A Londra si ricorda uno strano anniversario, quello dei quarant'anni dalla nascita del femminismo (quello di seconda ondata, alla prima di chiedeva il voto).
A me sembra che resti sempre la stessa cosa, e il caos intorno alle tesi della Badinter (trattata anche sul Foglio di carta) lo dimostra: la maternità. Quasi nessuno ora si rifiuterebbe di appiccicare un adesivo con scritto: "Questo offende la dignità della donna" su una pubblicità sconcia, anche se a quasi nessuno verrebbe più in mente di farlo. Siamo assuefatti.
Il campo ancora inesplorato, ma cruciale, è quello della maternità. C'è l'istinto, ma non è solo istinto, c'è l'allattamento, ma c'è anche il biberon e il lavoro, c'è la cura e l'attaccamento, ma ci sono anche le tate e i bisogni di soldi oltre quelli del marito, oppure il bisongno di realizzazione personale, di soddisfazione, di riconoscimento sociale.
Non abbiamo capito bene che cosa dobbiamo farci, con questa maternità, se non per ora continuare a struggerci per accoglierla ma fino a un certo punto, metterla da parte a favore del lavoro ma sentendoci schifosamente in colpa, darle precedenza su tutto e a volte anche troppo.
La parità tout court è impossibile perché madri lo diventano solo le donne. Recriminare è di cattivo gusto oltre che controproducente, ma in qualche modo il gap si forma e resiste, al di là di congedi e assegni di maternità.
Dunque, il nuovo femminismo dovrebbe chiamarsi mammismo.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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