I manager italiani della moda che tutti ci invidiano

D'accordo Marco Bizzarri di Gucci, ma che dire di Fendi e Pietro Beccari? Intanto si aspetta la rinascita di Prada

I manager italiani della moda che tutti ci invidiano

Un momento della sfilata di Fendi (foto LaPresse)

D’accordo, Marco Bizzarri. Però, scusate, anche Pietro Beccari. Fra i premi, i peana, gli entusiasmi per il ceo di Gucci che si fa fatica ad abbracciare tanto è alto (due metri, circa), è giunta l’ora di puntare con maggiore forza i riflettori sul numero uno di Fendi. L’uomo che vi risponde alle mail alle 6 e mezzo del mattino già dal suo ufficio all’Eur ha appena siglato un accordo con la Galleria Borghese per un progetto diagnostico, analitico ed espositivo su Caravaggio, e questo si sa, ma nelle ultime stagioni ha anche saputo tenere testa a Karl Lagerfeld, e questo si sa meno. L’improvvisa vitalità e freschezza del marchio, che si è materializzata in una sfilata femminile e desiderabilissima, è il frutto molto evidente del lavoro di un team rinnovato.

 

Un momento della sfilata di Fendi 

 

Fra cotoni e organze stampate a righe e pellicce devoré a motivi geometrici (il mondo vive costantemente due stagioni opposte, l’emisfero boreale che produce moda tende a dimenticarlo) si sente molto l’impronta di Marco De Vincenzo, cresciuto nel reparto accessori di Fendi accanto a Silvia Venturini Fendi, da qualche anno titolare di un marchio eponimo che piace molto e dove il gruppo LVMH, che già controlla Fendi, possiede una quota di minoranza dal 2014.

 

Lagerfeld, che con Fendi aveva siglato tempo addietro un contratto a vita, rimane naturalmente direttore creativo del marchio, e nelle cartelle stampa di sfilata si trovano le copie anastatiche dei suoi disegni e delle sue indicazioni: la tripla coulisse delle gonne a festone, i tagli asimmetrici, l’effetto trompe l’oeil della giacca che scopre le spalle, evoluzione contemporanea di un taglio fine Cinquanta. A fine sfilata non esce nessuno a prendersi gli applausi, il comunicato diffuso glissa elegantemente sulle diverse paternità della collezione per concentrarsi sulle sue molte anime: “In un mondo dove il Futurismo Italiano incontra i viaggi tropicali, la collezione Fendi primavera estate 2018 emerge in un vortice di colori e sapori dei Caraibi“, insomma Marinetti meets Kate Spencer e abbiate pietà delle crasi semantico-immaginifiche della moda.

 

Beccari ha tenuto duro anche quando Lagerfeld si è chiuso (a lungo) in un ostinato e offesissimo silenzio, e ha fatto bene: nessuno gli tocca il sontuosissimo contratto, ma dopo cinquant’anni arriva anche il momento in cui un marchio ha bisogno di un’iniezione di gioventù, e da Fendi quel momento è arrivato. Beccari e Bizzarri arrivano entrambi dalla provincia emiliana, hanno studiato economia e commercio, praticato molto sport (Beccari ambiva alla nazionale di calcio, lo dissuase Arrigo Sacchi dopo averlo testato per qualche tempo, ma lo spirito della squadra gli è rimasto e l’attitudine a organizzare schemi di gioco pure). Stanno ottenendo risultati così sfacciatamente positivi da aver orientato perfino le richieste ai Master universitari da parte degli studenti stranieri, che in Sapienza, per esempio, sono in aumento vertiginoso: lo styling interessa sempre di meno, il branding e la comunicazione sempre di più.

 

La borsa portata a mo' di marsupio, ma dietro la schiena, durante la sfilata di Max Mara 

 

A proposito di styling, una piccola tendenza, fra le prime viste in questo tour milanese dominato da paillettes e volant: la borsa portata a mo’ di marsupio, ma sulla schiena. Si sta vedendo quasi ovunque, sia nella collezione di Max Mara che i giornali stranieri definiranno certamente “neat” and “clean”, lineare, pulita e precisa come peraltro sempre è, (l’elemento decorativo per la prossima stagione è il risvolto dei pantaloni alto fino al ginocchio) sia da Prada. Della collezione di Miuccia Prada si vorrebbe dire tutto il bene possibile, perché la famiglia ha fatto la storia dello stile e della cultura milanese e perché senza di lei, e di loro, questa città non sarebbe quella che è. Gratitudine eterna. Per questo pochi, e anche noi, abbiamo voglia di scrivere di questa collezione ispirata ai grandi maestri passati e attuali del fumetto e piena di capispalla tinti in capo effetto trompe l’oeil come ne vediamo, alternativamente presso diversi marchi, da molti anni. In passerella sono ricomparse perfino le borse di nylon nero, must have degli Anni Ottanta e Novanta, ed è stata un’ammissione di debolezza che ci ha stretto il cuore. In tanti, abbiamo aspettato per quindici, lunghi minuti lo spariglio, sperato che l’uscita successiva ci riportasse Prada delle meraviglie, il faro della moda mondiale per quasi vent’anni. Non è accaduto e non accade ormai da qualche stagione, come gli ultimi dati di bilancio, purtroppo dimostrano. Ma nella forza dirompente di “Prada Milano”, vogliamo ancora sperare, sicuri che “la signora” saprà trovare i giusti correttivi e la sua nuova “diritta via” oggi smarrita.

 

Un'immagine della sfilata di Prada

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi