Il mio Isherwood

Memorie d’arte e d’amore. A colloquio con Don Bachardy, ottantaquattro anni, che amò l’autore di “A single man”

Il mio Isherwood

Christopher Isherwood e Don Bachardy come appaiono nel documentario “Chris and Don: A Love Story” (Zeitgeist Films)

Pasolini in California. Immaginare invece dell’Idroscalo di Ostia una bella spiaggia americana, una Ford spider al posto dell’Alfa Romeo Gt, gli Stati Uniti assolati al posto dell’Italia sanguinolenta. Niente chiese cattoliche né partiti comunisti o attentatori fascisti. E se il poeta di Casarsa avesse abbandonato l’Italia e la mamma, chissà, chissà (quante ipotetiche).

 

Aveva una faccia proprio da “Ragazzi di vita” Don Bachardy, ottantaquattro anni, ritrattista oggi celebre di Hollywood, ma soprattutto vedovo glorioso ed ex pischello di Christopher Isherwood, autorità morale del Novecento. L’ex pischello continua ad abitare nel canyon di Santa Monica, in una vita di rimandi e piante grasse. Una staccionata bassa color avio, molti cartelli “proprietà privata”, e rosmarini e fichi al di là, e sotto la casa di legno dello scrittore di “A single man”.

 

Isherwood si era trasferito negli Stati Uniti nel ’39, dopo aver abbandonato prima l’Inghilterra e questa mamma tremenda e abbiente (il papà è disperso nella Grande guerra) e forgiato un’ideologia: non potersi “rilassare sessualmente con persone della stessa classe sociale o nazione”. Era dunque partito, cervello in fuga, verso l’esotica Germania di Weimar, creandone l’immagine coordinata, in coppia con Wynstan Auden, e posto le basi per un indotto cine-letterario di tutto riguardo (da “Cabaret” alla sua Sally Bowles che Truman Capote userà per “Colazione da Tiffany”). Era poi approdato a New York e infine scivolato in California, qui a Santa Monica, aveva preso Bachardy nel 1952 e non l’aveva mai più lasciato. Isherwood e Bachardy sono stati la prima coppia apertamente gay di Hollywood e d’America, quindi del mondo.

 

Isherwood e Bachardy si sono incontrati nel 1959. Sono stati la prima coppia apertamente gay d'America, quindi del mondo

Bachardy a ottantaquattro anni vive ancora qui, dipinge, risponde al telefono. Nonostante la scontrosità dei divieti, poi al telefono dice, “venga giù caro, tanto i cancelli sono in realtà tutti aperti”. Ci sono però delle prove da superare, sbagliamo casa, andiamo in una sontuosa villa moderna, c’è una cameriera, chiediamo di Don, “è lassù”, ma esce fuori un signore sbagliato, “è quell’altra casa, caro!”, dice il vecchietto sbagliato. Si conoscono tra loro, in un compound di arzilli, dove passeggiano barboncini perfettamente tosati come le aiuole, in questa cittadina che tra le sue glorie ha l’invenzione del beach volley. “Succede sempre”, dice poi il Don giusto. “Il fatto è che la strada sopra è comune di Santa Monica, quella sotto di Los Angeles, si confondono i civici. Ho scritto varie volte delle proteste, ma il comune di Los Angeles ci tiene ad avere questo sbocco sul mare e non vi vuole rinunciare”. In questa zona extraterritoriale, ecco questo canyon, col villino Isherwood, arroccato tipo casa Malaparte, e intorno stanno sorgendo grattacieli enormi e un magnifico garage multipiano con una delle migliori viste della California.

 

Sotto, su uno sperone, il sogno di una casa: quella immortalata in mille foto, la casa famosa del ritratto duplice di David Hockney, ora in mostra alla Tate Modern a Londra, che fissa lo scrittore e il suo compagno, nel 1968. “Era proprio dove siamo seduti adesso”, dice Bachardy, ora in calzettoni di spugna e Birkenstock, con la canottiera tutta sporca di colori, sta dipingendo per una prossima mostra. “Nel ritratto famoso di Hockney io sono dove sono adesso e Chris è qui davanti a lei”. Poltroncine di vimini. Tavolini bassi. Ciaffi, ma non troppi. Nel living pieno di quadri con la vista sull’oceano, Bachardy offre del caffè americano. Prendiamo questo caffè e fa impressione, con due tazze con la citazione forse più famosa da Isherwood, da Addio a Berlino: “I am a camera. Io sono una macchina fotografica”. La nostra tazza è nera con la scritta bianca, la sua è bianca con la scritta nera. Altri intervistatori hanno scritto di altre simmetrie misteriche: che Bachardy si sdoppi, ogni tanto; che con l’età abbia preso i vezzi e la parlata dello scrittore, trasformandosi un po’ in lui; che si sia preso un fidanzato di trent’anni più giovane, cambiando ruolo; la prima cosa non è vera, la seconda è vaga, e saranno poi affari suoi. “Io abito qui solo, viene una signora a fare le pulizie, sto bene così”, dice anzi lui, la casa è linda e non ha l’odore delle case dei vecchi, anzi. Piena com’è di memorie felici e quadri colorati anche molto contemporanei e inestimabili. Sul water una candela Dyptique. Solo lo zucchero bianco raffinato, non di canna, è un dettaglio che lo inchioda a una generazione lontana, almeno qui in California. In cucina, sulla macchina del caffè, vecchie foto di sterminate classi con Isherwood bambino in nero al college di Repton, la public school prestigiosa inglese tipo Downton Abbey. Quelle foto che si pensa subito: sono tutti morti.

 

La cucina immette sul “corridoio Hockney”, così chiamato per la trentina di quadri dell’artista che dal living con una parete di specchi porta alla camera da letto di Isherwood, con un letto a una piazza e mezza e un suo ritratto sulla testiera; “ma non dormo mai, lì, dormire in un grande letto da solo mi fa tristezza, dormo piuttosto in quello che era il suo studio, un lettino singolo perfetto per la mia taglia” dice Bachardy. Con Hockney vi sentite, vi frequentate? “Non tanto, ultimamente: abita a Mulholland Drive, qui davanti, ma è diventato completamente sordo da qualche tempo, fa vita ritirata”. “Io mi vanto sempre comunque che il ritratto che ci fece fu il primo, suo, non ne aveva mai fatti, soprattutto non dal vivo”. In corridoio c’è anche un autoritratto del pittore, con l’immancabile piscina e un collage fotografico, e la dedica, “A Chris”.

 

Il loro amore è finito nei libri, nel cinema, alla radio. Perché come nelle coppie di successo funziona l'amore ma anche il business

“Con Chris ci siamo conosciuti lì giù, nel cinquantadue, io avevo sedici anni”, indica Bachardy. “Alla Rogers Beach” (che si vede maestosa sotto le finestre da questo canyon, ancor oggi la spiaggia gay di Santa Monica, ma lo sguardo arriva fino a Malibu). “Io ero con mio fratello, che aveva quattro anni più di me ed era molto più attraente, e appena arrivavamo in spiaggia ogni fine settimana, verso le dieci, veniva circondato da un gruppo di ammiratori, tra cui c’era Isherwood. Io naturalmente non avevo idea di chi fosse. Per un po’ andò a letto lui con mio fratello, ma poi per mio fratello era troppo vecchio, a lui piacevano i coetanei. Così Isherwood cominciò a invitare me al cinema, un paio d’anni dopo. Succedeva sempre così, tutti cercavano mio fratello e poi qualcuno si metteva con me, io mi prendevo gli avanzi. Nel 1958 andammo a vivere insieme, con Chris”. Hanno abitato in questa casa fino al 1986, alla morte dello scrittore, e Bachardy ci è rimasto.

 

“Mio padre”, dice Bachardy, “aveva questo assurdo pregiudizio sull’omosessualità, per quindici anni ignorò completamente Isherwood, quando vedeva una sua intervista in tv cambiava canale. Che sciocco. Poi naturalmente quando lo conobbe diventarono molto amici, erano coetanei, e lui che era un ottimo meccanico si offrì di ‘tune up’, di truccare la macchina di Chris, che ne fu entusiasta”. “Mia mamma invece aveva avuto la polio che le aveva lasciato i piedi piatti, e questo le aveva causato una timidezza patologica, e però appena lo conobbe, Chris, divennero grandi amici. Lei non aveva mai sentito la parola omosessualità, fu mio padre a spiegargliela. Questa era l’America degli anni Cinquanta. Lui aveva fatto il marinaio e qualcosa sapeva”.

 

Bachardy passò dal maccartismo proletario a Hollywood, ma anche lì le cose non andavano sempre benissimo. “Chris all’epoca abitava in una dépendance di Evelyn Hooker, la celebre psicologa che aveva fatto eliminare l’omosessualità dal prontuario medico degli psichiatri americani; però quando arrivai io lei molto imbarazzata gli disse che doveva andarsene. Non so, forse gli andava bene uno scrittore gay di mezza età, ma non era pronta per un fidanzato diciottenne”. “Il fatto è che Chris mi portava dappertutto, non mi nascondeva. E vedere quel signore di quarantotto anni con un diciottenne, che poi ne dimostrava dodici, fece scalpore. La prima uscita che facemmo insieme fu una cena a quattro con Igor e Vera Stravinsky. La seconda sera andammo a cena con Audrey Hepburn che stava facendo Sabrina. Io naturalmente ero terrorizzato, però ero abbastanza intelligente da stare zitto. Prendevo mentalmente nota di come erano fatti, ho un talento per l’osservazione visiva, mentre Chris riusciva a ricordare i dettagli, a ricostruire un carattere”.

 

Qualche volta meglio. “Truman Capote era adorabile. Lo conobbi nel ’55, era all’apice del suo successo, ero molto intimorito, avevo letto i suoi racconti e mi sembrava una persona così sofisticata; venne un giorno a colazione da noi, mi ricordo che cucinammo noi il pranzo, e alle quattro eravamo ancora a chiacchierare. Fu molto gentile, e saputo che era la mia attrice preferita mi portò a cena di Jennifer Jones”. Al contrario, “Gore Vidal mi ignorò del tutto. E fu un’ottima educazione, perché capii subito che sarebbe stata una cosa che avrebbe potuto accadere con molti, e per molto tempo. Poi diventai però molto amico del suo fidanzato, Howard Austen, che era una persona molto carina”.

 

L’educazione sentimentale funziona. “Io ero molto bravo a scuola ma totalmente ineducato, non avevo mai letto un libro intero in vita mia. Con Chris cambiò tutto, notò che sapevo disegnare bene, mi spinse a iscrivermi all’accademia, l’unica che c’era a Los Angeles all’epoca, e cominciai a ritrarre i suoi amici. Mi interessava solo ritrarre persone, non altro. Io ero abituato a copiare dalle foto dei miei attori preferiti che trovavo sulle riviste, ma dal vivo era tutta un’altra cosa”. “In accademia andavo con una piccola Talbot Sunbeam Cabriolet che Chris mi aveva passato perché lui si era comprato una grande Ford turchese con capote bianca”. Era patito di macchine, Chris? “No, ma aveva capito che andare in giro con una spider lo rendeva più attraente. Io però con la sua Talbot all’accademia ebbi un grande successo”.

 

Solo lo zucchero bianco raffinato, non di canna, è un dettaglio che lo inchioda a una generazione californiana lontana

I due viaggiano e lavorano tantissimo, superando difficoltà anche sentimentali e doganali. “Prima di portarmi in Europa Chris aspettò che avessi ventun anni, la maggiore età era 18 ma io ne dimostravo meno: e poi lui aveva avuto dei problemi col suo precedente fidanzato tedesco, Heinz”; quello celebre espulso e incarcerato in vari stati europei. Invece con Bachardy tutto funziona meglio: “Col tempo la nostra collaborazione si è fatta più stretta. Chris si era messo a scrivere sceneggiature per Hollywood e io all’inizio le battevo a macchina, feci un corso da dattilografo e divenni bravissimo”. Poi da battere a macchina si mette proprio a scrivere: “Insieme abbiamo fatto il Frankenstein televisivo del 1973, l’unico che sia stato prodotto. Ma lavorammo insieme a tante sceneggiature, per esempio a una versione di ‘Belli e dannati’ di Fitzgerald, e allo spettacolo teatrale tratto dal libro di Chris, ‘A meeting by the river’. A me venivano bene anche i titoli, ‘Down there on a visit’ è mio, ‘A single man’ è pure mio”.

 

“A Single man” è suo anche per altri versi: “Verso i vent’anni, dopo che mi ero letto tutti i libri di Chris in cui scriveva di tutti i suoi amori giovanili, mi sentii improvvisamente impoverito, e decisi che dovevo anch’io concedermi lo spazio per qualche relazione. Non fu facile, ma alla fine Chris accettò”. Ne venne fuori un libro in cui un maturo professore di inglese perde il suo fidanzato e si ritrova in tremenda solitudine (Isherwood aveva insegnato in varie università di California).

 

In generale però i due si amarono molto e con ménage molto meglio di tante coppie soprattutto hollywoodiane: il loro amore è finito nei libri, nel cinema, alla radio. I volumi di “The animals” con le loro lettere sono finiti pure in un podcast (lo scrittore era “un vecchio cavallo, e io ero un gatto bianco”, riepiloga Bachardy), le lettere sono tantissime, sono in terza persona, sono messaggi in codice, “avevamo questo nostro mondo immaginario e segreto che era solo nostro, questi personaggi che erano solo nostri, animali, appunto”, e però tutto viene pubblicato, perché come nelle grandi coppie di successo funziona l’amore ma anche il business.

 

"Chris mi portava dappertutto, non mi nascondeva. E vedere quel signore di quarantotto anni con un diciottenne fece scalpore"

“Chris si alzava presto, lavorava soprattutto la mattina, se perdeva la mattina gli sembrava di aver sprecato la giornata. Dormivamo sempre insieme”. “Io leggevo e lui mi spiegava tutto, leggevo ‘Guerra e Pace’ e lui mi spiegava la Russia”; se si guardano le cronologie, una produttività impressionante: mostre e sceneggiature e premi e viaggi uno dietro l’altro, senza perdere tanto tempo dietro le crisi sentimentali, anzi queste diventano poi libri e film di successo. “Tom Ford venne qui, è stato davvero bravo, ‘A single man’ era davvero un romanzo difficile da trasporre al cinema”. Lo ha ritratto. Insieme a tante altre celebrità di prima e seconda generazione. “Angelina Jolie venne qui che era incinta del primo figlio. Con Chris eravamo amici di suo padre Jon Voight ed eravamo andati al suo matrimonio con l’attrice Marcheline Bertrand. Fu lei che la mandò qui a farsi fare questo ritratto, ma lei voleva un nudo e fu molto imbarazzante, si spogliò completamente, così, senza dire niente, io l’avevo vista ragazzina e adesso avevo questa attrice superfamosa nuda col pancione davanti a me”.

 

Adesso Bachardy lavora alla sua prossima mostra, nello studio che guarda la spiaggia. Suona il telefono. “Mi chiamano continuamente agenzie e imprese, per comprare il terreno. E’ uno strazio. Vorrebbero spianare tutto, ma io dove lo trovo un posto così meraviglioso per vivere e lavorare”. Pare che il terreno sia a rischio frana, o è una voce messa in giro dalla speculazione edilizia. “L’importante è che il canyon resista finché sono vivo io”, dice. Intanto sulla spiaggia di fronte i pischelli sono sempre lì, cristallizzati nei loro sedici anni.

 

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