Glorie e burrasche nell’avventura musicale e umana di Riccardo Muti

A breve distanza l’uno dall’altro, sono apparsi due libri il cui protagonista è Riccardo Muti. Il primo s’intitola “Riccardo Muti al Teatro Comunale di Firenze (1968-1982)” a cura di Giulia Perni e di Adriana, Silvia e Rodolfo Giuntini per le edizioni Ets di Pisa. Il secondo è l’autobiografia del Maestro per Rizzoli, “Prima la musica, poi le parole”.

A breve distanza l’uno dall’altro, sono apparsi due libri il cui protagonista è Riccardo Muti. Il primo s’intitola “Riccardo Muti al Teatro Comunale di Firenze (1968-1982)” a cura di Giulia Perni e di Adriana, Silvia e Rodolfo Giuntini per le edizioni Ets di Pisa. Il secondo è l’autobiografia del Maestro per Rizzoli, “Prima la musica, poi le parole”, curata da Marco Grondona, autore anche di una succosa postfazione. Scrupoloso in tutto, Muti avverte subito il bisogno – forse superfluo – di spiegare il titolo: “Chi leggerà questo libro qualche pagina avanti vedrà come a me piaccia sempre cominciare dalle ‘parole’ (in teatro ne pretendo la perfetta percezione al di là della musica). Qui però volevo solamente spiegarvi il bisogno che ho, a settant’anni, dopo cinquanta di musica, di fermarmi a riflettere sulla mia vita, su me stesso, e farvene – per l’appunto – parola”.
Riguardo al libro della Ets, al volume danno ampio respiro le recensioni di critici illustri, fra cui Leonardo Pinzauti. Lo si sottolinea per ricordare il tempo in cui anche in Italia i cultori della buona musica, presenti o meno a un determinato concerto, attendevano con impazienza di conoscere il parere dell’esperto preferito. Oggi non è più così: quasi tutti i quotidiani si son fatti un dovere di abolire l’istituto della recensione, dando così un sostanzioso contributo all’affossamento dell’istruzione e della cultura.
Ma torniamo all’autobiografia mutiana, alle 192 pagine delle parole scritte da lui, scorrevoli e interessanti come uno di quei romanzi che, quando si comincia a leggerli, si cerca di arrivare alla fine senza interruzioni. Un punto fondamentale dovrebbe risultare evidente a chi non conosca il Maestro, mentre si tratta di una semplice conferma per chi abbia avuto il privilegio di intrattenersi, sia pure episodicamente, con lui. Sotto l’aspetto severo e spesso accigliato si cela una persona di rara simpatia e cortesia. Rubo alcune parole a una gentile collega che definisce Muti un tipico uomo del sud, impregnato di cultura classica e umanistica, nutrito da un rigore e da un senso del dovere che lo obbligano alla ricerca della perfezione. Un uomo capace di passare con la stessa disinvoltura dalle dotte citazioni latine alle folgoranti battute napoletane. Le une e le altre abbondano nell’autobiografia in uguale misura. Riccardo Muti è cresciuto a Molfetta sul mare Adriatico, 25 chilometri a nord ovest di Bari. Ma la madre, da lui definita “napoletanissima”, volle che nascesse a Napoli come i fratelli, cinque in tutto. Perché, sosteneva, da adulto sarebbe stato importante dirsi napoletano, mentre Molfetta… E però Muti ancora oggi, quando ha bisogno di ritrovare se stesso, ritorna in Puglia “fra i suoi olivi secolari, la sua terra rossa, i castelli di Federico”.
Nelle pagine dell’autobiografia ci si inoltra veloci. Si assiste ai suoi faticosi studi di violino e alla scoperta gioiosa del pianoforte. Si frequenta con lui il Conservatorio Piccinni di Bari, si incrociano o si ritrovano personaggi insigni della musica italiana come Nino Rota e Vincenzo Vitale. Nel 1961, a vent’anni, Muti si diploma in pianoforte, nel 1966 in direzione d’orchestra. L’anno seguente vince il Concorso Cantelli per giovani direttori. A questo punto comincia a girare il mondo e il lettore con lui: Firenze, Londra, Philadelphia, Salisburgo, i 19 anni dal 1986 al 2005 al Teatro alla Scala di Milano e adesso “lo sguardo avanti” che si chiama Chicago. Si passa attraverso trionfi, premi, incontri favolosi con Sviatoslav Richter, Herbert von Karajan e tanti, tanti altri. Si leggono splendidi pensieri di estetica musicale e una frase che chiarisce le predilezioni del Maestro: “Se un giorno nell’Aldilà Wagner, Beethoven o Spontini mi diranno ‘hai sbagliato, Riccardo’, potrò sopportarlo; se me lo dicesse Verdi, cui ho dato tutto il mio amore devoto, sarebbe terribile”. Ma il lettore, quando approda al lungo periodo della Scala, si fa più attento. Vede che Muti dedica lunghe pagine di sincera passione all’avventura vissuta a Milano come direttore musicale e attende la sua interpretazione autentica della burrasca finale, di cui fu protagonista insieme con l’orchestra e il sovrintendente Carlo Fontana al quale seguì soltanto per qualche mese Mauro Meli. Invece il guaio è liquidato (a pagina 150) con otto righe colme di ritegno. Forse, per capire meglio, il lettore deve tornare un po’ indietro, alle pagine 140/145 e al 2 giugno 1995, cioè al famoso episodio della “Traviata” suonata al pianoforte da Muti per sostituire l’orchestra in sciopero e calmare il pubblico furente della Scala. “Sono convinto – ammette il Maestro – che, nonostante gli anni felici che vennero dopo e furono produttivi quanto i primi, quella sera si ruppe qualcosa del mio rapporto con l’orchestra, almeno con una parte di essa”. Infine, mi sia concesso di dire che appartengo anch’io alla categoria dei lettori “attenti”, anzi cavillosi, che in ogni libro cercano errori di stampa e di sostanza. In questa stupenda autobiografia ne ho visti due, uno per sorta. Quello di sostanza (pagina 61) riguarda il finale sublime del “Guglielmo Tell” di Rossini che la Tv italiana in bianco e nero utilizzò a lungo in apertura dei suoi programmi, non in chiusura. Mi perdoni, Maestro.

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