Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quel che si dice

Il brunch

Andrea Ballarini

Chi lo adora. Chi lo detesta. Chi ne apprezza l’informalità, chi ne aborre il dissennato sincretismo. De gustibus… comunque, non mancate di parlarne a vanvera

- Ha rotto le balle.

 

- Una reliquia dello stile di vita metropolitano.

 

- Preferirlo alla solita abbuffata della domenica a casa dei genitori di lei/lui. Perlomeno non si deve spiegare perché non si hanno ancora dei figli.

 

- Cadere in depressione alla vista della pericolante torre di Pisa di cibo che il commensale ingordo riesce a costruire nel proprio piatto. (Vedi seguente)

 

- Detestare quei locali che non consentono il rabbocco, ma che obbligano a mettere tutto nel piatto in una sola volta, con risultati organoletticamente sconcertanti. (Vedi seguente)

 

- Considerare che a casa vostra vi cambiavano piatto anche quando prendevate due volte le lasagne, altrimenti facevate gli schizzinosi e ora invece stipate insieme pasta, risotto, insalata, prosciutto e dolce e siete anche contenti. Improvvisamente comprendere cosa intendeva vostro padre quando diceva che "ci vorrebbe un po' di guerra".

 

- Sostenere provocatoriamente che l'idea di accompagnare l'arrosto con una pinta di caffè americano o di succo d'arancia vi fa accaponare le budella: ci si qualifica come intelligenza critica fuori dal coro.

 

- Evitarlo.

 

- Sostenere a spada tratta le trattorie fuori porta che per lo stesso costo servono, primo secondo, contorno, frutta, dolce, caffè e ammazzacaffè. Far partire un pippone su "Come si mangia bene in Italia, da nessuna parte": evitare.

 

- Tuonare contro l'importazione acritica di modelli culturali che non ci appartengono, come Halloween. (Vedi seguente)

 

- Avere toccato il fondo dell'abominio quando si è partecipato al brunch di Halloween vestiti da vampiri, bevendo succo di pomodoro come dei pirla. Rammaricarsene.

 

- Non avere mai fatto un breakfast in tutta la vita, se non durante alcune fugaci vacanze a Londra; men che meno essere assidui frequentatori di lunch; interrogarsi sul perché mai si dovrebbe amare la crasi di due concetti estranei.

 

- Sostenere che ha avuto successo solo in virtù di un nome orecchiabile: se si fosse chiamato "colanzo" non se lo sarebbe mai filato nessuno.

 

- Detestare i camerieri che si avvicinano al tavolo e chiedono "Sapete già come funziona?" e al diniego spiegano la procedura, complicatissima, sparando una filastrocca imparata a memoria di cui se ne coglie a stento la metà.

 

- La musica (particolarmente quella centroamericana) che impedisce di parlare con i commensali andrebbe vietata per legge. Convenirne.

 

- Magnificare i pancake mangiati in un brunch a New York o, ancora meglio, a San Francisco, lascia intuire uno stile di vita internazionale. Variante: fare una scenata se lo sciroppo d'acero non è della marca preferita.

 

- Avere incontrato la stessa insalata di pesce all'aperitivo del venerdì sera e al brunch della domenica. Serbarne un intenso ricordo.

 

- Scrivere recensioni dei locali che fanno brunch: se le si scrive su siti gastronomici fa figo (soprattutto se li si stronca drasticamente), se le si scrive su su TripAdvisor (soprattutto se li si stonca ) fa un po' sfigato. Convenirne.

 

- Anche il brunch è tramontato, e non solo a Milano che del pasto intermedio tra mattina e mezzodì è stata la capitale, ma in tutta Italia.  (Marco Belpoliti, La Stampa, 2 febbraio 2016)

 

- Rievocare un arancino mangiato la domenica alle 14 con cui si è convissuto fino al mercoledì sera. Deplorare.

 

- Branch domenicale: 15 Euri. (Da una carta di un locale aspirazionale di Testaccio, Roma)

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