Le culle del marchese de sade

La cameretta di un bambino con la tata diventata padrona. Un bestseller, un Pulitzer, un classico

Le culle del marchese de sade

Nessuno è eroe agli occhi del proprio maggiordomo. Capita di ritrovarsi, infatti, in mutande. Ogni bimbo – al contrario – diventa Ulisse tra le braccia della propria nutrice. Sia essa Tata-Masoch, Baby-Sade o un Angelo Custode.

 

A un’estranea – stipendiata, assoldata, schiava perfino – è affidata l’assoluta intimità del focolare domestico che non è, certo, il talamo, bensì la cameretta dove dormono, crescono e diventano grandi i figli. Per poi andarsene via, adulti tra gli adulti, e lasciare così – nella parentesi che è propria delle “cose” trascorse – le esistenze delle balie, delle tate e delle baby-sitter. Cose tra le cose.

 

George Wilhelm Friedrich Hegel sa come spiegare la dialettica servo-padrone ma la condensa alchemica di paideia, pannolini e pappa – a presidio della vita – reclama un diverso approdo semantico.

 

Tre donne. Una è schiava, una è una disperata assassina, una un angelo custode tra le devastazioni della Rivoluzione russa

La coscienza di sé del servo tracima nella signoria, infatti: la consapevolezza di Sancho Panza rispetto all’abbacinante delirio di don Chisciotte. La chiamata a servizio delle donne, invece – la cui tenerezza, dal latte alle cacche, è pura pratica di scetticismo – s’innesta nel sangue altrui. Con conseguenze di prossimità parentali se le Dame – com’è ovvio tra le famiglie di solida educazione – si ritrovano a restituire le cucchiaiate di pappa alle cameriere che le avevano viste bambine.

 

Invecchiate in casa, le donne a servizio, sono adesso accompagnate ai loro ultimi giorni, servite al capezzale da chi – nella sequenza dialettica servo-padrone – aveva avuto i servigi dovuti al privilegio.

 

Conseguenze di prossimità totale, dunque. Come nella salvezza, ed è la Cura. E così nel pericolo. In uno spettro di sfumature che – tra balie, tate e baby-sitter – pencola da Tata-Masoch a Baby-Sade. In equilibrio sull’Angelo custode.

 

"Come le mosche d'autunno" di Iréne Némirovsky, con la vecchia tata dei Karim travolti dall'avvento del comunismo in Russia

Sono conseguenze di prossimità letterarie. Con tre donne tre – tre personaggi, una delle quali in carne e ossa – diventate paradigma: Eudocia, Louise e Tatjana. Una è schiava – realmente tale nell’America di oggi – una è una disperata assassina nel racconto della Parigi dei nostri giorni e poi – sullo sfondo, come a radicarsi nella contemporaneità – il racconto di un vissuto: quello di un’anima candida, un vero angelo custode, tra le devastazioni della Rivoluzione russa.

 

Eudocia, Louise e Tatjana sono le protagoniste di tre drammatiche storie pensate da tre scrittori diversi per storia, biografia e provenienza.

 

Tatjana Ivanovna è la vecchia njanja che ha servito per oltre cinquant’anni l’aristocratica famiglia russa dei Karim travolti dall’avvento del comunismo in Russia, la cui storia è narrata, non senza riferimenti autobiografici, da Irène Némirovsky nel racconto, “Come le mosche d’autunno” (in Italia edito da Garzanti).

 

Louise è l’inquietante protagonista di un libro presto diventato bestseller internazionale: “Ninna nanna” (Rizzoli editore). E’ una storia raccontata con stile rigoroso e asciutto da Leïla Slimani, scrittrice di origine marocchina naturalizzata francese.

 

“La nostra schiava di famiglia” (in Italia pubblicato da Internazionale) scritto da Alex Tizon, un giornalista americano di origini filippine, premio Pulitzer, racconta di Eudocia Tomas Pulido, per tutti Lola. Cresciuto da lei, accudito da lei, Tixon confessa il segreto di famiglia: dalla primavera del 1943, quando Lola appena diciottenne viene regalata dal nonno di Tizon a sua madre per sfuggire ad un matrimonio combinato. Da quel momento in poi, subito schiava.

 

Un solo filosofo per dipanare la dialettica del maggiordomo, tre capitoli della letteratura – tre inconciliabili prospettive – per decifrare tre donne. E con loro tre luoghi geografici per destinarsi agli enigmi dell’anima.

 

"Ninna nanna", una storia raccontata con stile rigoroso da Leïla Slimani, scrittrice di origine marocchina naturalizzata francese

La schiava, dunque. Da un villaggio di campagna nella provincia di Tarlac, terra di risaie nelle pianure settentrionali di un’isola delle Filippine, inizia il lungo viaggio di Lola. I Tizon da Manila si trasferiscono in America e le promettono soldi per costruire una piccola casa di cemento. Lola accetta ed è subito Tata-Masoch: alzarsi prima del resto della famiglia, gestire cinque bambini, e andare a dormire per ultima. Indossare solo abiti usati, mangiare da sola gli avanzi in piedi in un angolo della cucina. Preparare i pasti, pulire la casa, accudire i marmocchi, senza mai un soldo nei cinquantasei anni che ha trascorso con loro, fatta oggetto di frequenti, aspri rimproveri, picchiata da quella che agli occhi degli amici americani, era una coppia modello: lui laureato in legge, impiegato al consolato di Los Angeles, lei tecnica di laboratorio e poi medico amato dai suoi pazienti. Senza mai lamentarsi della sua condizione, Lola.

 

La disperata assassina, quindi. Myriam e Paul cercano una baby-sitter per i piccoli Mila e Adam. La signora, dopo la nascita del piccolo ha bisogno di aiuto. E’ molto esigente, non vuole clandestine, né donne troppo vecchie, o fumatrici, e neppure – Myriam è magrebina – arabe come lei. Non vuole che si instauri una complicità ambigua di cattivo auspicio per la gestione dei bambini, non ama la solidarietà tra connazionali, rischia di falsare i ruoli di ognuno. La prescelta è Louise. E’ allegra e disponibile, ha catturato subito la piccola Mila chiamandola principessa. E’ vedova con una figlia di vent’anni, è disponibile a fare qualunque orario, adattandosi alle esigenze di Myriam.

 

L’ancella – l’angelo custode – infine. La Russia di Tatjana prossima a cadere nelle convulsioni feroci della rivoluzione, è bianca di neve, gli abeti del parco della casa dei Karin di cui lei conosce ogni fessura, ghiacciati dal freddo sembrano statue in corteo, la slitta trainata dal cocchiere conduce i due ragazzi al loro destino, mentre Tatjana affida a Dio le loro giovani vite tracciando un ultimo segno di croce nell’aria gelida.

 

I luoghi: Parigi, la Francia. La città di Miryam è declinata tutta al femminile, è una Parigi abbastanza ostile verso le madri sperdute nella modernità. La giovane donna si è laureata in legge a pochi giorni dal primo parto, ma ha deciso di dedicarsi interamente ai bambini mentre Paul comincia una carriera nel campo discografico come arrangiatore dei suoni con grande entusiasmo e tenacia. Accade ciò che è prevedibile. Lui raccoglie i risultati del suo talento, lei è piena di rimpianti per le occasioni perdute e comincia a invidiare la sua possibilità di dedicarsi alla realizzazione dei suoi sogni. Non si cura più, è trasandata, i bambini cominciano a pesarle fin quando non incontra un collega di università che le propone di lavorare con lui, ricordando la sua bravura di promettente studentessa di legge. Supera le riserve di Paul, gli serba rancore per la sua incapacità a comprendere i suoi bisogni ma arriva Louise. Ecco, è Baby-Sade.

 

I luoghi, cosmopoliti e disintegrati. La famiglia Tizon è un perfetto esempio di mimetizzazione borghese. Celare fuori quel che accade tra le mura di casa. Sforzarsi di essere dei bravi genitori e intanto disprezzare Lola, maltrattandola davanti ai figli. Si innesca un meccanismo perverso, il giovane Tizon, ormai capisce che c’è qualcosa di strano nella situazione di Lola. Se vi sono ospiti a casa la si presenta come una parente delle Filippine molto timida, che aiuta la famiglia ma non ama comparire. Ma soprattutto è il rapporto tra Lola e i bambini a divenire sempre più profondo. E’ Lola che li accudisce nelle lunghe giornate che i genitori trascorrono a lavoro, che li cura quando si ammalano, che conforta la madre quando il marito la lascia, anche se lei continua a trattarla male, anzi: Lola le cucina i suoi piatti preferiti.

 

I luoghi, cosmopoliti e integrati. Anche Louise è una donna piena di attenzioni per i bambini di Paul e Myriam. Ne ha capito i caratteri, ne smussa le asperità, è paziente con loro quando fanno i capricci, si inventa giochi sempre diversi che li affascinano e catturano la loro attenzione. Myriam è felice, lavora con grande entusiasmo e la mattina saluta i bambini, certa di averli affidati in buone mani.

 

Queste storie intrecciano vita e morte. Il fatalismo della vecchia njanja russa che in ogni avversità della sua esistenza, pallido riflesso dei fatti sconvolgenti di cui è una trascurabile comparsa, si affida a Dio con la fede salda di chi accetta senza domande o rivolte.

 

L’abnegazione della mite Lola, la dolcezza come unica risposta all’offesa, la mansuetudine opposta al torto costituisce l’identità di quella donna che non aveva mai ricevuto denari per il suo lavoro, né intrecciato relazioni amorose, ormai senza più legami con la sua famiglia di origine.

 

Louise è delle tre apparentemente quella meno coinvolta. Lavora in modo inappuntabile, si occupa di tutto, previene le esigenze dei bambini, sa ancora cucinare piatti prelibati quando la giovane coppia riceve i propri amici. La vita sembra rotolare su un piano inclinato senza asperità. 

 

Tre modi di descrivere la totale dedizione di una donna verso una famiglia che l’ha accolta. Il modo dell’anima russa di Irène Némirovsky, la cui famiglia di facoltosi ebrei, come i Karim del racconto, aveva dovuto lasciare la propria patria al crollo dell’autocrazia zarista.

 

La sensibilità piena di rimpianto per un mondo irrimediabilmente perduto, affidato al ricordo della fedele Tatjana che ormai vecchia e stanca accetta di raggiungere a Parigi i suoi amati Karin, cucendo nell’orlo della gonna i gioielli di famiglia, unico bene salvato nel disastro degli eventi che possa permettere un faticoso nuovo inizio ai sopravvissuti. Tatjana non ha esitazioni, sa che Dio proteggerà il suo viaggio come ha sempre protetto la famiglia e se qualcosa di brutto accade, è sempre la volontà di Dio a volerlo e dunque bisogna accettarlo.

 

Ancora Francia. Lola fino all’ultimo rimane nella casa dei Tizon, confidente discreta della madre quando il marito la lascia, baluardo nei frequenti litigi che caratterizzano il suo secondo matrimonio, pronta a sfidare le ire di lui e a riportare la calma. Assiste la sua “padrona” sul letto di morte e ne accoglie l’ultimo gesto, la mano tremante poggiata sulla sua testa, ringraziamento tardivo e misterioso suggello di un rapporto noto solo alle due donne.

 

Louise cela pure a se stessa il vuoto della sua vita, la solitudine che l’avvolge come un sudario funereo. Il marito la maltrattava spesso, disprezzava il suo lavoro: raccogliere merda e vomito di neonato. Era morto lasciandole solo una montagna di debiti. Con la sua unica figlia, Stéphanie, non erano mai andate d’accordo. Era sparita di casa, non si era più fatta viva né lei l’aveva cercata. Stava bene così.

 

Il segreto di Tixon, cresciuto da Lola: è "La nostra schiava di famiglia" di Alex Tizon, giornalista americano di origini filippine

L’abnegazione sa diventare devastante quando si nutre di solitudine. Louise non vive al di fuori della casa di Myriam, non ha nessuno, vive in un fatiscente monolocale. Si identifica totalmente nella vita della giovane famiglia ma lentamente si accorge che è destinata a veder rimpicciolito il suo ruolo quanto più i bambini crescono, vanno a scuola, si rendono autonomi. Il baratro l’afferra. Si chiede che ne sarà di lei. Quando nessuno in quella casa avrà più bisogno delle sue attenzioni, e i giochi che tanto divertivano i bambini finiranno con l’annoiarli. Cosa ne sarà? Il senso ancestrale della protezione capovolto: il cucciolo corre festante incontro alla Cura e questa, mostrando il suo volto segreto – la disperazione – uccide.

 

Ancora Russia. Tatjana impiega tre mesi per ricongiungersi ai Karim in un viaggio pericoloso ed estenuante lungo la Santa Patria devastata, ricongiungersi è l’ultimo regalo che può loro fare. La sua memoria sempre più stanca, è un palcoscenico dove si affollano volti di donne e uomini morti da lungo tempo, il mondo irrimediabilmente perduto.

 

Ancora America. La schiavitù di Lola finisce con la morte della sua padrona, gli ultimi anni della sua vita li passa nella casa del giornalista che l’accoglie con gioia e le insegna la libertà. Può piantare fiori in giardino, dormire in una stanza tutta sua, comprarsi quello che vuole. Impara a leggere, si diverte a fare giochi enigmistici, va in vacanza con la famiglia, ama le figlie di Tizon e si appassiona a tutti i piccoli eventi che le riguardano. Lola muore di infarto a 86 anni, Tizon riporta le sue ceneri nel lontano villaggio di campagna che aveva lasciato tanto tempo prima.

 

Di nuovo Russia. Tatjana il 25 dicembre del 1920, quattro anni dal giorno in cui Kiril e Jurij l’avevano salutata per andare a combattere, esce di casa, percorre le strade che la conducono sul Lungosenna, scende le scalette e continua a camminare, senza fermarsi, convinta che sarebbe bastato attraversare il fiume gelato, che sempre lo era in quella stagione, per tornare a casa. Quando l’acqua le arriva alla vita, è troppo tardi, rimane solo il tempo di un segno di croce.

 

Di nuovo Francia. Louise ha ucciso i bambini, ha dato la morte e ha cercato di uccidersi. Giace in un letto d’ospedale incosciente, si è tagliata i polsi e piantato un coltello in gola: “La morte non ha voluto accoglierla.”

 

Ognuno è eroe agli occhi della propria disperazione. Capita di ritrovarsi, infatti, ad andare incontro alla morte. Nella prossimità intima delle “cose” trascorse.

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