La Tigre e la Capra

Aung San Suu Kyi e Yingluck Shinawatra: due donne che incarnano in modo opposto le sfide politiche di Birmania e Thailandia

La Tigre e la Capra

Secondo lo zodiaco cinese si definisce “Donna Tigre” quella che è nata nell’anno di quel segno (l’ultimo è stato il 2010) o chiunque ne presenti le caratteristiche: forte, dura, coraggiosa, anticonformista, dominante e solitaria.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, leader de facto del governo birmano, eroina della resistenza al governo militare che ha dominato e ancora domina il paese, è una donna tigre, per quanto nata nel 1945, sotto il segno del Gallo (anch’esso, per altro, molto forte).

Yingluck Shinawatra, ex primo ministro thailandese, destituita nel 2014 per “abuso del potere politico a fini personali” (poco prima di un ennesimo golpe), è invece nata nel 1967, sotto il segno della Capra, considerato il più femminile per la sua dolcezza, il suo sentimentalismo, la sua sensibilità.

Aung San Suu Kyi, La Signora, com’è comunemente chiamata in segno di rispetto, ha sempre manifestato la sua natura di tigre. Si è sempre dimostrata “Libera dalla paura”, in ogni senso. “Non è il potere che corrompe, ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe coloro che lo esercitano. La paura della sferza del potere corrompe coloro che vi sono sottoposti» ha scritto in una splendida lettera letta alla cerimonia d’assegnazione del Nobel per la Pace, nel 1991. In quel momento era agli arresti da due anni. Ne avrebbe trascorsi così altri 13.

Yingluck, dal canto suo, non ha mai nascosto un certo disagio nella gestione del potere. «Non sono pronta a sacrificare la mia vita, ancor più la felicità di mio figlio per essere la leader del partito» aveva dichiarato pochi mesi prima di essere eletta primo ministro nelle elezioni del 2011. Probabilmente era stata convinta dalle pressioni del fratello, il miliardario Thaksin Shinawatra, ex premier deposto dal colpo di stato del 2006 e rifugiato a Dubai per sfuggire ad accuse di corruzione ed evasione fiscale. «Qualcuno dice che l’ho nominata io. Non è vero. Ma si può dire che Yingluck è il mio clone» aveva dichiarato Thaksin. In compenso Yingluck affascinava proprio per le sue peculiarità femminili. «Yingluck è buona come i kanom» mi diceva un sorridente sostenitore, riferendosi ai dolcetti di riso adorati dai thai.

Gli ultimi avvenimenti in Thailandia e in Birmania sembrano confermare le caratteristiche zodiacali delle due donne. Yingluck, infatti, venerdì 25 agosto non si è presentata in aula nel processo che la vedeva accusata di negligenza e corruzione per il programma di sostegno ai produttori di riso stabilito durante il suo governo. Una manovra iperpopulista che ha provocato una catastrofe economica da 8 miliardi di dollari. La sparizione di Yingluck, che sembra aver raggiunto il fratello a Dubai, segna un grave colpo per il suo partito. Tanto che secondo molti osservatori è stata favorita e facilitata dagli stessi militari. Secondo Thitinan Pongsudhirak, uno dei più acuti politologi thai “La fuga di Yingluck è stata una straordinaria vittoria per i generali: rafforza le accuse e quindi giustifica il loro colpo di stato”. Ma la sua fuga segna soprattutto la fine del sogno incarnato da Yingluck e da suo fratello per la grande massa dei loro seguaci (più di metà della popolazione): il cambiamento di un sistema segnato da enormi diseguaglianze economiche e sociale. “Alla fine non sono affatto sorpreso da quanto accaduto” ha dichiarato un attivista delle “camicie rosse” i seguaci di Thaksin. “Gli Shinawatra non sono rivoluzionari. Sono affaristi”. In questa prospettiva la fuga di Yingluck potrebbe innescare una forte radicalizzazione negli oppositori, trasformandoli davvero in rivoluzionari. Un rischio che si amplifica in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2018, una volta celebrate le cerimonie funebri per il venerato re Bhumibol Adulyadej, previste a novembre.

Aung San Suu Kyi, invece, cerca disperatamente di evitare una guerra civile. Anzi il divampare delle decine di focolai di guerre etniche che potrebbero devastare la Birmania. Resta una tigre, nonostante molti media occidentali e la quasi totalità delle organizzazioni umanitarie la accusino di “codardia” (alcuni hanno proposto la revoca del Nobel). Perché si ostina a non prendere quella posizione che i media e l'estremismo umanitario pretenderebbero in merito alla persecuzione della minoranza etnica di religione musulmana Rohingya. Del problema ne abbiamo scritto molto (vedi qui e qui, solo per citare gli ultimi articoli). E’ tornato d’attualità in questi giorni per le violenze contro la popolazione civile Rohingya da parte dell’esercito birmano. Violenze efferate e ingiustificabili. Ma che trovano spiegazione nella radicalizzazione di matrice islamica di molti Rohingya e nel recente attacco dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) in oltre 25 postazioni militari e di polizia. Attacco che sembra destinato a ripetersi, come minaccia un video dell’Arsa. Attacco che Aung San Suu Kyi non ha avuto paura a condannare. Per la Signora, che continua a essere l’artefice del complesso processo di pace con i gruppi etnici armati che controllano molte regioni del paese questo resta la priorità ed è pronta a sacrificare la sua iconica immagine di santa. “Santi, è stato detto, sono i peccatori che cercano di non esserlo” ha scritto nel suo Liberi dalla paura. “Tra le libertà fondamentali, la libertà dalla paura si distingue sia come mezzo sia come fine”.

Massimo Morello

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