Amici miei

È parte del DNA di questo Paese. E anche nel caso – improbabile, invero – che a qualcuno fosse sfuggito il film, in occasione della scomparsa di Gastone Moschin, ecco qualche concetto di pronto impiego per tirarsela da espertoni

Amici miei

• Il testo fondamentale della propria educazione sentimentale.

 

• Ci si segnala come raffinati conoscitori della settima arte facendo partire un dotto pippone sull’amicizia nella produzione cinematografica della seconda metà degli anni Settanta, epoca in cui il politico stava rifluendo nel privato. Paragonare “Amici miei” al di poco successivo “Certi piccolissimi peccati” di Yves Robert. Sottolineare le differenze culturali con la Francia.

 

• Sostenere che la supercazzola è uno dei massimi concetti filosofici del Novecento, che dimostra magistralmente come il linguaggio vada ben oltre la sua capacità di denotare la realtà. Se l’uditorio lo consente, citare la teoria dei giochi linguistici di Wittgenstein.

 

• Ricordarsi sempre di dire che Renzo Montagnani è stato un grande attore troppo a lungo prestato alla produzione di serie B della commediassa pseudoerotica.

 

• Sostenere che il film sia entrato così profondamente nel costume italiano perché i cinque protagonisti compongono un ideale ritratto collettivo del carattere nazionale, con le sue genialità e le sue meschinità. Fare un sondaggio per decidere a quale dei cinque amici vadano le maggiori simpatie,  se al magnifico conte Mascetti, al romantico architetto Melandri, al cinico clinico sassaroli, al sornione tabaccaio Necchi o all’ineffabile giornalista Perozzi.

 

• Non mancare mai di dire che ciò che rende il film una vera opera d’arte non è tanto la sua potenza comica, quanto la straordinaria capacità di esorcizzare la morte, pur senza smarrire la consapevolezza che si sta tutti danzando sull’orlo dell’abisso. Arabescare.

 

• L’attento cinefilo si compiacerà di ricordare al colto e all’inclita che nel primo film della trilogia la voce di Philippe Noiret (il Perozzi) era di Renzo Montagnani, che poi nei due film successivi subentrò nella parte del Necchi a Duilio De Prete.

 

• Con gli amici raccontarsi per la, forse, centesima volte le scene più esilaranti. Stilare una classifica. Tuttora imbattuto il raddrizzamento della Torre di Pisa, ancorché appartenente al secondo film della serie.

 

• Avere un’amica chiamata familarmente Cippa Lippa.

 

• In un motore di ricerca digitare “Cos’è per voi la cippa lippa?” ed estasiarsi allo spettacolo dell’ignoranza bruta esibita in un forum entusiasmante. Ideale per trascorrere un’ilare serata invernale.

 

• Ci si qualifica come profondi conoscitori della storia della letteratura citando i precedenti letterari della supercazzola. Tralasciare Boccaccio. Molto più qualificante ricordare la disputa senza senso, in forma di orazioni giuridiche, tra il Signor de' Baciaculi e il Signor de' Fiutapeti  del Pantagruel di François Rabelais. Valutare se giungere fino a citare le poesie metasemantiche di Fosco Maraini; nel caso, evitare “Il lonfo”: troppo noto.

 

• Aprire un accanito dibattito sull’ortografia. Valutare se schierarsi con il partito filologico, che preferisce la “supercazzora” alla vulgata “supercazzola”. Dopo avere scaldato l’uditorio, infiammarlo per decidere se si debba  dire “brematurata” o “prematurata”. Quindi sfoderare l’arma fine di mondo, citando il libro di Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli, tratto dalla sceneggiatura originale, che attesta inequivocabilmente le lezioni “supercazzora” e “brematurata”. Quindi, tirarsela moltissimo.

 

• Ricordarsi sempre di dire che il film era stato pensato per essere diretto da Pietro Germi (a cui non a caso è dedicato) e che Monicelli è subentrato nel progetto dopo la sua morte.

 

• Dibattere su quale fosse il personaggio preferito. Propendere per l’architetto Melandri, l’intellettuale romantico del gruppo.

 

• Dissertare sull’amicizia virile. Chic.

 

• Citare come massimo esempio di antiretoricità il discorso dell’architetto Melandri sul funerale del Perozzi: “Porca puttana come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli pigliare un colpo (...) e migliaia di persone e tutte a piangere e corone e telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari...” E poi, nell’inquadratura seguente, si vedono solo pochissime persone fuori dalla chiesa.

 

• Dire che con la morte di Gastone Moschin gli amici si sono riuniti. Non temere di esagerare con il sentimentalismo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    08 Settembre 2017 - 18:06

    A metterla sul serio altro che goliardi erano veri teppisti valorizzati dal cinema e i padri putativi del bullismo di oggi.

    Report

    Rispondi

Servizi