Così Bernstein rivoluzionò per sempre la direzione dei concerti dal podio

A conti fatti, pochi saggi e articoli si sono ricordati del ventennale della scomparsa di Leonard Bernstein, direttore d’orchestra, compositore, pianista e didatta nato a Lawrence, Massachusetts, il 25 agosto 1918 e morto a New York il 15 ottobre 1990.

A conti fatti, pochi saggi e articoli si sono ricordati del ventennale della scomparsa di Leonard Bernstein, direttore d’orchestra, compositore, pianista e didatta nato a Lawrence, Massachusetts, il 25 agosto 1918 e morto a New York il 15 ottobre 1990 (invece il teatro e l’orchestra dell’Opera di Roma diretta da Wayne Marshall hanno dedicato una bella serata, molto applaudita, alla sua musica). Forse era sbagliato prevedere commemorazioni e tentativi di approfondimenti. E’ chiaro che non è possibile scrivere su carta e on line di ogni ricorrenza di questo tipo, ma Bernstein meritava qualcosa di più. Almeno, per dire il minimo, qualche pezzo di colore per il suo curioso e insolito comportamento sul podio direttoriale.
Oggi c’è Valery Gergiev che si distingue dagli altri. Non usa quasi mai la bacchetta e si fa preferire quando non la usa, perché allora muove le dita della mano destra in un modo tutto speciale, per cui sembra che i suoni abbiano origine da quelle dita e l’effetto è bellissimo. Bernstein invece esprimeva la sua partecipazione ai suoni con tutto il corpo (uno dei suoi libri si intitola “Joy of Music”) e si agitava mentre dirigeva, saltellando, perfino scendendo dal podio nei momenti più intensi per poi subito ritornarvi. Non a caso lo chiamavano “leaping Lenny”.
Era comunque un direttore assai preciso e diligente, come testimonia questa sua dichiarazione a proposito della sua preparazione a un concerto imperniato sulla “Nona sinfonia” di Ludwig van Beethoven: “Cominciai a rileggere la Nona credo per la cinquantesima volta nella mia vita, dicendo a me stesso che le avrei dedicato un’ora al massimo, giusto il tempo per rinfrescarmi la memoria. Ma avevo fatto male i miei conti. Dopo mezz’ora ero ancora fermo alla seconda pagina, e dopo quattro ore mi lambiccavo il cervello sull’Adagio perché ci trovavo un’infinità di cose nuove. Era come se non l’avessi mai vista prima, quella partitura. Naturalmente ricordavo tutte le note, le idee, la struttura. Ma c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. E non appena trovi una cosa nuova, ecco che tutte le altre ti appaiono sotto una luce diversa, perché la novità altera la relazione con il resto”.
La sua discografia di direttore è molto ampia, anche senza contare i cd che riguardano le sue composizioni, e molti lo preferiscono – quorum ego, modestamente – come interprete impeccabile delle ardue sinfonie di Gustav Mahler. Ma questa occasione è opportuna per citare, nella collezione Sony dei dischi di Bernstein, il suo “What Is Jazz” realizzato negli anni Cinquanta come didatta.
Il maestro, naturalmente, ha potuto fruire della collaborazione di personaggi e di orchestre inavvicinabili per altri; e tuttavia più di ogni altra cosa contano le sue spiegazioni su che cosa sia il jazz, appunto: le sue parole, la sua competenza, i suoi esempi musicali (stupendo per la lapidaria chiarezza è quello sulle “blue notes”). E’ un cd obbligatorio per i cultori della musica d’oggi, e si può acquistare anche separatamente dagli altri.
A proposito di Gustav Mahler, ci troviamo nel mezzo di un biennio celebrativo: 150 anni dalla nascita nel 2010, 100 dalla morte nel 2011. Sul grande compositore e direttore austriaco, ma boemo di nascita, non mancano di certo i lavori degli esperti – si pensi per l’Italia a Quirino Principe – e fioriscono le iniziative concertistiche. Per quanto mi riguarda, ho il privilegio di avere a portata di autobus l’orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi che ha sede operativa nel locale Auditorium, e quindi riferisco del suo cartellone in pieno svolgimento. LaVerdi, come viene comunemente chiamata, è attiva dal 1993 e tiene concerti nell’Auditorium dal 1999, quando lo inaugurò, vedi caso, con la sinfonia n.2 di Mahler detta “Resurrezione” per la direzione di Riccardo Chailly.
In tutti questi anni, specialmente da quando ha la sua bella sede stabile, LaVerdi è riuscita nella difficile impresa di formare un pubblico consapevole, altrimenti non si sarebbe impegnata in questo biennio nell’impresa di prevedere tutte le temibili Sinfonie di Mahler, salvo l’Ottava per l’impossibilità di dare spazio alla legione di esecutori che richiede. Si noti che i concerti hanno luogo ogni settimana il giovedì, con repliche il venerdì e la domenica. Ma andiamo con ordine. La stagione 2010/2011 è iniziata con un concerto straordinario al Teatro alla Scala: in programma la Nona Sinfonia di Beethoven, premiata da un successo clamoroso specie per la direttrice Xian Zhang. Dopo due concerti all’Auditorium (superba un’interpretazione del Concerto n.3 per pianoforte e orchestra di Sergej Rachmaninov del pianista Roberto Cominati) è cominciato il decollo delle sinfonie mahleriane: nell’ordine, la terza, la quarta, la sesta, la seconda e la settima, finora la più applaudita. E si prosegue, con il pubblico sempre folto e attento.

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