Nel giardino incantato di Gucci

Primo giorno della Milano Fashion Week tra tassisti che ringraziano perché si torna a lavorare e le sovrapposizioni artistico-letterarie di Alessandro Michele

Nel giardino incantato di Gucci

Un momento della sfilata di Gucci (foto profilo Twitter della maison)

Milano. Milano Fashion Week collezioni donna inverno 2017-2018, giorno 1. Fra la conferenza stampa al Teatro alla Scala sul primo award della moda sostenibile in programma a settembre (officia la moglie di Colin Firth, Livia, née Giuggioli), e la strepitosa sfilata tutta chiffon, velluti e piume di gallo di Alberta Ferretti ispirata a Venezia e ai suoi fantasmi (il Casanova di Fellini musiche comprese; la marchesa Luisa Casati, i personaggi di Henry James tutti in fila e in un caso interpretati da una modella con il hijab, perfetto acchiappatitoli), il momento clou della giornata: Gucci.

 

Il tassista che mi porta nel lontanissimo viale Mecenate, dove Gucci ha trasferito i propri headquarters in un hub abbastanza capiente da ospitare la sua prima sfilata uomo e donna, al tempo stesso dichiarazione di indipendenza, di status, di ottimizzazione produttiva e anche di (non) genere, ringrazia il Signore che le bombette carta più rumorose siano esplose ieri a Roma e che oggi si possa lavorare. Ha tenuto botta “perché si deve”, ma temeva che noi delle gonne&affini gli saremmo passati sotto il naso senza lasciargli un euro. “La settimana della moda son soldi, e io sono fermo da sei giorni”.

 

A dire il vero siamo stati fermi a migliaia, non solo i signori tassisti; qualcuno di noi ha pagato senza fiatare le tariffe triplicate di Uber, altri hanno percorso a piedi decine di chilometri con grande giovamento del girovita che nella moda son cose che contano, ma anche intossicandosi i polmoni per via delle polveri sottili e son cose che si spera non conteranno invece mai. Iniziamo ad essere sempre meno tolleranti con questi tizi che ti impongono le loro auto e le loro persone non sempre pulite più o meno allo stesso prezzo di un’auto blu con autista lindo e sbarbato e che affrontano l’evoluzione del mondo con l’apertura mentale di un cavernicolo, ma viale Mecenate è lontana sul serio, praticamente fuori città, per cui abbozziamo.

 

Abbozzano anche molti degli invitati (circa 800), che si sono visti recapitare a casa o in ufficio l’invito di Gucci – un LP in vinile con le voci registrate di Florence Welch, pop star boho chic e testimonial della collezione orologi che legge “La notte” di William Blake sulle note della “Traversée” del compositore israeliano Armand Amar (lato A) e il rapper A$AP Rocky che legge la lettera d’amore di Frederick Wentworth a Anne Elliot in “Persuasione” di Jane Austen (Lato B). Quasi nessuno ha ancora ascoltato l’LP e/o ha mai letto, gli ospiti cinesi in particolare, che “Il sole sta scendendo a ovest” e che “risplende la luna della sera”. Però da qualche tempo sanno che in un lontano passato è esistito un inglese visionario che metteva in rima e in pittura le proprie visioni mistiche e il proprio sogno di innocenza, e mi pare già che alla moda non si possa davvero chiedere di più.

 

Il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, non è d’altronde uno che si faccia pregare o che lesini nella sovrapposizione e nell’interconnessione fra tradizioni letterarie e artistiche. Questa volta ha disseminato un giardino primi Novecento inglese di riferimenti al sogno botanico di Vita Sackville West, “Sissinghurst”, e al sogno erotico e letterario Virginia Woolf, il bell'Orlando che a Vita era dedicato e che attraversa epoche e incarnazioni. Per non farsi mancare nulla vi ha infilato anche il pensiero di Gilles Deleuze sulla complessità dell’esistenza e sulla necessità dell’individuo di riconoscersi come un “divenire molteplice”, chiudendo il cerchio, letteralmente, con il simbolo egizio dell'ouroboros, il serpente che si divora la coda, simbolo di autorinnovamento. Fluidità assoluta di genere, di stile, di pensiero e abiti certamente bellissimi, il circolo di Bloomsbury avrebbe letteralmente adorato perché si vestiva così, certo con qualche tessuto glitterato e qualche paillette in meno, ma i tempi appunto cambiano. Dopotutto, che il vessillo della cultura europea aperta e liberale venga fatto sventolare altissimo sul pennone di un brand che deve vendere moda mentre seicento docenti universitari italiani firmano un documento contro l’analfabetismo di ritorno degli studenti e i loro strafalcioni mi pare un segno sufficientemente forte di questo cambiamento. Stai a vedere che a qualcuno, questo nome misterioso, Sissinghurst, avrà fatto venire un minimo di curiosità.

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