Anni Cinquanta, omicidio di mafia a Palermo

L'arsenale delle leggi antimafia

Salvo Toscano

Contro Cosa nostra un fuoco di norme micidiali. La risposta dei giuristi a quei pm che lamentano l’inadeguatezza delle leggi per battere il crimine

Iquaderni delle doglianze sono spessi e fitti. E vengono declamati a ogni buona occasione. Riaccendendo a intermittenza un dibattito tutt’altro che scontato. Il grido di dolore è quello dei magistrati antimafia, o almeno di quelli che come Roberto Scarpinato, procuratore generale da Palermo, o Nino Di Matteo, fresco di nomina alla Direzione nazionale antimafia nonché pm del processo sulla Trattativa, lamentano i limiti della normativa che non offre strumenti adeguati alla lotta dell’eterno mostro. Anzi, che non permettono “il salto di qualità”. Così diceva qualche giorno fa Di Matteo, ammettendo che “sono stati fatti dal ‘92 a oggi dei passi in avanti notevoli nella repressione della cosiddetta mafia militare” ma che si deve compiere “un salto di qualità nell’azione di contrasto alla mafia e al sistema criminale integrato mafioso-corruttivo”. Per farlo servono le leggi, quelle che centrodestra e centrosinistra negli ultimi anni non hanno varato, lamentava la toga palermitana all’assise sulla Giustizia organizzata alla Camera dal Movimento 5 stelle. La stessa dove Pier Camillo Davigo con la consueta cifra rinfacciava ai vari governi che si sono succeduti dai tempi di Mani pulite di aver “reso più difficili le indagini e i processi sulla corruzione” con tanto di “leggi cambiate per fare assolvere gli imputati. Centrodestra e centrosinistra si sono sempre dati da fare non per contrastare la corruzione ma per contrastare le indagini sulla corruzione. Con una fondamentale differenza: il centrodestra le ha fatte così grosse e così male che di solito non han funzionato. Invece il centrosinistra le ha fatte mirate e ci ha messo se non in ginocchio almeno genuflessi”.

 

Le leggi non bastano mai, a sentire le ragioni di una parte della magistratura. Solo pochi giorni fa in un convegno a Palermo con un parterre d’eccezione, Scarpinato lamentava “gravi cadute del livello di tutela nel contrasto all’economia illegale”, imputando la resa a una “torsione economico-centrica del diritto”. Tradotto in soldoni: sacrificando la giustizia al dio denaro, si combattono meno i criminali.

 

E dire che proprio nei giorni dei convegni romano e palermitano, il Parlamento votava in via definitiva la riforma Orlando della Giustizia, che tra l’altro dilata con grande generosità i tempi della prescrizione, permettendo di rosolare alla sbarra gli imputati (di professione) per qualche annetto in più. Non basta, evidentemente. D’altronde, sul tema lo stesso Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, prima del sì definitivo aveva osservato che “allungare di un po’ i tempi di prescrizione rischia solo di allungare i processi». Quello che serve davvero, ha detto lo stesso Roberti, è approvare le modifiche del codice antimafia, che da un pezzo cammina a passo di bradipo in Parlamento.

 

A Roma e a Palermo si leva la voce dei magistrati. Scarpinato: "Gravi cadute del livello di tutela nel contrasto dell'economia illegale"

Nuove norme, più adeguate alle esigenze dei tempi, sono certo auspicabili. Ne passa però da qui al trasmettere il messaggio che in questi anni la politica non ha saputo o peggio voluto varare misure di contrasto alla criminalità organizzata. Una visione della storia che in fondo fa pendant con le teorie trattativiste dell’indicibile patto tra stato e mafia che avrebbe garantito a quest’ultima un sostanziale salvacondotto.

 

Si è permesso di farlo notare sulle colonne del Giornale di Sicilia Costantino Visconti, docente di Diritto penale, allievo di quel Giovanni Fiandaca considerato l’eretico per antonomasia dagli ultras dell’antimafia. Sul tema, il giurista ha asserito che in realtà contro la mafia, o meglio le mafie come va più in voga dire di questi tempi, esiste un “arsenale normativo micidiale”, “un patrimonio di cui dobbiamo andare orgogliosi e che va difeso”.

 

La presa di posizione di Visconti ha indotto Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, a scrivere al quotidiano palermitano polemizzando con il giurista e prendendo le parti di Di Matteo, ricordando l’esposizione del magistrato “nel mirino di Riina”. “Come mai – scrive tra l’altro Maggiani – oggi i mafiosi, anche rei di strage, non sono più al 41 bis e godono di sconti vergognosi nelle loro pene da scontare?”.

 

Dal canto suo, Visconti ha risposto sulle medesime colonne sottolineando come le “numerosi leggi antimafia succedutesi negli anni sono state approvate sotto governi e maggioranze parlamentari di diverso colore politico” e argomentando su come negli anni sia stata portata avanti “un’attività di contrasto contro la criminalità organizzata stabile e continuativa”.

 

Esiste o no l’arsenale antimafia della discordia? In effetti, scorrendo la produzione normativa dell’ultimo quarto di secolo, è arduo negare che tanto sia stato fatto. L’elenco è lungo, e lo stesso Visconti soccorre nel passarlo in rassegna. Ci sono anzi tutto le norme che aggrediscono il patrimonio dei mafiosi, instaurando un’inversione dell’onere della prova, con procedimenti slegati da quelli che accertano le responsabilità penali personali. In parole povere, sequestri e confische seguono un loro iter processuale che prescinde dalle condanne nei processi penali che accertano le responsabilità personali. Nei primi anni Novanta si è introdotto lo scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose, si è istituita la Procura nazionale antimafia e soprattutto sono nate le direzioni distrettuali antimafia (Dda), essenziali nel contrasto alle cosche.

 

La chiosa del capo della procura di Milano, Francesco Greco: "Vai sul reato che vedi e non fermarti al reato che vorresti vedere"

E ancora, nel 2001, sono state introdotte ulteriori incentivazioni delle collaborazioni attraverso sconti di pena. Norme che impongono un prezzo non indifferente nel comune sentire, basti pensare alla ferita nell’opinione pubblica nell’apprendere l’anno scorso del permesso premio per capodanno di cui beneficiò Giovanni Brusca, a una manciata di giorni di distanza dal ventesimo anniversario di uno dei suoi delitti più atroci, l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, fatto strangolare e sciogliere nell’acido a quattordici anni dopo 779 giorni di prigionia. Un boccone amaro da digerire, un pezzo pagato per infliggere alle cosche colpi che non sarebbero stati pensabili senza i collaboratori di giustizia.

 

L’inventario dell’“arsenale” prosegue con il 2002, anno della “stabilizzazione” del 41 bis, il regime di carcere duro per i mafiosi, tacciato all’estero di parentele con la tortura (e recentemente censurato in diverse sue parti da una commissione del Senato guidata da Luigi Manconi che ne rilevò taluni aspetti incomprensibili) ma utile a evitare che i mammasantissima continuassero a dettare legge da dietro le sbarre. L’elenco continua con l’introduzione dell’aggravante mafiosa in tutta una serie di reati e con la disciplina del voto di scambio politico mafioso introdotto nel ‘92 e riformulato nel 2014. E ancora la legge 109 del ‘96 che prevede la destinazione a fini sociali dei beni confiscati e poi, sempre in tema di misure di prevenzione, nella prima decade degli anni 2000 l’introduzione della possibilità di aggredire i beni anche degli eredi dei mafiosi nonché di procedere alla “confisca per equivalente”. E infine la creazione nel 2010 dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati, che però ha fatto riscontrare nei primi anni di vita diverse criticità.

 

In sintesi, per citare un passaggio di uno scritto dello stesso Visconti, un impianto di norme “sovente sbilanciato in favore della tutela della sicurezza, con un’inevitabile compressione delle istanze di tipo individual-garantistico”. E’ anche questo, un certo stritolamento delle garanzie, il prezzo che lo stato ha pagato per contrastare l’emergenza mafiosa. Un prezzo “necessario”, ha scritto lo stesso Visconti, “tenuto conto del radicamento delle mafie nei mondi vitali della società italiana”. Un prezzo non da poco che va rivendicato senza sminuirlo.

 

“A queste norme penali vanno aggiunte anche le interdittive prefettizie antimafia. Diciamo che sul versante del processo penale e delle misure di prevenzione di tipo penale e amministrativo c’è un arsenale che non lascia varco”, ribadisce Visconti.

 

Il dibattito è aperto. Certo, i risultati raggiunti nella lotta alla mafia, soprattutto a Cosa nostra, sono abbastanza evidenti. Così come appare abbastanza chiaro che la mafia siciliana, pur rimanendo pericolosa e sanguinaria come rammenta il recente omicidio di Giuseppe Dainotti a Palermo, si sia in qualche misura indebolita nell’ultimo quarto di secolo. Un ridimensionamento di cui si trova traccia persino nella retorica dei prìncipi dell’antimafia politica, come quel Leoluca Orlando che ha impostato la sua recente (e vincente) campagna elettorale sull’allarme di un possibile ritorno mafioso al potere, agitando lo spauracchio dell’ex governatore Totò Cuffaro ma ripetendo a mo’ di mantra che “la mafia è ancora pericolosa ma non governa più Palermo”. E non è poco, converrà anche lui.

 

In questi anni, accusano i pm, la politica non ha saputo o peggio voluto varare misure di contrasto alla criminalità organizzata

Salvatore Lupo, storico e coautore con il giurista Giovanni Fiandaca di un volume poco apprezzato dalla parte più oltranzista del movimento antimafioso, dall’emblematico titolo “La mafia non ha vinto”, sollecitato sul tema la mette così: “La fase storica è cambiata. E questa è la solita lagna che non si fa niente, che non è successo niente… Tutti quelli che fanno finta di pensare che siamo nella stessa fase storica di quarant’anni fa sbagliano. Perché il più delle volte sono in buona fede. O perché mentono”.

 

Una valutazione a cui segue un post scriptum ancora più tranchant: “L’antimafia oggi non significa più niente. Significava qualcosa quando era una posizione di minoranza”, commenta lo storico Lupo.

 

Intanto, proprio in questi giorni, è approdato nell’aula del Senato il nuovo codice antimafia, che vaga in Parlamento ormai da anni. Una riforma che introdurrebbe novità significative proprio sulla normativa che riguarda i beni sequestrati e confiscati alle cosche, un fronte su cui le leggi in vigore hanno mostrato segni di invecchiamento, essendo nate per lo più in una stagione in cui la “roba” dei mafiosi era prevalentemente il mattone. “Noi abbiamo una cassa degli attrezzi che è fatta su misura per i Corleonesi, che investivano nei terreni, nella vigna, nella casa – spiegava un anno fa Claudio Fava, vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia –. Noi con questi attrezzi ora dobbiamo gestire la grande distribuzione, dove ci sono in ballo centinaia di posti di lavoro, e si resta in braghe di tela. Su questo siamo politicamente e culturalmente in ritardo”.

 

In quella stessa intervista a LiveSicilia, Fava però faceva notare che sul fronte della lotta a Cosa nostra “di spallate lo stato è riuscito a darne, la generazione dei vecchi notabili, a parte Messina Denaro, è tutta finita in carcere. I capi di vent’anni fa sono tutti in galera”. Come a dire che se c’’è un “arsenale” questo ha funzionato, ma ciò non esime dall’esigenza di un tagliando.

 

Un dato che emerge dall’abbondante convegnistica di settore è l’incrocio sempre più robusto tra il contrasto alla criminalità organizzata e le indagini sui reati patrimoniali. Nel citato incontro di studi organizzato a Palermo qualche giorno fa col patrocinio della Scuola della magistratura, introdotto dalla relazione di Scarpinato che denunciava le “gravi cadute nel contrasto all’economia illegale”, ha parlato anche Francesco Greco, procuratore di Milano. “Quello che dovrebbe accomunare noi e tutte le procure – ha detto tra l’altro nel corso del suo intervento il capo della procura meneghina – è che dobbiamo concentrarci su reati patrimoniali, che sono spia di tante cose. In una città come Palermo, quella zona lì è una zona che si interconnette con tutte le forme di criminalità”. Al riguardo, Greco si è soffermato sull’esperienza milanese e sugli ultimi processi portati avanti “senza enfatizzazioni”. Con una chiosa pungente che nell’ambiente giudiziario palermitano non è passata inosservata: “Vai sul reato che vedi e non fermarti al reato che vorresti vedere – ha detto Greco –. Perché a volte per voler vedere certi reati che immaginiamo, perdiamo di vista i reati che abbiamo davanti”. E quando si sbaglia la mira non c’è arsenale che tenga.

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