Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quel che si dice

I grammar nazi

Ci siamo scontrati con loro quasi tutti. Sono implacabili. Sono l'incubo latente di ogni tipo di prosa. Sono in grado di scuotere le certezze anche dei più forbiti letterati. Ecco perché è bene sapere cosa dirne

I grammar nazi

- Fanno tenerezza. Soprattutto nel momento in cui sentono uno strafalcione e, in presenza di terzi, non ce la fanno a non correggerlo, per paura di essere accomunati allo storpiatore di sintassi.

 

- Sviluppare una certa forma di compassione nei confronti di quegli invasati che non appena intravedono un "po'" con l'accento scrivono un post di due cartelle sulla decadenza dell'italiano scritto.

 

- Opporre a qualunque contestazione di un grammar nazi il mantra: "La lingua è viva, cambia, si evolve".

 

- Negli anni averne individuato una forma particolarmente subdola, che quando coglie un accento tonico sbagliato trova immediatamente il modo di formulare una frase con il medesimo vocabolo, ma con l'accento giusto, nella speranza che l'interlocutore sollevi un'obiezione, per far partire un pippone sulla pronuncia corretta.

 

- Comprenderli e, di seguito, ipotizzare delle anamnesi. Per esempio: dopo essersi fatti un culo gigante per decenni allo scopo di affinare una proprietà linguistica che attesti un certo status culturale, sentire qualcuno che sorvola disinvoltamente su interi capitoli del libro di grammatica, ma gode di pari prestigio sociale deve essere straziante.

 

- Plaudire all'Onorevole Di Maio che ha innalzato le permutazioni cabalistiche del congiuntivo a forma d'arte.

 

- Gareggiare con gli amici a chi totalizza più dileggi, sarcasmi e insulti a seguito della pubblicazione su Facebook di un post con un minuscolo errore. Ricordarsi di non ingaggiare duelli con i grammar nazi che raccoglieranno la provocazione.

 

- Sentire una forte vicinanza spirituale con David Foster Wallace che in  “Autorità e uso della lingua” si autodefinisce uno SNOOT (Syntax Nudnik of Our Time), suggerisce una vasta cultura umanistica.[1]

 

- Se anagraficamente adeguati, ricordare con raccapriccio l'esame di seconda elementare, nel corso del quale si è scritto "gliel'ho detto" alla lavagna per cinque volte, sbagliandolo tutte e cinque. Di seguito affermare che dietro un grammar nazi c'è sempre un trauma dell'infanzia.

 

- Usare apposta i plurali delle parole straniere per stanarli. Di seguito si può replicare in uno dei seguenti modi. Replica pedante: citare il parere dell'Accademia della Crusca sul plurale dei forestierismi non adattati; replica pop: citare Roger Rabbit che ad "Ammazza la vecchia" non riesce a trattenere il "Col Fliiiit!"

 

- La battaglia per l'uso corretto del "piuttosto che" è irrimediabilmente persa. Dolersene. Farsene una ragione.

 

- Sostenere che "ministra" e "sindaca" saranno anche forme corrette ma fanno cagare. Replicare che cagare è un dialettismo settentrionale, mentre sarebbe più corretto cacare. I più nerd possono controreplicare parlando di "mise en abyme", sperando che l'interlocutore non parli francese, per poterglielo spiegare.

 

- Avere respinto un corteggiatore perché ha omesso un apostrofo in un sms. Solidarizzare.

 

- Scagliarsi contro ogni forma di abbreviazione, anche negli sms. Interrogarsi su che cosa si avrà mai di così più importante da fare in quel secondo risparmiato.

 

- Essere cresciuto in una famiglia dove la nonna usava comunemente vocaboli come "aradio" (radio), "os-marino" (rosmarino), "le sagne" (lasagne. Le: articolo; sagne: sostantivo) non dà il diritto di brutalizzare l'ortografia. Dolersene.

 

- A me non mi piacciono.

 



[1] Nudnik:  in yiddish, rompicoglioni.

 

 

 

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Commenti all'articolo

  • admin

    22 Gennaio 2017 - 09:09

    Da spisciarsi (nella Bergamasca/Milanese/Cremasca)! Mi ha ricordato una barzelletta che mi raccontò anni fa un io amico Calabrese. La figlia: "Papà vorrei dirti una cosa, ma secondo me ti farà arrabbiare". Il padre: "Ma dai piccola mia, sono tuo padre. Qualsiasi cosa sia sicuramente ti capirò e sarò comprensivo". La figlia "Papà a me mi piace il cazzo!" Il padre (con ira trattenuta) "Quante volte te lo si deve dire! Non si dice "a me mi". Non si dice..."

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