La scoperta rivoluzionaria che una donna che appare bianca è bianca, anche se si sente nera

Rachel Dolezal si fa chiamare Nkechi Amare Diallo e, fin da piccola, si identifica come afroamericana. La reazione di una giornalista afroamericana che l'ha intervistata

La scoperta rivoluzionaria che una donna che appare bianca è bianca, anche se si sente nera

Rachel Dolezal

New York. Il mese scorso la giornalista afroamericana Ijeoma Oluo è andata a Spokane, nello stato di Washington, per intervistare Rachel Dolezal, una signora bianca che però si sente nera, e qualche anno fa è stata al centro di uno scandalo a sfondo razziale. L’intervista di Oluo inizia così: “Sono seduta davanti a Rachel Dolezal ed è… bianca”. Scrive proprio: she looks white. Non sembra, ma è una delle espressioni più rivoluzionarie che si possono leggere sui giornali di questo tempo quando si parla di razza, genere, inclinazioni sessuali, modi di vita e, insomma, identità. Dolezal looks white , è bianca alla vista, perché è bianca. I suoi genitori lo hanno detto, forzandola a un paradossale coming out, quando è venuto fuori che la signora che dirigeva la sezione locale del Naacp, l’associazione per l’avanzamento delle persone di colore, era cresciuta nel Montana, in un contesto che più bianco non si può. Epperò si truccava pesantemente, faceva lampade, curava ossessivamente i suoi riccioli innaturali per essere ciò che sentiva di essere. Lei si identificava come afroamericana fin da piccola.

 

Nel libro In Full Color: Finding My Place in a Black and White World ha raccontato che nella sua infanzia infelicissima e costellata di abusi e traumi si cospargeva il volto di fango per somigliare alle donne africane che vedeva in televisione, le poche volte che i suoi autoritari genitori glielo permettevano. Quando hanno adottato quattro figli di colore – solo per ragioni fiscali, racconta lei – si è finalmente sentita capace di amare, con loro si è sentita sé stessa. Da poco ha cambiato nome. Ora si fa chiamare Nkechi Amare Diallo, perché ormai nella sua città conoscevano il suo nome e dicevano “no grazie” prima ancora che potesse dare il suo curriculum. Ci sono voluti due anni di dibattiti, libri, cambi di nome, licenziamenti e scervellamenti per arrivare a quello che una giornalista ha capito con in un’occhiata soltanto: Rachel Dolezal è bianca. Facile, no? Magari. Qualche tempo fa giravano in rete i video di un’associazione dei dintorni di Seattle dove un ragazzo s’aggirava per un campus a fare interviste. Domandava: e se ti dicessi che sono donna? Risposta unanime: fantastico, se è così che ti senti buon per te. Le domande però continuavano: e se ti dicessi che sono alto due metri? Che sono cinese? Che sono disabile? Che sono afroamericano? Le risposte si facevano incerte, e i più formati ideologicamente si rendevano conto che avrebbero dovuto tenere sulla posizione soggettivista anche a costo di gettarsi fra le braccia dell’assurdo. Vedevano un cinese afroamericano donna alto due metri in luogo di un basso ragazzo bianco con la barba. Miracoli del feeling. Avrebbero dovuto chiamare Ijeoma Oluo, che avrebbe osservato e correttamente tratto le conclusioni esatte.

 

La filosofa Rebecca Tuval ha sviluppato questi ragionamenti in una ricerca di cui questo giornale ha già parlato, mettendo a paragone gli argomenti del transgenderism e del transracialism. Con minimi strumenti logici e argomentativi, Tuval riesce facilmente a dimostrare che i passaggi sono identici, e dunque non c’è alcune differenza qualitativa fra l’argomento di Rachel Dolezal e quello di Caitlyn Jenner, che una volta era Bruce. Se uno è socialmente valido, anche l’altro dovrà esserlo. Il cielo si è aperto sulla giovane filosofa e la polizia del pensiero ha emesso i suoi daspo. Sarebbe bastato chiedere a Oluo per discernere.

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