Una trincea italiana durante la Grande guerra. L’editore Gaspari ha appena ristampato in un volume due saggi di Rosario Romeo: “L’Italia alla prova. Risorgimento e Prima guerra mondiale”

L'Italia di Romeo

Guido Pescosolido

Paladino dello stato unitario, politico combattivo in Europa, è stato il maggiore storico del Risorgimento. Da leggere e studiare ancora

Trent’anni addietro, il 16 marzo 1987, scompariva Rosario Romeo, uno dei maggiori storici italiani del Novecento, l’ultimo di una galleria di grandi intellettuali e politici che la Sicilia ha dato alla cultura e alla vita pubblica italiana. Le sue opere storiche spaziano dal Medioevo all’Età moderna e contemporanea, ma la sua fama internazionale resta legata soprattutto ai suoi studi sul Risorgimento, sulle origini e lo sviluppo del capitalismo industriale italiano nell’Otto e nel Novecento, su nazione e nazionalità nella storia d’Italia e d’Europa. 

 

Del Risorgimento è considerato, in Italia e all’estero, il maggiore storico di sempre. Anche se ne colse lucidamente i limiti, le incompiutezze, le contraddizioni che sin dalle origini ne affaticarono l’incedere, Romeo giudicò la nascita dello stato unitario come uno dei più importanti avvenimenti della storia europea dell’Ottocento e il più importante della storia d’Italia dalla caduta dell’impero romano in poi. Lo ritenne il principale fattore di progresso politico e civile dell’Italia contemporanea, lo strumento fondamentale del suo accesso alla modernità economica e sociale, un valore etico-politico assoluto di cui mai smarrire il senso storico e al quale mai rinunciare, se non per aderire a una comunità europea nella quale lo stato nazionale potesse trasferire rafforzandoli tutti i suoi valori e tutte le sue conquiste ideali e materiali.

 

La nascita dello stato unitario come strumento fondamentale per l’accesso del paese alla modernità economica e sociale

Quest’idea centrale ispirò la sua attività storiografica sin dal 1950, quando, appena venticinquenne, esordì con quello che rimane a tutt’oggi uno dei massimi capolavori della storiografia risorgimentale italiana: Il Risorgimento in Sicilia. Nella Sicilia del secondo dopoguerra, invasa dagli alleati e percorsa dai sussulti separatistici del movimento di Andrea Finocchiaro Aprile, Romeo ritornò a misurare significato e portata storica del processo di partecipazione dell’isola alla realizzazione dell’Unità nazionale. L’adesione della Sicilia al Risorgimento fu da lui vista come il frutto non tanto della reazione dell’isola al centralismo borbonico – tesi sostenuta dalla precedente storiografia – quanto del progressivo esaurirsi e morire della vecchia nazione siciliana, incapace di trovare la forza di rinnovarsi spiritualmente e materialmente e di proporsi ancora come soggetto storico autonomo, vitale e progressivo. A metà Ottocento le forze innovatrici dell’isola, peraltro non travolgenti, impacciate dall’arretratezza di un contesto economico e sociale ancora dominato dal latifondo, avevano cercato e trovato nella nuova realtà nazionale italiana, liberale e dinamica, quella prospettiva di sviluppo spirituale, politico e anche materiale che la vecchia Sicilia non era più in grado di realizzare autonomamente. Per Romeo, pertanto, il separatismo siciliano all’indomani del Secondo conflitto mondiale era un movimento antistorico che cercava di far rinascere ciò che era morto cento anni prima. Il distacco dallo stato unitario avrebbe significato per la Sicilia la rinuncia a quel contesto politico-istituzionale grazie al quale soltanto essa aveva potuto partecipare, sia pure con innegabili limiti e difficoltà, al processo di modernizzazione che all’indomani della Seconda guerra mondiale l’Italia intera cercava di riprendere e rilanciare.

 

La valutazione positiva dello stato nazionale e del regime liberale rimase la costante, implicita o esplicita, di tutte le successive opere storiche di Romeo, anche quelle di carattere più strettamente economico, e si traduceva sul piano dell’impegno civile nella difesa di ciò che restava vivo della tradizione etico-politica del Risorgimento: lo stato di diritto, le libertà civili e politiche, quelle d’impresa e di mercato, e tutto ciò che era garantito dallo stato nazionale moderno, sovrano e laico, inserito organicamente nel contesto della civiltà occidentale, privo di qualunque connotazione imperialistica, ma saldo nella salvaguardia della propria autonomia e dei propri interessi.

 

Per Romeo l’avversario più pericoloso di quel prezioso e, all’indomani del Secondo conflitto mondiale, tanto discusso patrimonio ideale e materiale, politico ed economico-sociale, fu solo per breve tempo il separatismo siciliano, del resto sgonfiatosi rapidamente dopo la concessione dell’autonomia regionale. L’avversario di gran lunga più temibile si rivelò invece il revisionismo storiografico di matrice gramsciana, che egli vide come presupposto culturale e giustificazione storica del tentativo condotto dal Partito comunista di scardinare la democrazia rappresentativa, il sistema capitalistico e l’insieme delle libertà individuali e collettive caratteristiche della storia non solo dell’Italia liberale e democratica, ma della civiltà occidentale nella sua interezza.

 

Tornò a misurare significato e portata storica del processo di partecipazione della Sicilia alla realizzazione dell’Unità nazionale

Contro di esso Romeo si impegnò a viso aperto dalla seconda metà degli anni Cinquanta, confutando la tesi di Antonio Gramsci che nei Quaderni del carcere aveva giudicato il Risorgimento come un’occasione storica persa dal Partito d’azione mazziniano per realizzare una rivoluzione borghese democratica, una società più equa, un’economia più moderna e dinamica, sconfiggendo il moderatismo di Cavour e dei Savoia. La strategia rivoluzionaria da adottare avrebbe dovuto essere, secondo Gramsci, analoga a quella usata dai giacobini in Francia durante la Grande Rivoluzione: creare un’alleanza tra movimento nazionale democratico-borghese e contadini, cementata dall’obiettivo della spartizione delle terre e della creazione di un’economia agricola basata sulla piccola azienda familiare. Con due saggi usciti nella rivista Nord e Sud nel 1956 e 1958 e raccolti nel volume Risorgimento e capitalismo del 1959, Romeo sostenne che l’ipotesi gramsciana di una rivoluzione agraria nell’ambito del processo unitario sarebbe stata irrealizzabile perché avrebbe suscitato l’ostilità delle potenze europee, Francia in testa, e avrebbe compromesso il compimento dell’Unità stessa. Ma sostenne anche che, ove quella rivoluzione avesse avuto successo, la piccola proprietà contadina avrebbe rallentato, anziché accelerato, lo sviluppo economico del paese, poiché avrebbe perpetuato l’autoconsumo, frenato lo sviluppo dell’economia di scambio e non avrebbe potuto mai garantire incrementi di produttività superiori a quelli dell’azienda agraria capitalistica e della stessa mezzadria. Proprio il mantenimento inalterato del quadro della proprietà terriera e dei rapporti di produzione esistenti al momento dell’Unità aveva invece consentito, grazie anche al liberismo doganale, lo sviluppo della produzione agraria e la formazione di surplus di capitale col quale, nei primi decenni postunitari era stata finanziata l’infrastrutturazione e la modernizzazione civile, prerequisito essenziale della successiva industrializzazione.

 

Il dibattito avviato da Risorgimento e capitalismo rimane uno dei passaggi più importanti e fecondi della storiografia italiana e internazionale del secondo dopoguerra. Il libro di Romeo rappresenta ancora oggi il momento più alto e vibrante di quanto l’intera cultura liberal-democratica italiana della seconda metà del Novecento abbia prodotto nella difesa del significato storico del Risorgimento e dello stato liberale, nonché dei valori della liberal-democrazia che animarono, direttamente o indirettamente, tutte le successive opere di Romeo, culminate nella monumentale biografia di Cavour di circa 2.800 pagine (Cavour e il suo tempo, ultima ed. Laterza 2012).

 

Difesa energica non significa che del Risorgimento e dello stato unitario Romeo ignorasse i limiti, la ristretta partecipazione popolare alla vita politica, le strozzature economiche e sociali, gli squilibri territoriali che ne afflissero la storia sin dai primi anni di vita. In particolare non gli sfuggì in tutta la sua grave portata il sacrificio che il Mezzogiorno ebbe a sostenere nel contesto della storia unitaria, soprattutto dopo l’adozione del protezionismo doganale del 1887, ma non riuscì comunque a ritenere che né nell’Ottocento né nel Novecento vi potesse essere, per il Mezzogiorno e per il resto d’Italia, un futuro migliore al di fuori dello stato nazionale.

 

Confutò la tesi di Gramsci del Risorgimento come occasione perduta dai mazziniani per la rivoluzione borghese democratica

Nel secondo dopoguerra, tuttavia, a un secolo di distanza dall’Unità, gli sembrava che l’arretratezza meridionale non fosse più eticamente e politicamente tollerabile, e soprattutto che si ponesse ormai come un fattore di rallentamento per lo sviluppo economico e civile dell’intero paese, contrariamente a quanto era avvenuto nell’Ottocento, quando il sacrificio degli interessi agricoli del Mezzogiorno e il mercato meridionale erano stati funzionali all’industrializzazione del nord e allo sviluppo capitalistico nazionale. Era ormai tempo, quindi, di affrontare in modo risolutivo la questione meridionale e la strategia migliore per farlo non gli sembrava la rivoluzione social-comunista e il socialismo reale dell’Europa orientale magnificato dalle forze culturali e politiche marxiste e marxisteggianti. Una rivoluzione di tal tipo avrebbe probabilmente prodotto l’equiparazione tra nord e sud, ma portando il nord al livello del sud e non il sud al livello del nord. Come non potevano neppure esserlo il laissez faire ultraliberista e i connessi tempi lunghi delle forze della destra liberale e ancor meno il populismo delle destre laurine. L’unica via con speranza di successo gli sembrava un intervento straordinario dello stato rapido e incisivo. In Risorgimento e capitalismo si trova, oltre che l’energica difesa delle conquiste materiali e dei valori ideali della storia nazionale italiana, anche la legittimazione storica più autorevole del meridionalismo liberal-democratico del secondo dopoguerra.

 

Nella scelta etico-politica di Romeo c’era peraltro la piena consapevolezza che in un regime liberal-democratico, sviluppo economico, modernizzazione civile e riequilibrio territoriale non potessero essere realizzati senza una politica dei redditi e di programmazione economica accettata e condivisa da forze imprenditoriali e sindacali, classe politica e classe dirigente, tutte pienamente consapevoli della difficoltà dei problemi da affrontare e quindi dei sacrifici, del rigore morale e del senso del bene pubblico richiesto a tutti, senza esenzione alcuna. E per quindici-venti anni la giovane democrazia italiana sembrò rispondere a buona parte di queste esigenze e i risultati furono ragguardevoli su quasi tutti i fronti. Ma alla fine degli anni Sessanta-primi anni Settanta, proprio quando sembrava che fosse a portata di mano una grande svolta anche nell’equilibrio territoriale, la vita del paese prese una strada diversa e Romeo dovette accorgersi che tutto stava cambiando: che le forze sindacali radicalizzate vaneggiavano di salario come variabile indipendente dello sviluppo e chiedevano e ottenevano una dilatazione dell’assistenzialismo largamente al di sopra delle possibilità della finanza pubblica; che il ceto imprenditoriale, messo alle strette, invece che intraprendere, innovare e creare ricchezza andava sempre più in cerca di tutele e garanzie statali per attività in perdita; che la parte più larga della classe politica faceva del clientelismo e della crescita incontrollata del debito pubblico l’unico strumento di soluzione dei problemi, scaricando sulle spalle delle successive generazioni tutti i costi delle sue politiche fallimentari e fallite, inclusi quelli della corruzione; e che, stando così le cose, non era possibile realizzare alcuna vera ed efficace programmazione e nessuna soluzione della questione meridionale.

 

Romeo, che insegnava nell’Università di Roma, nel 1968 fu investito direttamente dalla contestazione del movimento studentesco e poi della sinistra extraparlamentare romana, di cui divenne la bestia nera. Tra il 1968 e il 1978 si ritrovò più volte a rischiare fisicamente e denunciò invano i pericoli di deriva terroristica che si annidavano all’interno dei gruppi extraparlamentari. A metà degli anni Settanta ritenne doveroso un impegno politico diretto per contrastare la crisi in cui stava sprofondando il paese e bloccare l’avanzata del Partito comunista, che egli vedeva, assieme alle forze sindacali, come uno dei maggiori artefici della crisi in atto e, per i suoi legami con Mosca e la sua ideologia, un grave pericolo per la democrazia italiana e non solo. Diede quindi alla sua attività giornalistica, fino allora di tipo prevalentemente culturale, un contenuto spiccatamente politico, facendo la scelta di lasciare la Stampa per il Giornale nuovo di Montanelli, ed entrò nel Partito repubblicano di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini.

 

Tra il 1968 e il ’78 divenne la bestia nera dell’estrema sinistra romana. Aderì al Pri, fu eletto al Parlamento europeo

Nel 1984 fu eletto deputato al Parlamento europeo per il gruppo Pli-Pri e a Strasburgo ricoprì cariche di rilievo, conducendo due grandi battaglie: una, furente, contro le pressioni degli europarlamentari inglesi, tendenti a ottenere a sostegno delle loro aree deindustrializzate fondi che avrebbero dovuto essere impiegati per lo sviluppo delle aree depresse come il nostro Mezzogiorno; l’altra per il superamento dello stallo in cui si trovava il processo di integrazione europea nella convinzione che, o si realizzava l’unità politica del Continente, o l’Europa, così com’era, era meglio perderla. “O tutto o nulla” amava sintetizzare quando la morte lo colse nel 1987 a soli 62 anni.

 

I due saggi che l’editore Gaspari ha appena ristampato (R. Romeo, L’Italia alla prova. Risorgimento e Prima guerra mondiale, Udine 2017, pp.79) furono concepiti intorno al 1968-70. In essi troviamo una riflessione di straordinaria forza ed equilibrio interpretativo su due passaggi fondamentali della storia d’Italia: il Risorgimento e la Prima guerra mondiale. Nel primo, come abbiamo detto, Romeo vedeva il momento in assoluto più importante della nostra storia nazionale; nella Grande guerra vedeva la maggior prova di coesione data dall’Italia unita, in nome e per la piena realizzazione degli ideali patriottici ottocenteschi, ma vi vedeva anche l’origine della crisi sociale e politico-istituzionale che il regime liberale non fu in grado di reggere, cedendo il passo al fascismo. Entrambi gli eventi rappresentavano le due maggiori prove di coraggio, valore militare, dedizione patriottica e volontà di essere nazione di tutta la nostra storia unitaria. Due eventi che nel ventennio 1950-70 avevano subito nella storiografia e nella coscienza pubblica una svalutazione senza precedenti, alla quale egli si oppose con tutte le sue forze. Con successo? Ancora non ne siamo sicuri.

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