L’aggressione a Charles Murray è segno di idiozia generazionale, ma la colpa è dei cattivi maestri

La disavventura del sociologo conservatore contiene un dettaglio particolarmente inquietante che ha a che fare con una venerata istituzione per la protezione dei diritti civili

Mattia Ferraresi

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L’aggressione a Charles Murray è segno di idiozia generazionale, ma la colpa è dei cattivi maestri

Charles Murray (foto LaPresse)

New York. Poche cose sintetizzano l’idiozia di una generazione come l’aggressione degli studenti del Middlebury College, nel Vermont, al sociologo conservatore Charles Murray, che non è Milo Yiannopoulos né un suprematista della razza bianca con il taglio “fashy”. Un video testimonia l’assurdità andata in scena in aula e il racconto dello stesso Murray certifica che il clima di ottusità che ha dominato la giornata s’è trasformato in intimidazione e violenza all’uscita dall’aula. Quando il sociologo e i suoi accompagnatori hanno infine guadagnato l’uscita dall’incubo del linciaggio, riparando in un ristorante vicino, è arrivata voce che i manifestanti-intimidatori avevano scoperto l’ubicazione di quello che a quel punto era diventato un consesso clandestino. Come in una storia di spionaggio, si sono alzati in fretta da tavola e sono saliti su un’auto, assicurandosi che nessuno li stesse seguendo.

 

All’Università di Notre Dame, il successivo invito di Murray ha destato qualche malumore, confermando il pessimo stato della libertà di parola nelle università americane. La disavventura di Murray contiene un dettaglio particolarmente inquietante che ha a che fare con una venerata istituzione per la protezione dei diritti civili che va sotto il nome di Southern Poverty Law Center (Splc). Nato dall’iniziativa di un gruppo di avvocati dell’Alabama nei primi anni Settanta, il Splc si occupa della mappatura dei gruppi estremisti attivi in America, con particolare attenzione alla supremazia bianca e ai propalatori di odio razziale verso le minoranze.

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Il vasto database del Splc non contiene soltanto i profili di affiliati del Ku Klux Klan e dei suoi molti derivati, non tratta soltanto di soggetti pericolosi nel circolo del monitoraggio degli inquirenti, ma elenca anche accademici e intellettuali che con le loro idee e pubblicazioni alimenterebbero un clima d’odio. Sono i collaborazionisti incravattati dei terroristi incappucciati, e Murray è fra questi. Chiunque voglia sapere qualcosa del ricercatore dell’American Enterprise Institute e sia armato di un minimo di pregiudizio negativo, arriverà inevitabilmente al suo profilo sul sito del Splc, dove viene rappresentato alla stregua di un razzista pericoloso.

  

È piuttosto chiaro come gli aggressori del Vermont si siano formati un’opinione sul professore. Lui per anni non si è mai lamentato del modo in cui era rappresentato dall’associazione, ma dopo l’episodio del Vermont ha deciso di fornire la versione estesa e corretta della voce a lui dedicata dal Splc. Si scopre uno stillicidio di omissioni, frasi senza contesto, pezzi di informazioni vere assemblati in modo calunnioso, selezione tendenziosa degli eventi da mettere in luce e di quelli da lasciare in ombra, secondo una tecnica che è propria della propaganda. Altro che fake news.

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