Il corpo e l’anima di Michel Petrucciani

Il film “Michel Petrucciani - Body & Soul” di Michael Radford (nel 1994 era stato il regista di “Il Postino”) è una specie di cartolina precetto per i cultori del jazz, assai più che per quelli del cinema. Mettiamo pure nel conto la curiosità (sbagliata) di chi voleva vedere chi avrebbe recitato il ruolo di Petrucciani, cioè di un uomo alto un metro e due centimetri. Ma non c’è nulla di tutto questo, perché non si tratta di un film, bensì di un documentario molto bello.

Il film “Michel Petrucciani - Body & Soul” di Michael Radford (nel 1994 era stato il regista di “Il Postino”) è una specie di cartolina precetto per i cultori del jazz, assai più che per quelli del cinema. Mettiamo pure nel conto la curiosità (sbagliata) di chi voleva vedere chi avrebbe recitato il ruolo di Petrucciani, cioè di un uomo alto un metro e due centimetri. Ma non c’è nulla di tutto questo, perché non si tratta di un film, bensì di un documentario molto bello, presente fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, che è stato realizzato con materiali di archivio e testimonianze di parenti e di amici sul Petrucciani autentico: per cui lo vediamo suonare, viaggiare, parlare, amare, sfinirsi per il jazz, lui così fragile (fino a 220 concerti all’anno) e infine morirne a 36 anni appena compiuti (nasce a Orange il 28 dicembre 1962 da una famiglia franco-italiana, muore a New York di polmonite il 6 gennaio 1999). Nel film tutti parlano la propria lingua madre con sottotitoli in italiano a volte incauti (succede che siano in bianco su colori chiari e quindi illeggibili).

E’ molto indovinato il titolo. Quel “Body & Soul”, mutuato dal gettonatissimo tema di Johnny Green, sintetizza il significato della vita del piccolo grande pianista: lo spirito che domina la materia, la lotta vittoriosa di Petrouche (così i francesi lo chiamavano affettuosamente) contro la sua terribile malattia, l’osteogenesi imperfetta che gli era causa di fratture per urti anche lievi e che gli impedì di crescere oltre il metro di altezza. Fu la musica – il jazz, subito prescelto per l’influenza del padre Antoine, chitarrista a livello semiprofessionale, e dei fratelli Louis contrabbassista e Philippe anch’egli chitarrista – a dare un senso, e quale senso, alla sua vita: con lo studio quotidiano del pianoforte oltre i limiti dell’umano, nove-dieci ore al giorno fin dall’infanzia seguite da autoregistrazioni e da ascolti critici. Si dotò in questo modo di una tecnica straordinaria e di suono e di tocco particolari e riconoscibili, certo non lontani dal modello di Bill Evans, ma originali.

Eppure sarebbe stato utile e giusto che il documentario di Radford avesse accennato, magari con una voce fuori campo, all’ovvia diffidenza iniziale dei francesi verso quel pianista che si doveva slanciare a destra e a sinistra per suonare le note alte e basse, e che arrivava ai pedali per mezzo di un insolito marchingegno. Era difficile pronosticargli il successo enorme che ebbe poi quando, diventato ricco, potè permettersi un pianoforte gran coda a sua misura e portarselo in giro per il mondo.

Non darei importanza eccessiva alle donne della vita di Petrouche, da lui sposate o meno sebbene il regista deleghi a loro buona parte del compito di raccontarcelo. Sono interessanti per il pubblico, indotto a immaginare cinque belle donne che si occupano del piccolo uomo – qualcuna scende in particolari – ma non altrettanto per Petrouche, almeno secondo chi lo abbia ben conosciuto per motivi professionali. Due gli diedero un figlio, il primo normale, ma Petrouche ne volle un altro che nacque affetto dall’osteogenesi.

Fra gli italiani, lo ricordano bene gli spettatori del Festival di Sant’Anna Arresi del 1998: un bimbo minuscolo che arrancava con le grucce come suo padre, il quale per molto tempo non potè camminare e spesso fu portato in braccio anche sul palcoscenico. Il nucleo portante del film sono le testimonianze e le immagini degli episodi fondamentali. Il primo concerto pubblico a dodici anni con la formazione di famiglia. L’ammirazione del famoso trombettista Clark Terry (1978) che lo vuole con sé. L’amicizia, la protezione, la collaborazione affettuosa del batterista Aldo Romano con cui nel 1980 incide “Flash”, il primo disco di una serie interminabile. Il viaggio in California nel 1982 dove conosce il sassofonista Charles Lloyd, ritiratosi dalla musica per una crisi mistica, che dopo averlo ascoltato torna a suonare e riunisce un quartetto con Petrucciani che viene in tour anche in Italia. I dischi per etichette minori, poi i singoli e i box per Blue Note e Dreyfus.

Gli innumerevoli concerti in gruppo e da solo, restituiti con primi piani delle sue mani vorticose, fino al grande bagno di folla per il Congresso eucaristico di Bologna del 1997 alla presenza di Papa Giovanni Paolo II. I vari Dvd, in primis “Power of Three” da lui prediletto con Jim Hall chitarra e Wayne Shorter sassofoni, catturato al Montreux Jazz Festival 1986 e due film, rispettivamente in trio e da solo, di Roger Willemsen e di Frank Cassenti. Infine, sebbene il film non ne faccia cenno, Sant’Anna Arresi Jazz 1998. Lì si era capito, per il superlavoro e la stanchezza di Petrucciani, nei suoi ultimi anni innamorato più che mai di Duke Ellington, che il capolinea era vicino. Non è una memoria fondata sul senno del poi.

Leggi La recensione di Mariarosa Mancuso - Leggi La musica di Petrucciani e un film da vedere dal blog Cambi di stagione

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