Il fascino intatto di Miles Davis vent’anni dopo è in una nota lunga

Nello scorso febbraio informavo i lettori che il 2011 veniva proclamato “anno davisiano”.

Nello scorso febbraio informavo i lettori che il 2011 veniva proclamato “anno davisiano” (il prossimo 28 settembre ricorre il ventennale della scomparsa del divino trombettista, compositore e bandleader Miles Davis). Da allora a oggi ho ricevuto in vario modo rimproveri, proprio dai giovani, che vogliono saperne di più sull’uomo e sul suo mito. Come succede spesso ai grandi il maestro era molto amato e molto odiato, tanto è vero che alla costernazione per la sua morte fecero da contrappunto commenti irosi e risentiti da parte di coloro che non gli avevano mai perdonato la sua svolta “elettrica” verso il rock del 1969. Sostenevano inoltre i detrattori che nel suo decennio estremo, dal 1981 al 1991, aveva tenuto troppi concerti in tutto il mondo senza proporre nulla di nuovo. E che dopo un periodo di stretto autocontrollo, seguìto a cinque anni (1975-1980) di forzato silenzio per malanni vari, aveva ripreso a trascurare la sua salute. Correva dietro alle macchine di lusso, alle donne, agli abbigliamenti più folli e costosi. E stravagante, secondo i puristi, era stata l’idea di suonare in un disco di Zucchero, e altri progetti consimili. Chissà se questi rimproveri gli erano stati riferiti, sfidando il suo carattere poco conciliante. Ma chi lo conosceva bene, sapeva che dopo i cinque anni di silenzio Miles era cambiato, o meglio, aveva lasciato filtrare il “vero” Miles. Per un singolare paradosso, il Davis degli ultimi anni che sovente sorrideva, salutava, scendeva fra gli spettatori, concedeva colloqui perfino a giornalisti improvvisati che gli rivolgevano domande cretine, piaceva di meno a les bourgeois. Miles doveva essere insolente, provocatore, scortese, truce, indisponente, cinico, superbo, odioso, arrogante. L’ombra di un sorriso nel bel volto nero doveva essere un avvenimento eccezionale. Per questo uno dei suoi vecchi lp si intitola “Miles Smiles”, Miles sorride, per sottolineare la rarità dell’evento. Per un quarto di secolo critici di chiara fama lo hanno implorato di lasciarsi intervistare, ricevendo quasi sempre in risposta un’alzata di spalle o un grugnito che la sua voce rauca rendeva quasi sinistro. Eppure il mito di Davis si alimentava di queste cose, della sua eleganza, dei gesti alteri e dell’essere rimasto per quarant’anni all’avanguardia del jazz, fino a incarnare l’eterna giovinezza. Nato ad Alton, Illinois, il 25 maggio 1926, Miles era di estrazione agiata: il padre era proprietario terriero e dentista. Favorì il figlio nella sua straordinaria disposizione per la musica fino a quando, a New York, Miles incontrò nel 1945 Charlie Parker e suonò e incise con lui. Con il senno del poi, l’ascolto di Davis diciannovenne non desta un’impressione particolare. La sonorità è meno squillante di quella di un Dizzy Gillespie o di un Fats Navarro, il fraseggio gravita intorno al registro medio ed è a tratti leggermente falloso. Parker si tiene appresso il giovane perché ne intuisce le doti e il feeling interpretativo-creativo fenomenale in relazione all’età. E quel suono pacato e interiore allude già al superamento delle asprezze del primo jazz moderno. Infatti Davis, fra il 1949 il 1950, con Gil Evans e Gerry Mulligan, licenzia dodici stupende registrazioni discografiche a proprio nome che passano alla storia del jazz fra le opere-manifesto della breve ma intensa stagione del “cool jazz”. Ma soprattutto si impone, già meravigliosamente matura, la sonorità magica e arcana dello strumento di Davis, al fondo della quale si specchia una desolata condizione di solitudine umana. E’ qui il nocciolo del suo fascino che passa inalterato attraverso le mutazioni stilistiche del jazz: a volte gli basta una nota lunga, una sola, per creare un clima saturo di tensione e di emozioni. E’ qui l’inizio della sua gloria.

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