Oscar, il pianista a cui bastava una mano sola per essere il migliore

Da tre anni il mondo del jazz è privo del sommo pianista canadese Oscar Peterson, scomparso a Toronto l’antivigilia di Natale del 2007. Aveva 82 anni. E’ il momento giusto per parlarne a bocce (quasi) ferme.

Da tre anni il mondo del jazz è privo del sommo pianista canadese Oscar Peterson, scomparso a Toronto l’antivigilia di Natale del 2007. Aveva 82 anni. E’ il momento giusto per parlarne a bocce (quasi) ferme. Il giudizio degli appassionati e degli esperti su di lui, perfino nelle fasi più brillanti della sua carriera ultrasessantennale, non era stato concorde. Peterson non aveva mai influito sulle svolte frequenti del linguaggio del jazz. Era “soltanto” un magnifico virtuoso, capace di trasformare qualsiasi canovaccio musicale in un’opera originale tutta sua, sia che suonasse da solo, in trio o con gruppi più o meno numerosi. E al virtuoso puro gli appassionati e gli esperti, talvolta dilettanti, non erano preparati. Pochi erano disposti a credere che Peterson, da giovane, fosse un atleta che poteva, approfittando della statura altissima, schiacciare la palla nel canestro alzandosi appena sulle punte dei piedi.
Negli ultimi anni era diventato enorme, pachidermico e si muoveva a fatica. Dei vecchi tempi gli erano rimasti gli occhi buoni che tradivano l’insicurezza interiore, la facilità alle depressioni, e fino al 1993 le mani grandi e agilissime, capaci di coprire tredici tasti del pianoforte. Nel maggio di quell’anno un ictus, dal quale non si riprese mai del tutto, gli offese la mano sinistra, riducendola a un semplice appoggio per qualche nota o accordo. Ma a Peterson bastava una mano sola per surclassare tanti colleghi. Ciò malgrado, la musica non era stata per lui un dono di natura. Fu il risultato di uno studio tenace del pianoforte classico per molte ore al giorno, al quale si costrinse cominciando fin dall’infanzia, spinto da una pulsione interna che non seppe mai spiegarsi. A 14 anni (quindi nel 1939: Oscar Emmanuel Peterson nasce a Montreal il 15 agosto 1925) ha il primo importante incontro musicale della sua vita con il pianista Art Tatum: “E’ il mio maestro e amico – ha sempre ripetuto –, la persona più stupenda che io abbia conosciuto, il pianista migliore dell’intero arco storico del jazz”. E’ un giudizio che si può tuttora condividere. Sapeva di continuare il messaggio stilistico di Tatum e ne era orgoglioso. Si riteneva un pianista tradizionale, sebbene si fosse affacciato alla ribalta con il jazz moderno nella seconda metà degli anni Quaranta. In realtà, Peterson era al di fuori e al di sopra delle mutazioni degli stili. Gli piaceva che il contenuto emozionale si coniugasse con la preparazione formale, con il bel suono, le forme giuste e le proporzioni definite. Per conseguenza non amava colleghi pure eccellenti quali Thelonious Monk e Cecil Taylor. Il secondo incontro fondamentale di Peterson è con Norman Granz, il principe degli impresari di jazz scomparso nel 2001, che lo scopre per caso nel 1949 ascoltandolo dalla radio di bordo di un taxi. Da quel momento la carriera e la fama del pianista sono assicurate. Il rovescio della medaglia sarà una dipendenza permanente da Granz, personaggio autoritario malgrado l’apparente cortesia, che legando a doppio filo il magico virtuoso alle proprie iniziative concertistiche e discografiche compenserà in parte la sua insicurezza. La prima scrittura di Peterson è con il gruppo viaggiante del Jazz at the Philharmonic gestito direttamente da Granz; poi il pianista riunisce un trio con Barney Kessel chitarra e Ray Brown contrabbasso. Suona fra gli altri con Ella Fitzgerald, Charlie Parker, Lester Young, Billie Holiday, Dizzy Gillespie, Count Basie, Lionel Hampton, Sarah Vaughan. I dischi a suo nome diventano innumerevoli e i concerti si estendono a tutto il mondo. La sua formazione preferita è il trio con il contrabbasso e la batteria, o il quartetto se c’è una chitarra, ma tiene anche concerti trionfali di pianoforte solo. Accanto a Peterson, per lunghi anni, si trovano soprattutto l’impeccabile contrabbassista danese Niels Pedersen, incontrato per la prima volta nel 1972, e il chitarrista Joe Pass che la morte gli toglie nel 1994, mentre cambiano spesso i batteristi. Dopo il malanno del 1993 la collaborazione di Pedersen diventa essenziale per il pianista: il suono e il ritmo del contrabbasso quasi compensano le carenze della mano sinistra. Nel 1997 si aggiunge al gruppo il chitarrista svedese Ulf Wakenius, Peterson si sottopone a continue cure e sembra che il peggio sia passato. Ma la cattiva sorte è ancora in agguato. Nel 2003 qualcosa si guasta nell’equilibrio psicofisico di Pedersen, uomo e padre di famiglia esemplare, e il pianista deve rinunciare al suo alter ego che si spegne nel maggio 2005. Due mesi dopo Peterson, per la prima e l’ultima volta, è osannato all’Umbria Jazz dove suona con Wakenius, Dave Young contrabbasso e Jeff Hamilton batteria. Ai cinquemila spettatori allibiti si presenta in carrozzella. Ma suonava ancora bene e non cessava di frequentare le sale di registrazione.           

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