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La fahrenheit di Erdogan

Giulio Meotti

Dai libri censurati alle parole eliminate. Sembra il romanzo di Ray Bradbury, è la Turchia reislamizzata. Antonia Arslan: “Sta decapitando la cultura in funzione antioccidentale”

Fine agosto, Madrid. Su richiesta di Ankara, l’Interpol arresta un grande scrittore turco in vacanza in Spagna, Dogan Akhanli, colpevole di aver ambientato il suo romanzo “Kiyamet Gunu Yargiclari” (I giudici del Giudizio universale) durante il genocidio armeno. Nel 2010, Akhanli era già stato fermato a Istanbul, dove era volato per far visita al padre morente. Pochi giorni prima, a Barcellona, le autorità spagnole avevano arrestato un altro scrittore turco, Hamza Yalcin, reo di scrivere per un quotidiano di sinistra, Odak. Intanto, ad Ankara, si apriva il processo a un altro grande scrittore, Ahmet Altan, ancora in carcere, accusato di aver mandato “messaggi subliminali” durante il fallito golpe dell’estate di un anno fa, che ha poi scatenato la grande purga di Erdogan. Contemporaneamente, le autorità turche impedivano a un’altra celebre romanziera, Asli Erdogan, che si è già fatta 132 giorni di carcere, di andare in Germania per ricevere il Premio per la pace Erich Maria Remarque nella città tedesca di Osnabrück il 22 settembre. “Non posso contattare la stampa, non posso andare a festeggiare, non posso farmi sentire come scrittrice, non posso nemmeno parlare dei miei libri, così mi uccidono”, ha detto Erdogan.

 

Soltanto nell'ultimo mese, quattro grandi scrittori turchi hanno fatto parlare di sé non per i libri, ma per arresti e processi

Sono eclatanti le incarcerazioni dei giornalisti, che hanno fatto della Turchia “la più grande prigione al mondo per reporter”. Ma forse persino più clamorose sono le persecuzioni di romanzieri e poeti, perché lontani dal dibattito politico, perché in odio al governo islamista di Erdogan per il solo fatto di veicolare idee occidentali e di libertà. Se ne parlerà anche alla prossima Fiera del libro di Gothenburg, il 29 settembre, dove saranno invitati giornalisti e critici letterari turchi, sulla “scomparsa della libertà di pubblicare in Turchia”. Inoltre è tanto più grave perché la Turchia non è l’Iran o l’Arabia Saudita, ma il ponte verso l’Europa.

 

Soltanto nell’ultimo mese, quattro grandi scrittori turchi hanno fatto parlare di sé non per i romanzi pubblicati, ma per gli arresti, i processi, l’ostracismo. La Turchia di Erdogan è attraversata da una frenesia di censura. Dell’industria cinematografica, con l’autocensura, racconta il Financial Times, da parte di registi e sceneggiatori. Dell’università, con l’ennesima purga lo scorso 21 luglio di trecento professori (nel luglio 2016, Erdogan licenziò 21 mila insegnanti). Dei libri di scuola, con l’annunciato piano di abolizione della teoria di Darwin dai libri e l’ingresso della guerra santa.

 

“Il jihad è un elemento importante della nostra religione – spiega il ministro dell’Istruzione Ismet Yilmaz – Il vero significato del jihad è amare il proprio paese e assicurare la pace”. A rincarare la dose Ahmet Hamdi Camli, deputato del partito di governo per la Giustizia e lo Sviluppo e membro della commissione per l’Istruzione, secondo cui “il jihad è il principale elemento dell’islam: è del tutto inutile insegnare matematica a un bambino che non conosce il jihad”. Gaye Usluer, parlamentare dell’opposizione del partito popolare repubblicano (Chp) e membro del comitato educativo del Parlamento, dice che “lo scopo del nuovo curriculum è di creare una generazione più adatta ai loro (di Erdogan, ndr) ideali ideologici”. Usluer parla di cambiamenti fatti nel tentativo di “allevare una generazione devota”. Un articolo scritto da Tolgay Demir, leader giovanile a Istanbul del Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdogan, è diventato virale il 1 settembre. Intitolato “La teoria della terra piatta”, l’articolo è stato pubblicato sul sito web dell’organizzazione. In esso Demir, il vice presidente dell’organizzazione locale del partito, ha sostenuto seriamente che la terra, infatti, è piatta. Ha affermato che i “massoni” hanno ingannato il mondo moderno e che le foto del pianeta prese dalla Nasa sono “una messinscena”.

 

La Turchia reislamizzata di Erdogan ricorda “Fahrenheit 451”, il romanzo di Ray Bradbury in cui le guardie bruciavano i libri per impedire il ricordo di un’epoca democratica e libera, ritratto di una società da cui fossero rigorosamente banditi Omero, Dante, Shakespeare, Goethe, la Austen e compagnia bella.

 

Oggi c'è una grandissima richiesta di posti nelle università occidentali da parte dei ricercatori e accademici turchi

Di pari passo, Erdogan sta mondando il vocabolario turco delle influenze “occidentali”. Così la parola “arena”, per citarne una, verrà rimossa dagli stadi sportivi. Nei giorni scorsi, è stata la musica di Chopin a essere eliminata dalle funzioni funebri. Il ministero dell’Interno ha cancellato la Marcia funebre di Chopin per sostituirla con il Segah Tekbir di Itri, una composizione di era ottomana su cui sono scanditi versi coranici. “Più conforme alla morale dei martiri e al loro posto nei cuori della nazione”, recita la motivazione.

 

La scure di Erdogan si sta abbattendo sulla letteratura e gli scrittori. Come il critico letterario Turhan Günay e la Evrensel. Il primo è il settantaduenne direttore di Cumhuriyet Books, il supplemento letterario del quotidiano Cumhuriyet, che si è fatto 270 giorni di carcere. La seconda è una casa editrice messa sotto sequestro dopo il fallito golpe. I giudici, che lo avevano arrestato, chiesero a Günay se con le sue recensioni non stesse sostenendo il terrorismo. Stessa sorte per Ali Çolak, caporedattore culturale di Zaman, un celebre saggista, un estimatore del recluso americano H.D. Thoreau.

 

Erdogan ha fatto anche arrestare Necmiye Alpay, “il dizionario vivente della lingua turca”, come è nota questa grande linguista. “Da quando Erdogan ha consolidato il potere nel 2010, l’ossessione per le cospirazioni estere è diventato un tema centrale nella narrazione pro Erdogan” ha scritto il giornalista di Hurriyet, Mustafa Akyol. “La natura della paranoia è andata ancora più nel profondo di prima. In passato i kemalisti o la sinistra erano semplicemente sospetti delle intenzioni delle potenze occidentali contro la Turchia. Con Erdogan, il sospetto ha superato il regno della politica. La civiltà occidentale, con tutti i suoi valori, le sue istituzioni, la cultura e perfino la scienza, è diventata qualcosa che deve essere dubitata, se non espressamente rifiutata”. Etyen Mahcupyan, un intellettuale turco che aveva fiducia in Erdogan fino a poco tempo fa, ha definito l’umore ideologico in Turchia come un “fondamentalismo orientale” che vede l’occidente “come l’altro eterno”, immorale e traditore, da qui il desiderio di “de-occidentalizzare la società”. E i libri e gli autori veicolano più di tutti l’oggetto di questa paranoia.

 

“Entrare in una libreria turca è come passeggiare in un manicomio”, ha detto al New Yorker il giornalista inglese Gareth Jenkins. Il caso più noto, ovviamente, è quello nel marzo 2005, quando un viceprefetto della provincia di Isparta decise di eliminare e distruggere tutti i libri del grande romanziere Orhan Pamuk, che fu fatto oggetto di una campagna di stampa in tutta la Turchia per aver osato ricordare, in una intervista rilasciata al giornale svizzero Zuricher Tages Anzeiger il “milione di morti armeni del 1915”.

 

In Turchia è finito a processo il pianista di fama mondiale Fazil Say, reo di aver postato poesie di Omar Khayyam. “Offesa ai valori religiosi”. Un parlamentare del partito islamico Akp di Erdogan, Samil Tayyar, ha detto che la madre di Say “è uscita da un bordello”. Noto per le interpretazioni di Ciajkovskij, Say era già stato attaccato dagli oltranzisti religiosi per aver composto un Requiem per il poeta turco Metin Altiok, ucciso bruciato vivo con altre trentasei persone da una folla di integralisti musulmani a Sivas nel 1993, e che il ministero della cultura di Ankara aveva censurato.

 

E’ finito a processo Nedim Gursel, professore di letteratura alla Sorbona di Parigi, a causa del suo romanzo “Le figlie di Allah”. Il solo titolo ha fatto gridare allo scandalo, perché nell’islam il concetto di “figlio di Dio” è rifiutato come blasfemia della peggior specie. Secondo il Corano, Dio non è stato generato e non ha generato, quindi non può avere figli né tantomeno figlie.

 

L’editore Irfan Sanci, accusato di “pubblicazione oscena e immorale”, è finito a processo per aver tradotto e pubblicato “Le prodezze di un giovane Don Giovanni”, il celebre romanzo erotico di Guillaume Apollinaire. Stessa sorte per “La philosophie dans le boudoir” del marchese de Sade. Qualche mese fa, si decise di rimpiazzare nei teatri pubblici le rappresentazioni di autori stranieri come Shakespeare e Brecht con quelle di autori turchi. Stessa sorte per “Il Tropico del Capricorno” di Henry Miller e per “La macchina morbida” di William S. Burroughs, i cui libri erano sempre stati diffusi in lingua turca. Non meno sfortunato il romanzo “Snuff” di un altro celebre autore americano, Chuck Palahniuk, definito una “mostruosa oscenità”.

 

Erdogan ha ordinato di "ripulire" il vocabolario dalle parole occidentali. "Con lui, la paranoia ha superato il regno della politica"Apollinaire, Burroughs, Steinbeck, Shakespeare: non si contano ormai i casi di classici della letteratura censurati

Nella Turchia di Erdogan è diventato “immorale”, degno di censura, anche “Uomini e topi” di John Steinbeck. La Turchia ha la più alta percentuale al mondo di scrittori in carcere o a processo. Allo scrittore Sevan Nisanyan è stata inflitta una condanna a tredici mesi di carcere per aver ironizzato sul profeta Maometto. “Erdogan sta capovolgendo tutto quello che era stato fatto dalla Turchia in questi anni, spesso da lui stesso”, dice al Foglio la scrittrice Antonia Arslan, già docente di Letteratura a Padova e autrice di romanzi di successo, come “La masseria delle allodole” (Rizzoli). “Questa rivoluzione culturale rientra nell’ossessivo allontanamento da tutto ciò che rappresenta l’occidente, in nome del ritorno al Califfato perduto e in funzione del sogno neo-ottomano di Erdogan. E’ la censura interna, i processi contro i giornalisti, la purga dei professori, l’arresto dei rettori, dei reporter, degli scrittori. Oggi c’è una grandissima richiesta di posti da ricercatori nelle università occidentali da parte dei colleghi turchi. Erdogan ha decapitato i vertici della cultura turca”.

  

E l’Europa cosa fa? “Il doppio gioco”, conclude Arslan. “Parla tanto di libertà e di cultura, ma resta silente su tutte queste persecuzioni, di cui Erdogan pubblica le foto anche sui voli della Turkish Airlines. L’Europa teme che Erdogan riapra le frontiere ai profughi. Angela Merkel è andata ad Ankara per spostare un po’ di voti a favore di Erdogan durante il referendum costituzionale”.

 

Il ministero turco per la Cultura e quello per l’Istruzione sono intervenuti anche sui libri di scuola per censurare la letteratura. Due versi della poesia “Table”, scritti dal poeta turco Edip Cansever, sono stati omessi dai libri di testo perché comprendevano la parola “birra”. I canti scritti dai poeti Yunus Emre e Kaygusuz Abdal centinaia di anni fa hanno già risentito della pesante mano dei catoni erdoganiani, mentre il romanzo “Samarkand” di Amin Maalouf, scrittore franco-libanese, è stato tacciato di essere “volgare e insultare l’Islam”, passibile quindi censura. La Turchia di Erdogan assomiglia sempre di più all’Oriente narrato da Maalouf, dove i regnanti suggeriscono: “Se vuoi conservare gli occhi, le orecchie e la lingua dimentica di avere occhi, orecchie e lingua”. Ma per bruciare i libri, ad Ankara, non c’è bisogno di arrivare a 451 gradi. Basta una parola del Califfo con cui dialoga l’Europa.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.