In fuga da Trump

Le celebrities che avevano minacciato di lasciare gli States sono rimaste. Si ritirano invece nei loro rifugi selvaggi le “comunità intenzionali”, quelle che non ne possono più del sistema

In fuga da Trump

Donald Trump ha giurato ieri come presidente degli Stati Uniti a Capitol Hill, a Washington. Al suo fianco, la moglie Melania e i figli (foto LaPresse)

Lena Dunham conosceva un posticino tranquillo dalle parti di Vancouver dove trasferirsi in caso di vittoria di Donald Trump. Se n’è rimasta altrettanto tranquilla a Brooklyn. Samuel Jackson non ha portato il suo “culo nero” (parole sue) in Sudafrica, Miley Cyrus non faceva sul serio quando scriveva “dico sul serio!” sui social a proposito del suo abbandono del paese sessista e razzista che s’apparecchiava sotto le insegne dorate del trumpismo. Ogni volta la stessa storia. All’aeroporto, per l’addio finale al...

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    23 Gennaio 2017 - 11:11

    Mattia Ferraresi ha colto nel segno: “La novità in questa era centripeta e trumpiana è che molte di queste nascenti comunità intenzionali sono estranee ai progetti di riforma su vasta scala, non vogliono cambiare nulla se non la loro personale condizione”: tutto l’opposto del trend “millenaristico” - che Igor Savarefic fa addirittura risalire alle antiche gnosi manichee e cristiane - che ha accomunato le succesive eresie e ideologie del “paradiso in terra” nel nostro occidente, il cui tratto comune si può sintetizzare ne “il rifiuto globale della società vigente e del mondo con i suoi limiti, che non sono sopportabili per gli eretici utopisti e gnostici, i quali pretendono per l’uomo una dignità infinita e per il mondo una perfezione assoluta […]”. Quella in atto, sembra configurarsi come una rivolta antropologica dell’uomo comune in carne e ossa, stufo di “dover” cambiare il mondo perché “è stato fatto male” ma, invece, risoluto a “riprendersi la realtà” per sopravvivere.

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