Cosa dovete leggere e ascoltare per festeggiare l’anno davisiano (nel senso di Miles Davis)

Se fosse vivo, Miles Davis compirebbe 85 anni il 25 maggio di quest’anno: forse suonerebbe ancora la sua magica tromba rossa, dicono gli inconsolabili che ricordano perfino dov’erano quando seppero che se n’era andato.

Se fosse vivo, Miles Davis compirebbe 85 anni il 25 maggio di quest’anno: forse suonerebbe ancora la sua magica tromba rossa, dicono gli inconsolabili che ricordano perfino dov’erano quando seppero che se n’era andato. E nel prossimo autunno, il 28 settembre, ricorre il ventennale della scomparsa del grande maestro. E’ bastato poco perché qualcuno, negli Stati Uniti, proclamasse il 2011 “anno davisiano”, sollecitando un rapido passaparola. Non sembrino esagerazioni. Davis è considerato uno dei maggiori musicisti del Ventesimo secolo, sebbene avesse numerosi avversari anche fra gli intenditori. Dopo la sua scomparsa, la musica afroamericana non è stata più la stessa. La vita sregolata aveva costretto Davis a un periodo di silenzio, fra il 1976 e il 1981, ma poi era ricomparso più brillante che mai, al punto da sembrare l’incarnazione del mito dell’eterna giovinezza. Una sola volta aveva mostrato i suoi 65 anni: accadde l’8 luglio 1991 in Svizzera, a Montreux, quando il compositore Quincy Jones e la direzione del festival lo convinsero a interpretare alcuni suoi celebri assoli di fine anni Quaranta. E così Davis, per leggere la musica che egli stesso aveva suonato, dovette inforcare gli occhiali da presbite anziché i suoi occhialoni scuri giovanili. Forse era già malato, ma non sembrava. Tenne il suo ultimo concerto italiano il 24 luglio seguente a Castelfranco Veneto e poi un paio negli Stati Uniti prima dell’improvviso ricovero in una clinica di Santa Monica, in California. Oggi ci sono in Italia e nel resto del mondo ragazzi ventenni che non hanno mai assistito a un concerto di Davis, ma lo apprezzano d’istinto attraverso qualche cd. L’anno davisiano è importante a questo scopo: dare ai giovani e ai giovanissimi gli strumenti, pochi ma fondamentali, per entrare in sintonia con Davis e con la forma e il profondo contenuto emozionale della sua musica. Si cominci dunque dai libri, prima di tutto dalla sua “Autobiografia”, pubblicata in Italia nel 1990 da Rizzoli e poi per tre volte da minimum fax di Roma, quest’anno nella collana “I Quindici”. E’ un volume robusto che supera le 550 pagine ed è corredato di una intervista inedita a Davis di Alex Haley e di un necrologio di Amiri Baraka. Non ci si attenda da Davis un percorso sistematico, non era da lui. E tuttavia Davis racconta “l’evoluzione del suo stile, i suoi gruppi, gli album e i concerti, ma anche gli amici, le donne, la famiglia, gli anni bui dell’eroina, i conflitti con i bianchi della stampa e del potere costituito. Dalla sua voce (…) nasce un grandioso film corale in cui fanno da coprotagonisti Charlie Parker, John Coltrane, Dizzy Gillespie, Jimi Hendrix e Prince (…) ma anche Juliette Greco, Jean-Paul Sartre e perfino Ronald Reagan”. Il  linguaggio, spesso colorito e scurrile, fa parte del personaggio allo stesso modo di giudizi meditati e di estrema lucidità. L’opinione dello storico e del critico è offerta da un secondo ottimo libro: si tratta di “Miles Davis, una biografia critica” dello scozzese Ian Carr recentemente scomparso, pubblicato in Italia nel 1982 da Arcana Editrice. Un impeccabile e preciso volume discografico, “The Sound of Miles Davis 1945-1991” di Jan Lohmann (JazzMedia, Copenaghen 1992, seconda edizione 2000) serve infine da imprescindibile introduzione alla scelta dei dischi e può essere consultato durante la lettura dei due libri biografici. Lohmann è una guida sicura che inizia dai primi dischi “Savoy”, “Dial” e “Spotlight” con Davis (1945-1948) intestati a Charlie Parker. Qui il neofita può scegliere a scatola chiusa secondo la propria sensibilità. Il vero decollo di Miles comincia nel 1949 e coincide con la prima svolta storica di cui è protagonista, quella del coolbop.

La documentazione si trova oggi nel cd della Capitol “Miles Davis: The Complete Birth of the Cool”: acquistarlo è un obbligo. Segue un periodo non felicissimo del trombettista che si avvicina allo stile detto hardbop, ma sempre a un livello pregevole, con registrazioni per Prestige e per Blue Note. Nel 1955 Davis firma un contratto esclusivo con la Columbia, non a caso nel momento in cui intraprende il suo primo sodalizio con il sassofonista John Coltrane. Con la celebre etichetta Miles rimarrà per trent’anni, realizzando dischi di portata storica e vendite in qualche caso di milioni di copie. A metà degli anni Ottanta passerà alla Warner, con la quale lavorerà sino alla fine in modo non esclusivo, a causa principalmente delle registrazioni dal vivo che verranno effettuate anche a sua insaputa durante gli innumerevoli concerti tenuti in giro per il mondo. Mi guardo bene dall’addentrarmi nel contenuto dei box discografici che riguardano la collaborazione di Miles con il direttore d’orchestra Gil Evans (1957-1963) e poi una fase assai intensa del sodalizio con la Columbia (1963-1968 in due box) e due svolte storiche davisiane nel 1959 e nel 1969. A quest’ultimo proposito mi limito a caldeggiare l’acquisto di altri due album essenziali per accostarsi a Davis, cioè “Kind of Blue” (1959) e il doppio “Bitches Brew” (1969) entrambi della Columbia, nonché “Tutu”, il cd di esordio con la Warner del 1996 dedicato a Desmond Mpilo Tutu, il celebre arcivescovo sudafricano. Per ora può bastare.

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