Allargare la distanza fra “literally” e “seriously”. Un caso di scuola della comunicazione di Trump

Il presidente si è opposto alla riforma della commissione etica? No. Ha soltanto criticato l’ordine delle priorità del Congresso, ha fatto un paio di cinguettii benaltristi evitando di entrare nel merito.

Donald Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Il primo giorno del nuovo Congresso a stragrande maggioranza repubblicana è stato piuttosto turbolento. Prima è stata annunciata una significativa riforma della commissione etica della Camera, fatta in opposizione alla volontà dei leader del Congresso, poi la suddetta riforma è stata revocata, gli abolizionisti della commissione etica hanno spinto il tasto “undo” e l’iniziativa s’è volatilizzata con una solenne figuraccia. Fra l’intreccio e la risoluzione ci sono stati un paio di tweet di Donald Trump, che sono il vero fuoco della questione. Si tratta di un caso di scuola della comunicazione trumpiana, arte concepita per confondere, offuscare, equivocare. Se avesse castigato esplicitamente i repubblicani che avevano deciso per la riforma e questi avessero deciso di fare marcia indietro per non mettersi contro la presidente eletto, si sarebbe trattato di una manovra politica senza necessità di ulteriori spiegazioni. Trump invece ha fatto un’altra cosa. Ha scritto: “Con tutto il lavoro che il Congresso ha da fare, davvero devono fare dell’indebolimento della commissione etica, per quanto possa essere ingiusta, la loro prima iniziativa e la priorità? Concentratevi sulla riforma fiscale, la sanità e molte altre cose più importanti!”, corredato dall’hashtag #DTS, Drain the Swamp.

Trump si è opposto alla riforma della commissione etica? No. Ha soltanto criticato l’ordine delle priorità del Congresso, ha fatto un paio di cinguettii benaltristi evitando di entrare nel merito. C’è del metodo in questa manovra. Il presidente eletto ha subito fiutato che l’eliminazione o indebolimento di una commissione che ha il compito di indagare conflitti di interessi e altri malcostumi poteva creargli un problema, così ha lanciato un messaggio ambiguo, perfetto per entrambi gli scenari che si potevano realizzare. Con due tweet si è mostrato critico verso la riforma ma non nel merito (il problema è il tempismo, il senso delle priorità) e nello stesso tempo ha concesso che la commissione potrebbe pure essere “unfair”. Se i deputati avessero tenuto duro sulla modifica avrebbe fatto la figura dell’irreprensibile difensore di una commissione che pare fatta apposta per frugare negli affari di Trump e del suo clan; se i deputati avessero fatto un passo indietro, come hanno fatto, si sarebbe potuto intestare una conquista assai popolare. E così ha fatto. La chiave della comunicazione di Trump è l’assenza di messaggi specifici e univoci. Servono parole che calzino in tutte le possibili situazioni, minimizzando i costi quando le cose non vanno come il presidente eletto spera e massimizzando i profitti quando invece le speranze si realizzano. L’obiettivo è allargare la famosa distanza fra il “literally” e il “seriously” per ampliare lo spazio dove opposte interpretazioni possono pacificamente convivere.

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