Come ha fatto Miller a diventare l’erede di Davis

Le case discografiche sono impegnate al massimo per difendersi dalla crisi che per loro, com’è noto, è doppia.

Le case discografiche sono impegnate al massimo per difendersi dalla crisi che per loro, com’è noto, è doppia. Oltre alla crisi economica generale, c’è infatti la crisi del compact disc (sempre più secondario rispetto ad altri e ben più avanzati mezzi di riproduzione tecnica della musica). Spesso le case si difendono male, pubblicando e distribuendo novità o ristampe inutili e perfino dannose; ma se centrano l’edizione giusta, per qualche tempo rivivono i fasti del tempo che fu. Per limitarci alla musica afroamericana e al Belpaese, quest’anno le pubblicazioni azzeccate di spessore internazionale sono finora due, quindi poche ma molto importanti: il trittico di Marcus Miller “Tutu Revisited” della Dreyfus Jazz, due cd e un dvd, con il quale il celebre bassista e claronista offre nuove interpretazioni creative della sua collaborazione con Miles Davis; e la ristampa, a cinquant’anni giusti dalla prima edizione di tre cd in unico cofanetto, di quelli che furono i quattro sensazionali long playing del bandleader Fletcher Henderson intitolati “A Study in Frustration”, in origine della Columbia, oggi riproposti dalla Essential Jazz.

Marcus Miller può essere considerato
oggi il vero erede – forse l’unico, per ora – del messaggio musicale di Miles Davis. Miller compare nel cd davisiano “We Want Miles” (1982) che fu il segnale primo e più forte del ritorno di Davis alla musica dopo anni di salute precaria. Poi lo si ritrova in “Star People” (1983), “Tutu” (1986) e infine “Siesta” (1987) che contiene la colonna sonora del film omonimo composta da Miller, alla quale Davis partecipa. “Tutu” è colmo di episodi e di significati storici, e perciò Miller lo ha scelto per la sua rivisitazione creativa. Il titolo è il cognome di Desmond Mpilo Tutu, arcivescovo fino al 1996 di Città del capo, la capitale del Sudafrica, e premio Nobel per la Pace nel 1984. Davis celebrò l’evento con la composizione che apre il cd e gli dà il nome. Miller ha vissuto questa vicenda dall’interno e vi ha partecipato come collaboratore principale degli otto brani. Nel 2009 ha riportato “Tutu” in giro per il mondo rielaborandolo e attualizzandolo (lo scrive nella prefazione al suo box) e poi nel 2010, approfittando con dolus bonus dell’avvenimento sudafricano dell’anno, il campionato mondiale di calcio. Ma non c’è soltanto questo. Tutti i brani del box “Tutu Revisited” contengono il profumo di qualcosa di nuovo, ben chiaro nei dodici brani dei due cd e nel dvd, e ci sono almeno due giovani da seguire da vicino. Si tratta del trombettista Christian Scott che si è meritato la menzione speciale (“featuring Christian Scott”) sulla copertina e sui dischi; e del sassofonista Alex Hart, eccellente improvvisatore in grado di conciliare l’avvenire con il passato. Forse nel jazz degli Stati Uniti c’è ancora speranza.

“A Study in Frustration” comprende
le registrazioni effettuate dall’orchestra diretta da Fletcher Henderson dal 1923 al 1938 e un ricco booklet con rare fotografie in bianco e nero. Sono in tutto 74 brani, dei quali 64 erano contenuti nei quattro lp originali, cui sono stati aggiunte dieci “bonus tracks”, come si dice. Fletcher Henderson (1898-1952), pianista, arrangiatore e direttore d’orchestra come il meno noto fratello Horace più giovane di sei anni, era nato a Cuthbert, Georgia, e da adolescente era un apprezzato alunno della chimica, poi tradita per amore della musica. Meno male. L’insolito titolo del box riproduce quello dell’edizione del 1961 voluto da John Hammond, illustre critico musicale, scopritore di talenti ed estensore delle note di copertina di mezzo secolo fa. Sosteneva Hammond che l’idea e la realizzazione della vera orchestra di jazz nel suo assetto tipico e nella sua esatta distribuzione sezionale, nonché il lancio di un numero incredibile di virtuosi dei vari strumenti attraverso una capacità di ricognizione e di selezione rimasta insuperata, sono di Henderson prima che di ogni altro (anche di Duke Ellington). A ciò si aggiunga che proprio la diaspora di questi virtuosi fu la causa della fine della Henderson Band, e che la gloria e le vendite astronomiche andarono ad altri (soprattutto a Benny Goodman). Henderson invece fu dimenticato due volte: prima della pubblicazione dei quattro lp e nei lunghi anni, prima di questa ristampa attesissima dagli esperti, in cui gli lp divennero introvabili. Ce n’è d’avanzo per concludere che Henderson è stato un frustrato. Hammond conclude la sue note in modo tranciante: “No question about it: he was frustrated”.

Fletcher era un pianista mediocre – lo si ascolti specialmente in “Stealin’ Apples” – ma ciò non ha alcuna importanza. Grandi invece erano la potenza dell’orchestra, la bravura dei solisti, l’equilibrio fra le parti d’assieme e gli assoli. La lunghezza dei brani non supera quasi mai, e comunque di pochi secondi, i tre minuti imposti dal vecchio disco a 78 giri da 25 centimetri per i cosiddetti “race records”, i dischi per la razza nera. Ma la musica è sempre stupenda e non di rado c’è il capolavoro. Almeno uno va citato perché è singolare. Si tratta di “Singin’ the Blues” (1931), solista di cornetta Rex Stewart, che riproduce in modo magistrale, con un lavoro interpretativo di tipo classico, il famoso brano omonimo suonato quattro anni prima da Bix Beiderbecke. Ascoltare (o riascoltare) per credere.

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