La tragedia salvata dai comici

Intervista a Ficarra e Picone, che al Teatro greco di Siracusa portano in scena “Le rane” di Aristofane

La tragedia salvata dai comici

Senza la commedia sarebbe un vero dramma per la tragedia. Senza Salvo Ficarra e Valentino Picone – freschi premiati del SuperCiak d’oro – sarebbe un grande guaio per il 53° ciclo di rappresentazioni al Teatro Greco di Siracusa.

I due allestimenti di questa stagione – i Sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide – si sono rivelati infatti due sofferte astruserie.

Due mirabili registri del canone classico – scelti da Luciano Canfora – da gustare, a momenti, come due audio-libri (pur di non subire tutto quel provinciale prêt-à-porter dei costumi di scena) sono stati come due letture da ascoltare al buio. Ma l’inarrivabile concerto di vestigia – blasone dell’Inda, l’Istituto nazionale del Dramma antico – dove “tutto è bello anche quando non si capisce nulla” ha tenuto il pubblico col tanto d’occhi sulla scena con i soli attori (comunque incolpevoli, ma bravissimi) a patire lo sperimentalismo dei registi: Marco Baliani per Eschilo, Valerio Binasco per Euripide.

 

Prova di maturità. “Quest’anno è uscita per noi la prova di greco. Un’esperienza che non entra nel curriculum ma nella vita”.

La commedia, dunque, in aiuto alla tragedia. “Per quest’anno è uscito il greco!”, dice Salvo Ficarra cui simbolicamente consegniamo – quale viatico – La lingua geniale, il bestseller di Andrea Marcolongo.

Il comico in innesto di catarsi, quindi. “Ora che ci penso”, sopraggiunge Valentino Picone – anche lui con “le nove ragioni per amare il greco” – “al liceo, ai miei tempi, non capitò mai di mettere in scena la commedia greca, è la mia prima volta…”.

E allora è uscito il greco: “Un’esperienza, questa, che non entra nel curriculum ma nella vita!”. Un’idea di Roberto Andò, direttore artistico della stagione, quella di affidare questo terzo squillante titolo in cartellone – Le rane di Aristofane – ai due autori-attori. Andò, arrivato a Siracusa in corso d’opera – giusto per assestare i necessari accorgimenti della propria arte – gongola e si gode la riuscita alchimia.

La compagnia e lo stesso contesto d’inarrivabile magnificenza del teatro, in un vortice di elettrica complicità, già dalle prove, concorrono alla stessa meta: “Fare ridere da subito, e mettere in chiaro con gli spettatori il meccanismo politico di sorprendente attualità voluto da Aristofane quando al pubblico di due millenni fa pone una questione: domandiamoci chi possa salvare Atene”.

 

Parlano la stessa lingua – geniale va da sé – Ficarra e Picone: “E’ quella del liceo!”. Salvare Atene, salvare il passato e “salvare anche la città di oggi. La domanda è la stessa, stesso è il meccanismo comico”.

L’intesa tra Salvo e Valentino è così perfetta che suona stucchevole distinguere le loro parole con “dice uno” e “dice l’altro”. E all’unisono, infatti, esprimono la stessa emozione: affidarsi a Giorgio Barberio Corsetti. E al regista – una garanzia di filologia – i due ragazzi nati stanchi, insieme al gruppo degli attori e agli studenti del coro, guardano come al presidente della commissione della licenza liceale.

Sono felici, Salvo e Valentino: “Si vede troppo, l’ansia ci pervade – lo sappiamo – ma il canone alto è tutto da rispettare. Una cosa è leggerlo, Aristofane, un’altra è interpretarlo; siamo qui per imparare e arrivare preparati alla prima. Rispettando le parole per come sono state vestite dalla creatività e dal genio di Aristofane”.

Le parole, e il liceo. Come nella traduzione, Rocci alla mano: “Sì, Padrone”, recita Xantia, “quelli sono gli iniziati di cui si narra che si trastullino a festa…”.

 

Per Aristofane prima viene Sua Maestà la Battuta e poi, incassata la risata, la commedia offre l’amarognolo del messaggio

Il clima è quello, il liceo: è uscito il greco ed è una prova di maturità classica ma Salvo e Valentino, convocati nel pomeriggio di solido caldo tra le pietre di Siracusa, sono collaudati: temerari al punto di toccare tutti i registri del mestiere – dal cinema al teatro, fino al situazionismo di “Striscia la notizia” – per la prima volta sono chiamati a dismettere le proprie maschere e dare corpo alla macchina comica di Aristofane, il vertice della sovversione aristocratica, l’unico in grado di sforbiciare il pelo ai barbagianni della filosofia, della poesia e – giustappunto – della tragedia. Morto Euripide nessuno più sa cantare col capro e non resta altro che andarlo a prendere da laggiù – dagli inferi – e portarlo quassù, tra gli umani.

Così è, e così è sempre stato. Dioniso e il suo servo Xantia se ne scendono tra i morti per riportare alla vita il grande tragico e salvare finalmente la poesia. “Padrone”, domanda Xantia, “che faccio, ne dico una delle mie e faccio ridere tutti?”.

Così è, e così è sempre stato. Ed è ben chiaro il proposito editoriale di questo allestimento: nessuna concessione al gioco della facile popolarità dei due professionisti. Non sono due macchiette, Ficarra e Picone, sono due signori dello spettacolo. La loro scrittura altro non è che una magnifica idea di Roberto Andò che già cammina da sola. Non c’è un ruffiano marketing, perfettamente inutile in un teatro come questo sempre ricco di cassetta. Senza ricordare i loro film – e perciò mettendoli al riparo da un facile vantaggio – già bastano a certificarne la solidità attoriale i fotogrammi disegnati da Giuseppe Tornatore sui loro primi piani. Nel solco dei grandissimi, a Siracusa: Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Salvo Randone (giusto a ricordare quelli di laggiù la cui aura, quassù, resta eterna).

 

 

 

La quarta parete è già rotta: “Un miracolo che si muovano le figure, un miracolo che di tutto il repertorio di Aristofane siano rimaste solo undici commedie, un miracolo che la festa di crassa risata – si va più in teatro che nell’agorà – Il pubblico è preso per mano e trascinato nella tanto maldestra quanto irresistibile discesa all’Ade. Dioniso acconsente: “E va bene, dinne una delle tue purché non cominci al tuo solito, con la cacata immediata, fatta davanti a tutti”. Il capitombolo è immediato: “Prima di tutto, Aristofane docet, c’è sua maestà la battuta; subito dopo, arriva l’amarognolo del messaggio, la mazzata finale”.

Il potente dio – elevato in grado – adopera quella scurrilità che vorrebbe scongiurare al servo, mentre quest’ultimo, chiedendo il permesso, porta legna all’incendio umoristico. Nei primi minuti della messa in scena gli spettatori non trovano ostacoli, anzi: “Il pubblico entra e deve ridere; si ritrova trascinato in un posto conosciuto, la quarta parete che separa la recita dalle gradinate è bella che rotta, tutta la ragione sociale della ditta Aristofane è nella risata”.

La comicità attrezza al meglio la fatica dell’ermeneutica: “E’ incredibile come Aristofane, parlando al suo pubblico, con riferimenti precisi a persone, luoghi e temi del suo tempo, riesca a essere coerente – e rispettoso della metrica – con il linguaggio spregiudicato della libertà di tutti, compresi noi, bisognosi di libertà mentale, civile e culturale in questo nostra era”.

La cacca, i peti: “Certo, nitida e compiuta cacca in scena. L’obiettività della scurrilità che in Aristofane non è mai una scorciatoia, piuttosto un’eleganza”. Ecco, la cacca. E ne stanno parlando giusto loro due che nel loro repertorio di successo – con tanto di record al botteghino – non hanno mai ceduto alla volgarità.

 

Una fatica degna dei veri comici, quella di eludere la banalità. Una speciale finezza dove ci si tiene pronti a innestarsi – come Alberto Sordi – i dentoni alle gengive, e poi vestire il puro dramma di un italiano piccolo piccolo: “Com’è questo Dioniso, opportunista, sbrigativo, molto italiano…”.

Dioniso, interpretato da Ficarra, e Xantia – un ruolo naturaliter di Picone – ripercorrono i tratturi dell’Aldilà come in una macchina del tempo: “Con Aristofane che tutto poteva immaginarsi tranne di arrivare a noi”. A partire dalla sera del 29 giugno fino al 9 luglio, la rappresentazione accompagnerà il pubblico del teatro greco (una media di 110.000 spettatori) nel salto temporale dove tutto il passato è il presente e i defunti di laggiù sono i veri vivi di quassù: “L’unica cosa che si può fare per illudere di grandezza il presente è riportare in vita i morti”.

Xantia è con la X come Xaxa, ovvero Sciascia nella lingua arcaica di Sicilia che coincide con l’ortografia dell’Ellade e giusto a proposito – immedesimatosi in Dioniso – dal mondo di chi non c’è più Ficarra strapperebbe proprio Leonardo Sciascia. Picone, invece, propone un tornaconto personalissimo – “Dalle tombe ne andrei a prendere due, non uno, e sono Charlie Chaplin e Totò; mi farei spiegare da loro la scienza esatta della commedia” – e qui il cortocircuito di volontà e rappresentazione torna alla politica, alla polis: “Aristofane riesce a essere attuale con una commedia di due millenni fa”.

I morti con cui fare i conti oggi sono forse acute malinconie – “Kafka! Cui chiedere come abbia costruito la sua immaginazione, oppure Cervantes, Pirandello…” – oppure assenze che al solo apparire, puf!, riuscirebbero a cancellare il disagio di questa nostra epoca.

La letteratura non serve al bello ma alla salvezza della città. La poesia precede l’analisi del reale: “Sciascia con L’affaire Moro anticipa di due decenni il lavoro della commissione parlamentare, per non dire di Pasolini, e i politici, infine, pensa: al posto degli attuali mettere gli inattuali Aldo Moro, Enrico Berlinguer…”.

E così è, e così è sempre stato. Come con queste Rane dove l’Atene di oggi è l’Italia di ieri: “Cos’è questo teatro se non il tubo catodico di più di due millenni fa?”.

La trama, infine: riportare Euripide in vita è l’unico modo per impedire il declino. Anche Sofocle, e anche Eschilo, sono morti. Sta litigando con quest’ultimo Euripide: “E gareggiano a colpi di versi, l’uno rimproverando all’altro, incongruenze, mancanze, vacuità e nell’eclatante bellezza del dialogo vive il primo esempio di critica letteraria”.

La critica, ecco il punto: “C’è solo una questione, la poesia salva Atene, e Dioniso chiamato a far da arbitro – proprio lui che se n’era sceso agli inferi per prendersi Euripide – ascoltando la tenzone, giudicando con attenzione critica, decide a favore di Eschilo. Prima di risalirsene in superficie, però, si raccomanda con Plutone: il trono di miglior tragediografo dallo a Sofocle, giammai a Euripide”.

La Commedia offre scampo alla Tragedia. E’ un segreto da liceo: Eschilo, Eschilo, ché qui si Sofocle. Attenti alle scale ché sono Euripide (perché poi, se caschi, Tucidide).

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    11 Giugno 2017 - 21:09

    Sono sconcertato ,stupito ,attonito,perplesso ( e il seguito di sinonomi ed altro) che un aintelligenza rara come Buttafuoco non si sia accorto che molto spesso i talenti più spregiudicamente comici sono anche griandissimi attori drammatici. Con pena devo ricordare Totò e moltissimi altri nella storia dell'avanspettacolo infino alla commedia classica e sì alla tragedia . E' il pregiudizio che impedisce di ammettere le grandissime doti drammatiche di molti comici . Saper far ridere e saper far piangere è solo dei grandissimi comici e grandissimi attori drammatici. Ullallallallah , me so impazzido?Urge ricovero.

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