La Corte suprema parla di “unione tra due persone”. Perché solo due? Spunti per legalizzare la poligamia

New York. Da un punto di vista della teoria giuridica, la poligamia è stata sdoganata nello spirito di numerose sentenze. Quella della Corte suprema americana sul matrimonio gay è solo l’ultima conferma. Si parla di “unione fra due persone”, certo, ma la definizione non è giustificata, è arbitraria, si basa su tradizioni e convenzioni che possono essere impugnate e ribaltate. Se il genere sessuale non è il fattore discriminante in una relazione, allora il due è un numero come un altro, puro retaggio tradizionale e convenzione. Quello che manca è solamente un gruppo di pressione, un movimento culturale che spinga le istanze della poligamia con la stessa energia con cui la lobby arcobaleno ha spinto l’uguaglianza matrimoniale per i gay, e il gioco è fatto. Serve un esercito di Sara Burrows. Sara è un’ex giornalista del The Carolina Journal che si è progressivamente liberata dalla presa di “stato, religione e dei genitori” e ha iniziato a vivere una vita libera dai condizionamenti, innanzitutto in materia sessuale. Non ha alcuna intenzione di lasciare il suo compagno, che ama e con il quale ha una figlia, ma vuole altre avventure sentimentali, vuole essere desiderata, vuole “le farfalle nello stomaco” dell’adolescenza, il giramento di testa del primo appuntamento, l’intimità palpitante della prima notte, cerca l’ebrezza di certe serate in spiaggia e l’attesa della telefonata che non arriva mai, e a un certo punto arriva. Vuole che tutto questo sia alla luce del sole, e che il suo compagno goda delle stesse emozioni di cui si sono privati scegliendo la vita di coppia. Attenzione: Sara non vuole né invoca la poligamia, ma il poliamore, una relazione stabile ma aperta ad altre relazioni laterali. Il focolare domestico è uno soltanto, solido e noioso, il resto è divertimento e distrazione. E’ difficile negare il fascino dell’alternativa di Sara, che segue le sue passioni in modo spontaneo, decidendo se passare la notte con suo marito o in un motel con un ragazzo più giovane incontrato online, ma bisogna arrivare alla premesse del suo ragionamento, che mette l’individuo, l’io e le sue voglie, al centro del suo universo. Per Sara non c’è regola nei rapporti se non quella fissata da lei stessa, tutto si può fare perché non c’è altro sovrano se non la capacità dell’individuo di scegliere. Non è affatto diverso da quello che i giudici della Corte suprema hanno stabilito nella sentenza sul matrimonio gay, con una differenza: Kennedy e compagni l’hanno presa dal lato dell’uguaglianza dei diritti, quindi per sostenere il ragionamento hanno dovuto premettere un enorme panegirico delle virtù del matrimonio, un’istituzione meravigliosa di cui tutti dovrebbero poter godere. Sara, però, pensa e sente che per lei e il suo compagno ci sono altre forme più adeguate e interessanti di vivere la vita affettiva. Non le piace che sia il sindaco o il prete o la tradizione a determinare come deve vivere, e di conseguenza è pure contraria al fatto che la faccenda sia limitata soltanto a due persone. Se l’appiglio legale del matrimonio gay passa per l’esaltazione dell’istituzione matrimoniale, la realtà culturale è che ci sono sempre più Sara Burrows, che l’io è un essere sempre più vasto e dominante, normativo per se stessi. E alla lunga anche per gli altri.

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