Il grande ritorno di Ibrahim, il pianista che muove le dita di Allah

E’ imminente il ritorno in Europa del pianista e compositore sudafricano Abdullah Ibrahim con il sestetto Ekaya. Molti si aspettavano di leggere il suo nome nel programma del festival Umbria Jazz Winter (Orvieto, 29 dicembre 2010 – 2 gennaio 2011) ma non c’è.

E’ imminente il ritorno in Europa del pianista e compositore sudafricano Abdullah Ibrahim con il sestetto Ekaya. Molti si aspettavano di leggere il suo nome nel programma del festival Umbria Jazz Winter (Orvieto, 29 dicembre 2010 – 2 gennaio 2011) ma non c’è. Ibrahim ha difficoltà ad approdare nel cuore del Belpaese: la sua musica è oggetto di secchi rifiuti oppure di grande ammirazione. Una via di mezzo non c’è. La prima data italiana sicura è a Milano, il 30 gennaio al Teatro Manzoni. Per Ekaya suonano Andrae Murchison trombone, Cleave Guyton sax alto e flauto, Keith Loftis sax tenore, Jason Marshall sax baritono, Belden Bullock contrabbasso e George Gray batteria. Eppure, fra i lodatori più accesi di Ibrahim, non manca chi si dispiace che il pianista non faccia tournée più spesso da solo, perché è in solitudine che dà il meglio. Ibrahim, 76 anni portati bene, è nato a Città del Capo: sa suonare altri strumenti oltre al pianoforte, ma in modo poco più che amatoriale. Si fa apprezzare anche come cantante. Ha una voce a mezzo fra il tenore e il baritono, con toni intenzionali di preghiera, e lo si può ascoltare nella sua copiosa produzione discografica. In Italia vanta appassionati di lungo corso, fin da quando si presentava con il suo vero nome, Adolphe Johannes Brand, poi diventato Dollar Brand per il soprannome che gli venne dato quando prese l’abitudine, nei club, di esigere un dollaro per suonare qualunque tema di jazz richiesto. Alla fine degli anni settanta si è convertito all’islamismo e il nuovo nome se l’è scelto lui. Chi ha avuto il privilegio di trovarsi fra il pubblico della Berliner Philharmonie la volta che Brand incontrò l’indimenticabile cantante Miriam Makeba “Mama Afrika”, sudafricana come lui e sua coetanea, e insieme intonarono il loro canto popolare Tula Dubula, non l’ha più scordato. Ibrahim vuole sempre che siano ricordate le sofferenze sue e di sua moglie, la cantante Sathima Bea Benjamin, durante il fosco periodo dell’apartheid in Sudafrica che li costrinse a trascorrere lunghi periodi di esilio a New York e nel Senegal. E’ molto devoto alla memoria di Duke Ellington che incontrò a Zurigo nel 1963. Il maestro fu talmente impressionato dal giovane virtuoso della tastiera, da organizzare per lui una seduta di registrazione con la propria firma. L’album “Duke Ellington presents the Dollar Brand Trio” fece subito decollare il pianista. E Duke spinse la propria ammirazione fino a farlo sedere al proprio posto nella Ellington Orchestra. Si sostiene che Abdullah, da giovane, abbia mutuato alcuni elementi del proprio stile pianistico dal grande Thelonious Monk, ma invero la sua caratteristica è l’originalità. Ha tecnica e tocco perfetti e un suono suggestivo, ispirato a una sorta di romanticismo extraeuropeo. “Le piace Fryderyk Chopin, maestro?” gli chiedo al telefono. “Sì, molto, capisco cosa vuole dire: che certe volte i miei brani somigliano alle opere brevi per pianoforte di Chopin. Ma quando studiavo da ragazzo a Capetown non sapevo nemmeno chi fosse. Per favore, scriva che vengo sempre volentieri a Milano. C’è un ottimo pubblico che ti segue e non ostacola il flusso della musica con gli applausi”. Qualche anno fa, a Imola, Abdullah tenne un recital solistico come introduzione al concerto di un gruppo funk scritturato per i giovani. Alla fine molti ragazzi, fra la sorpresa generale, se ne andarono. Dissero che dopo una musica così bella avevano bisogno di silenzio. “Non ricordo” risponde Abdullah “ma mi fa piacere. Forse avevano intuito che la mia musica è preghiera. Quando siedo al pianoforte divento uno strumento di Allah: è lui che muove le mie mani”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi