Così il grande Dave Brubeck trasformò la musica jazz in cool jazz

Lunedì 6 dicembre un celebre pianista americano, compositore, direttore e padre di tre notevoli figli musici compie novant’anni: è Dave Brubeck. Tutto il mondo del jazz e non solo si appresta alla ricorrenza.

Lunedì 6 dicembre un celebre pianista americano, compositore, direttore e padre di tre notevoli figli musici compie novant’anni: è Dave Brubeck. Tutto il mondo del jazz e non solo si appresta alla ricorrenza. La Sony Music lancia sul mercato un doppio cd che contiene 21 brani scelti fra i migliori (non sempre) di Brubeck. Fra loro c’è l’immancabile Take Five, contenuto all’origine nel lp Time Out del 1959 che per merito di quel brano – scritto dal non dimenticato sassofonista Paul Desmond, non da Brubeck – vendette più di un milione di copie, primo album di jazz in ordine di tempo a toccare questo vertice. Brubeck arriva nel club dei novantenni in buona forma. Dimostra alcuni anni di meno e suona ancora bene. I suoi capelli sono tutti bianchi, ma dice “meglio bianchi che non averli più”. Proprio vent’anni fa ha superato un periodo difficile: sembrava stanco e convinto che la sua grande stagione fosse finita. Poi si è ripreso. David Warren Brubeck nasce a Concord, in California, il 6 dicembre 1920. La madre è pianista, ma la figura dominante della famiglia è il padre, ricco amministratore di un’azienda zootecnica. Dave è destinato a succedergli, e infatti è quasi obbligato a studiare veterinaria. La musica è un hobby, iniziato a quattro anni con lo studio del pianoforte e del violoncello. E’ durante il periodo del college che decide di lasciar perdere i campi, iscrivendosi prima ai corsi musicali del College of Pacific e poi al Mills College di Oakland dove il compositore Darius Milhaud insegna teoria e composizione. Diventa uno dei suoi allievi più attenti e non viene affatto danneggiato da una crescente passione per il jazz, alla quale lo stesso Milhaud non è estraneo. Si accosta tuttavia alla musica afro-americana dall’esterno, con la mentalità del musicista colto e un tantino altezzoso, malgrado il rifiuto opposto dal direttore d’orchestra Stan Kenton all’offerta delle sue prime composizioni. Nel 1946, insieme a Dave van Kriedt sassofonista arrangiatore e ad altri alunni di Milhaud, fonda un ottetto sperimentale e nel 1948 riesce a portarlo in sala di registrazione a San Francisco. E’ il momento in cui i musicisti del jazz moderno, dopo l’esplosione nel 1945 del cosiddetto “bebop”, cercano di mettere ordine in quei suoni coraggiosi ma difficili per il pubblico. In varie zone degli Stati Uniti, seguendo l’esempio di Lennie Tristano, numerosi musicisti di valore come Gene Roland, Jimmy Giuffre e Gil Evans stanno approdando a risultati fra loro simili, smorzando le tinte forti del bebop e offrendo un vocabolario sommesso e ricercato. E’ il cool jazz (meglio cool bop secondo la felice definizione di Leonard Bernstein): e Brubeck, forse più per merito di van Kriedt che proprio, vi si inserisce con grande autorità. Opere come Prelude e Fugue On Bop Themes ricevono lodi unanimi, la prima per un’inedita solennità religiosa; la seconda per la splendida traduzione nel linguaggio del jazz del contrappunto e della fuga. Ma tutta la produzione dell’ottetto (e di un successivo, effimero trio) è di singolare interesse per le incursioni nel terreno poliritmico e politonale, fino a quel momento quasi sempre evitato dalla musica afro-americana. Purtroppo, però, molti musicisti di jazz debuttano con coraggio, curiosità, senso dell’avventura e poi scivolano nella routine, tuttavia trovando spesso una formula di sicuro effetto sulla platea. Di questo fenomeno Brubeck è un esempio tipico, per cui pressappoco dal 1951 provoca una frattura fra milioni di appassionati che continuano ad adorarlo, e la critica internazionale che gli riserva non di rado recensioni severe. Tutto comincia, nell’anno citato, con la riunione del quartetto: al classico trio pianoforte-contrabbasso-batteria si aggiunge il suono flautato del sax alto di Paul Desmond. In breve Dave Brubeck Quartet diventa un caso atipico nel jazz, perché riesce a proporre una ricetta che tiene l’ascoltatore in bilico fra una impetuosa seduta d’improvvisazione e una rigorosa esibizione concertistica. Il successo è enorme: Time dedica a Brubeck una copertina. Sono le università e i college americani, nei quali Brubeck riesce a tenere concerti continuamente ripetuti, a decretargli una popolarità priva di precedenti nel jazz. E peraltro il vero Brubeck, che gli esperti hanno consegnato da tempo alla storia del jazz, è quell’altro: quello dell’ottetto che i jazzofili un po’ maniaci del Dopoguerra (“così eravamo noi”, canta Paolo Conte) ascoltavano ogni sera fino a consumare i solchi del disco.

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