Cosa insegnano agli amanti del Jazz gli ottanta anni di Jamal

Fra i maestri del jazz entrati da poco nel club degli ottantenni spicca il pianista Ahmad Jamal. Vi è entrato in piena forma, favorito dallo strumento che suona, meno logorante degli attrezzi a fiato e della batteria che richiede una ginnastica continua e spesso violenta.

Fra i maestri del jazz entrati da poco nel club degli ottantenni spicca il pianista Ahmad Jamal. Vi è entrato in piena forma, favorito dallo strumento che suona, meno logorante degli attrezzi a fiato e della batteria che richiede una ginnastica continua e spesso violenta. Jamal si chiama per l’anagrafe Frederick Russell Jones, ma ha cambiato nome quando, nel 1952, si è convertito all’islamismo aderendo al movimento culturale e religioso dei mussulmani neri d’America (black muslims) che in realtà aveva innanzittutto un significato politico quando la segregazione razziale, negli Stati Uniti, era un problema drammatico. In altre parole, si trattava di un’organizzazione di mutua solidarietà. Jamal però non ama parlarne: ed è cosa strana, perché mentre altri musicisti e personalità di rilievo usavano entrambi i nomi – si ricordi per tutti il grande batterista Art Blakey alias Abdullah Ibn Buhaina – lui ha fatto dimenticare di proposito quello che gli avevano dato i genitori. Chissà, forse è un fatto caratteriale: basti citare il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim che si arrabbia se qualcuno lo chiama Dollar Brand, il nome a cui ha risposto fino al 1980.

Anche l’itinerario artistico di Jamal, se si pensa alle opinioni del pubblico e degli esperti, ha un andamento insolito. Apprezzato in giovinezza dai comuni ascoltatori e pressoché ignorato dalla critica, oggi si trova in una situazione quasi opposta. Sono soprattutto i critici ad averne vivissima stima, al punto da coniare frasi come “il pianista con due mani destre” e simili. Forse non è estranea a questi fatti una ricorrente discontinuità di Jamal, a volte non all’altezza della sua fama nei concerti che lo hanno portato dovunque nel mondo, altre volte invece straordinario. Proprio per questi motivi pare oggi opportuna una breve rilettura dei pochi e lontani momenti fondamentali – talvolta non abbastanza considerati – dei suoi 64 anni trascorsi in pubblico davanti alle tastiere.

Jamal nasce il 2 luglio 1930 a Pittsburgh, Pennsylvania, una città dove hanno visto la luce altri importanti musicisti di jazz. Studia fin da bambino il pianoforte con insegnanti privati, e ciò lo avvantaggia in un’epoca in cui gli autodidatti e i solisti che imparano uno strumento ascoltando gli altri sono ancora numerosi nella musica afro-americana. Nel 1947 il giovanissimo pianista può già esordire con orchestre minori e come accompagnatore di cantanti; e quando compie vent’anni riunisce il suo primo trio. Si chiama Three Strings: con lui ci sono Eddie Calhoun contrabbasso e Ray Crawford chitarra. Il format lo interessa: può osservare alcuni modelli illustri con gli stessi strumenti, fra i quali il King Cole Trio (1937) e il trio del sommo pianista Art Tatum (1944), sempre ammirato e amato da Jamal con un mix di timore reverenziale. I Three Strings dall’autunno 1951 riescono più volte a incidere alcuni dischi difficilmente reperibili, ma nel 1956 accade il fatto storico: il trio allinea pianoforte, contrabbasso e batteria, quello che oggi chiamiamo “il classico trio jazz”, oppure il trio jazz senza altri aggettivi.

I collaboratori di Jamal sono Israel Crosby, contrabbassista che nel 1935, a sedici anni, aveva tramandato con il gruppo del batterista Gene Krupa il primo vero assolo di contrabbasso registrato della storia del jazz, e Walter Perkins batteria poi sostituito da Vernell Fournier. Con Fournier questo trio diventa stabile dal 1958 al 1962, e sarà poi fino ai nostri giorni la formazione prediletta di Jamal. Ma c’è dell’altro: il trio 1958-1962 si può agevolmente ascoltare in almeno tre cd, e chi abbia buone orecchie nota subito un fatto essenziale. Non si tratta di un pianoforte con accompagnamento di contrabbasso e batteria, come altri trii coevi apparsi qua e là, ma di tre strumenti che suonano su un piano di parità, quasi gareggiando fra loro. E’ quel sistema che oggi chiamiamo interplay, fatto proprio immediatamente dal genio di Bill Evans e poi da Paul Bley e da Keith Jarrett, per citare soltanto i pianisti più illustri, e poi ancora da tutti i trii jazz noti e meno noti del pianeta.

A questo punto diamo un’occhiata a una buona discografia di Jamal, fitta di lp e di cd fino agli anni Novanta e un po’ meno in seguito (il maestro preferisce oggi l’atmosfera dei concerti che lo sollecita di più a improvvisare). Un’analisi sommaria è sufficiente per accorgersi che compare soltanto un album di pianoforte solo, mentre altre esecuzioni solitarie (rare) sono disseminate nei cd in trio o in gruppo. Ne ha spiegato lui stesso il motivo dopo un trionfale concerto al Festival 2005 di Fano con il più stabile dei suoi trii (James Cammack contrabbasso e Idris Muhammad batteria): “Confesso che mi spaventa la possibilità di un confronto con Art Tatum. Nessuno, nel jazz, ha mai più suonato il pianoforte solo come Tatum. Inoltre anch’io, come lui, suono pochi temi sempreverdi e poche composizioni mie. Ho cioè un repertorio limitato che mi obbliga a improvvisazioni sempre diverse. E sarebbe un altro termine di confronto”. Questa breve rilettura di Jamal si può fermare su questo bell’esempio di modestia e di onestà. Non senza aggiungere che il pianista di Pittsburgh era il virtuoso che Miles Davis preferiva.

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