissazioni e l’intelligenza fulminante. In pochi però hanno raccontato come Alberto Zedda abbia rottamato una categoria di cantanti “prime donne” preferendo cantanti – musicisti che possono non avere il talento di Pavarotti, Del Monaco o della Callas, ma si dedicano con ottimi risultati alla prassi del repertorio rossiniano. Lo studio, la scoperta e riscoperta di Rossini, viaggiavano parallelamente con l’insegnamento di un linguaggio, quello del Belcanto, nel quale si palesano difficoltà tecniche e interpretative mai più raggiunte e all’esecutore si richiede lucidità e controllo. “Il Belcanto è una questione fisica - diceva a chi lo interrogava sul tema - se non sei in forma non sai mai cosa potrebbe succedere”. 

 

Instancabile lavoratore, meticoloso, pignolo oltre ogni immaginazione. Non l’avrebbe mai detto ma gli sarebbe piaciuto morire sul podio. Nel 2013 fece uno scherzo a tutti. Dirigeva nella sua Pesaro “La donna del lago” e d’un tratto il suo gesto si bloccò pallido e rigido. Al silenzio iniziale seguirono quaranta minuti di pausa prima di rivederlo senza giacca a concludere tutta l’opera ben oltre la mezzanotte. Inarrestabile come il suo vezzo di non lavorare sempre con grandi e blasonati ensemble e nomi da copertina. “Non esistono buone o cattive orchestre ma buoni o cattivi direttori” diceva il tedesco Wilhelm Furtwängler. Una scomoda verità per i ciabattini dalla bacchetta facile. Zedda era un ottimo direttore non perché avesse un gesto plastico e spontaneo e sul podio non brillava nemmeno come comunicatore. Eppure  come pochi penetrava in ogni anfratto la partitura, la sviscerava facendone esperienza in prima persona e studiandola e scoprendola a ogni esecuzione. Come testimoniano le centinaia di giovani musicisti folgorati dal suo talento e dalla dedizione totale che continuano a lasciare messaggi anche sulla sua pagina Facebook. Uno su tutti quello del direttore Speranza Scappucci che lo ricorda al Rossini Opera Festival del 2016 presente a ciascuna replica di ogni spettacolo. Chi l’ha conosciuto è grato per i suoi insegnamenti e per quanto rischiasse con le nuove leve. Per Zedda la musica di Rossini è giovane e  l’interprete rossiniano è un giovane coautore. Il giovane interprete porta idee nuove e nuovo pubblico.

 

Così con il passare degli anni passione ed entusiasmo crescevano per il “suo Rossini” e nuove idee rinfocavano un ardore mai domo. Pochi giorni fa avrebbe dovuto dirigere La Cenerentola a Pesaro, per i duecento anni dell’opera, e subito dopo Il turco in Italia al Comunale di Bologna. Ha cancellato entrambi e chi lo conosceva aveva già capito tutto. Ora è sicuramente ospite d’onore alla tavola del grande chef Rossini, mangiano e discorrono di musica e Francia con Prêtre commensale divertito e interessato. “L’appetito è per lo stomaco ciò che l’amore è per il cuore” diceva Gioacchino. Una questione di desiderio osiamo parafrasare, come ha testimoniato tutta la vita di Alberto Zedda.   

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