Buoni propositi, a cavallo tra un anno e l’altro, da coltivare in proprio

Per ritrovare l’ottimismo e un’idea di futuro senza sentirsi marionette nelle mani del destino. Aspettando la felicità

Julie Andrews in una scena di "Tutti insieme appassionatamente"  (The Sound of Music), un film musicale diretto da Robert Wise

Julie Andrews in una scena di "Tutti insieme appassionatamente" (The Sound of Music), un film musicale diretto da Robert Wise

Ci siamo, poche ore ancora e brinderemo: un altro anno è andato. Avete dimenticato niente? Champagne, candele, addobbi? Scommetto che qualcosa avete dimenticato. Perché voi come me, state pensando ad altro. Mentre date un’occhiata in giro (che prendo? Bella questa tovaglia, sarà fresca la spigola?) sentite una presenza. E sì, c’è una domanda che avanza, ha un’ombra allungata, cerca la sua strada ma voi esitate a concederle udienza. Il fatto è che esige una risposta e quest’ultima può anche procurarvi sofferenza, in vari gradi: rabbia, frustrazione, impotenza. Dunque, voi, come me, siete nel traffico cittadino, state facendo gli acquisti per il cenone e, sono sicuro, a poche ore dal 2017, sentite la suddetta domanda farsi strada: ma io finora sono stato felice? Sì o no? Ed esitate. Pensate agli addobbi, alle candele, al conto alla rovescia, cercate la pausa salvifica, la distrazione che vi farà arrivare illibati al 2017. Che poi, va bene che siamo alla fine dell’anno, e quindi viene naturale fare bilanci e tuttavia quando volte vi è capitato? Di vivere una situazione simile. A voi e a me. La mattina vi vestite da militari. Pronti ad andare in missione. L’elmetto, la mimetica, e vi buttate nella mischia: lavorate, combattete, urlate le vostre ragioni, subite torti, procurate ingiustizie, cercate giustificazioni e accogliete scuse, e poi, verso sera, dopo il vespro, state per entrare in un supermercato, prendete il carrello, c’è un mondo di consumi colorati e vari davanti a voi, ed ecco che succede: vi fermate, sentite l’affanno, e vi chiedete, all’improvviso e molto, molto prosaicamente: ma che cazzo sto facendo? E balbettando: è questo quello che voglio? Sono io, con indosso elmetto e mimetica? Ma no che non sono io, perché io non sono felice e invece voglio esserlo: è un attimo, a volte sentite le lacrime, altre volte un’ombra inquietante che arriva a lambire i confini del vostro io. Poi però qualcosa vi scuote, prendete il carrello e vi buttate di nuovo in assetto da combattimento tra gli scaffali. E tuttavia, ieri come oggi, la questione si ripresenta. Ma che cos’è la felicità? Posso io desiderare una svolta verso la felicità, per il 2017?


A volte mette ansia la parola. Troppe e pesanti le aspettative. Ci vorrebbe un’analisi, forse bisognerebbe smontare la parola. In cosa consiste? Voglio dire, se uno legge o prende in considerazione quei racconti che trattano la felicità trova sempre lo stesso modello, quello dell’ottimismo che si raggiunge attraverso tre atti. C’è chi come Cenerentola comincia la sua storia sotto le grinfie della sfortuna. Eppure è una ragazzina carina e adorabile ma purtroppo, appunto, sfortunata: ha perso la madre e il padre si è spostato con una stronza che oltretutto la maltratta. Ma si sa, la vita riserva sorprese, quindi ecco la grande occasione: un ballo. Vabbè, per gli invitati c’è un dress code e lei ha l’armadio vuoto. Ma arriva la fata e fino a mezzanotte la nostra sarà ben vestita e ben calzata. Non le dice male, anzi, alla festa balla pure col principe in persona, poi arriva la mezzanotte, tutto precipita. Ha ballato col principe quindi non torna a casa con la stessa quota di sfortuna. E no, sale di un gradino. Poi il principe recupera la scarpetta, bandisce una gara e la nostra la vince. Da questo momento in poi, la fortuna sale verso l’infinito, e Cenerentola si dimostra un racconto decisamente ottimista.


C’è anche la versione opposta, il protagonista si sveglia già fortunato: bella casa, bella moglie, figli intelligenti, ma purtroppo una contingenza sfavorevole e imprevista lo fa precipitare: finisce in una buca. Per un po’ gratta il fondo ma poi applicando la volontà e il libero arbitrio riesce a rivedere le stelle. Ora, riassumendo, il primo modello, quello alla Cenerentola, può essere etichettato anche come “lui incontra lei” o viceversa e prevede varie declinazioni. Il secondo modello si chiama l’uomo in fondo a una buca, naturalmente la buca non va presa alla lettera. Entrambi si sviluppano in tre atti e portano ottimisticamente il protagonista a indossare a un certo punto della storia (nel secondo atto), elmetto e mimetica, applicare la forza della volontà e lottare per un futuro migliore. Modelli legittimi, importanti, sono quelli che ci permettono di dire: non sempre puoi avere quello che vuoi, ma se ci provi riesci. Eppure, perché ora – stiamo ultimando gli acquisti, il conto alla rovescia galoppa – ci ritroviamo immobili e impotenti tra gli scaffali colorati, cos’è quest’inquietudine? La verità? Proviamo un terribile sospetto: parlare di felicità è cosa vana, perché stiamo (tendenziosamente) escludendo il terzo modello. Che è questo: una mattina un tale di nome Gregor Samsa si sveglia, ansioso e inquieto – ha un lavoro non soddisfacente, pochi soldi – deve pure prendere un treno e (confusamente) sente che c’è qualcosa che non va. Ecco, Gregor già comincia la sua storia con addosso una buona quota di sfortuna. Dopo poche righe il nostro capisce che si è trasformato in un insetto e fa fatica a girarsi nel letto. Se poi, al capitolo successivo, la sua famiglia a malapena gli porta da mangiare, allora ci rendiamo conto che la sfortuna del protagonista peggiora: più passa il tempo più cresce, e in maniera esponenziale.

Il terzo modello è un modello decisamente pessimista. Bene, a questo punto bisogna ammettere che la cosa si complica. Il fatto è che ogni volta che più o meno saggiamente ci proponiamo di percorrere, con il cuore gonfio di speranza, la via della felicità, ci dimentichiamo del modello Kafka. E’ così inquietante che lo escludiamo dalla discussione. Ci dice che niente ha senso in questa vita. Possiamo anche sposare il principe, uscire dalla buca, ecc, ma questi fini sono solo dei surrogati, ci proteggono dalla brutale verità: niente ha senso in questa vita, siamo soli, in un freddo universo. Poi, certo, a cena, nelle discussioni, nelle rubriche di consigli sul buon vivere, nei manuali di self help, siamo soliti affrontare la questione con altre definizioni, più sagge: la felicità non è il raggiungimento di un fine, ma consiste nell’avere scopi meritevoli che possono essere realisticamente raggiunti. E certo anche qui, poi, si dovrebbe esaminare bene la questione, chiederci per esempio: che cosa renda la vita meritevole? O cosa sono gli scopi realistici? Niente da fare, dai, stiamo sviando. Il modello Kafka, quello del pessimismo radicale, è una delle forze in gioco in questa storia della felicità, e a parte che trova molti estimatori, non può essere scartato con un’alzata di spalle, o con un appello all’ottimismo.


Carlo Michelstaedter, prima di suicidarsi (a 23 anni, nel 1911), portò a termine la sua tesi di dottorato, “La persuasione e la rettorica”. Qui discuteva delle tecniche che usiamo per non pensare alla nefasta e terrificante verità: altro che felicità, tutti in questo mondo siamo marionette, nient’altro. Per potere vivere l’uomo ha bisogno di convincersi di essere padrone di se stesso (la persuasione, appunto) per non soggiacere (grazie alla rettorica) all’aberrante sensazione che la nostra vita sia irreale, meglio: senza senso alcuno. Decenni prima (1819), Arthur Schopenhauer, con i suoi due volumi del “Mondo come volontà e rappresentazione”, individuò nella Volontà una forza senza direzione che costringe ogni cosa a fare ciò che fa. Ancora una volta si palesava il principio del burattinaio (la volontà) che muove la marionetta. Philipp Mainländer, poi. Si impiccò subito dopo la pubblicazione della “Filosofia della redenzione” (le copie fresche di stampa gli servirono come piedistallo). Mainländer sostiene l’idea che la volontà di morire fosse innestata nel nostro spirito da un Dio che ha pianificato la sua morte fin dall’inizio: siccome l’esistenza era un orrore per lo stesso Dio, l’unico modo per liberarsi dalla sofferenza era liberarsi di se stesso, mettere in atto una sorta di deicidio. Dunque Dio è morte (Nietzsche parafrasò proprio da Mainländer il celebre “Dio è morto”). Mainländer prevedeva che un giorno la nostra volontà di vivere sarebbe stata soppiantata dalla volontà di morire, così da poter (finalmente) seguire l’esempio del creatore, appunto, anch’esso morto, suicida. Per arrivare ai giorni nostri, Thomas Ligotti (il vero ispiratore dell’agente Rust Cohle in “True Detective”) riprendendo le tesi del filosofo Peter Wessel Zapffe sostiene che la coscienza sia stata il più grande errore del cosmo, in quanto ci ha resi sì vivi e tuttavia sensibili all’assurdità del creato, nonché alla sofferenza e al dolore. Non potevamo vivere con questo fardello, dunque c’è stata una cospirazione contro la razza umana: l’ottimismo. Il pensiero ottimista si fonda su quattro strategie che limitano la percezione della coscienza, e dunque nascondono la suddetta dura e spietata verità: non c’è senso alcuno. Veniamo allora alle quattro strategie: isolamento (essere vivi è meglio che essere morti); ancoraggio (dobbiamo credere a una nazione, una patria, alla famiglia, a Dio); distrazione (meglio ammazzare il tempo che noi stessi, quindi indossiamo la mimetica e l’elmetto e combattiamo) sublimazione (attraverso la rappresentazione artistica della sofferenza creiamo l’illusione di poterla sopportare). Per inciso, Peter Wessel Zapffe ha scelto di non avere figli: “Secondo la mia concezione della vita, ho scelto di non portare al mondo figli. Una moneta è esaminata, e solo dopo un attento esame data a un mendicante, mentre un bambino è gettato nella brutalità cosmica senza esitazione”.

Per quando mi riguarda, ci sono dei momenti, e oggi, a poche ore dal 2017, è uno di questi, durante i quali sento, fortemente sento, che i pessimisti radicali hanno le loro buone ragioni. Voglio dire, loro, i pessimisti, spogliano la specie umana da quel misto di retorica e falsità che inquina i nostri ragionamenti. Ebbene sì, anch’io sto cercando di ammazzare il tempo, di ancorarmi a un credo (sia pur laico) e di pormi un fine che mi tenga all’erta, insomma cerco di costruire e raccontare la mia storia secondo un modello. Fingo di credere o credo davvero (non so, dipende dalle giornate) nel mio libero arbitrio: senza libero arbitrio non c’è ricerca né svolta verso la felicità. Di contro i pessimisti radicali si fanno beffe della volontà e del libero arbitrio, insistono: siamo delle marionette e qualcuno – il tempo, il caos e chissà cos’altro – muove i fili. Hanno un bel po’ di esempi dallo loro parte. Alcuni molto nobili. Prendete una tragedia greca, l’“Edipo re” di Sofocle. Comincia con la classica pestilenza. Qualcosa ha adirato gli dèi, tocca a Edipo, re di Tebe, scoprire chi o cosa li ha indispettiti. Premessa: chi è Edipo? Anni prima a Tebe un oracolo predice la nascita di un bambino che poi avrebbe, fattosi grande, ucciso il padre e giaciuto con la madre. Al re di Tebe è appena nato un bambino, quindi il sovrano dà ordine di esporlo (buttarlo da una roccia). Ma servitore non ha il cuore per farlo. Consegna il bambino a un pastore e questi lo porta con sé, dunque Edipo cresce in terra straniera. Ma poi si fa grande, vuole conoscere chi sono i suoi veri genitori, si mette in cammino, per strada incontra un vecchio, litigano per questioni di precedenza, ed Edipo lo ammazza. Arriva a Tebe, risponde a degli indovinelli, entra, trova la regina, Giocasta, ancora in carne, e si sposa con lei. Ora torniamo all’inizio della tragedia: cosa ha causato la pestilenza? Epido indaga, e piano piano, con il procedere delle indagini comincia a fare domande su se stesso. E cosa scopre? Che quel vecchio che aveva ammazzato non era un vecchio qualunque, era suo padre, e la regina è sua madre. La profezia si è avverata, a Edipo non resta altro da fare che accecarsi, non può infatti andare nell’Ade e vedere il padre che ha assassinato e sua madre con la quale ha giaciuto. La (struggente) tragedia è di stampo deterministico, e dunque i pessimisti radicali la usano in premessa per dimostrare la forza inesorabile del destino, al quale non c’è modo di opporsi: tutto è già scritto. Gli esempi si sprecano in questo senso. Gli stoici, a proposito di destino, avevano le idee chiare. Crisippo e Zenone, per esempio. Ci chiedono di considerare questo esperimento mentale: un cane viene legato a un carro, nel caso in cui voglia seguirlo sarà allo stesso tempo inseguitore e trascinato, compiendo dunque un gesto autonomo accompagnato da necessità.


Se non vuole seguire il carro? Niente da fare, sarà costretto comunque a farlo. Il carro è naturalmente il destino. Il cane è dunque l’uomo, e non ci sono possibilità: è legato. Non può sottrarsi alla ferrea e imperscrutabile organizzazione del tutto. Però ha due possibilità, scegliere autonomamente di seguire il proprio destino o scegliere di non seguirlo, ma comunque si troverà a essere trascinato. Meglio allora accettare la catena che subirla. Per uno stoico la felicità si riduce a questo, riconoscere dunque accettare.

Capite bene che queste considerazioni minano alla base l’idea di felicità. Ma può accadere – anche ora che siete nel traffico o al bar o a far comprere per il cenone – di sentite crescere un sentimento di ribellione. Non è estemporaneo, non è nemmeno labile, è ancestrale. C’è di più, contiene una riflessione filosofica di grande impatto. Magari non ci facciamo caso, ma ogni volta che proviamo quel senso di ribellione entriamo in un mood platonico: la nostra privata e millenaria, accesa, lotta contro Edipo/destino. Franco Trabattoni in un suo saggio (“Libertà, libero arbitrio e destino in Platone”) ci fa notare come il termine daimon (demone) cambi di senso quando passa (nel giro di 400 anni) da Omero a Platone. Nei testi omerici daimon è sinonimo di theos (dio) e sia in Omero sia nei tragici greci può comparire come figura del destino. Quando Platone arriva (attraversando il pensiero di Socrate) si impegna a combattere una duplice battaglia: dimostrare a) che gli dèi non interferiscono con il destino dell’uomo; b) che possiamo controllare e orientare i nostri desideri. L’uomo ha diritto a cercare il suo buon demone – dunque il termine daimon muta di significato: accompagnato da prefisso eu, diventa eudaimon, che traduciamo con felicità, ma letteralmente indica chi possiede un buon demone. Ecco il grande progetto etico-filosofico di Platone, espresso nel mito di Er: l’uomo è nato libero, cioè l’anima sceglie liberamente il corpo nel quale incarnarsi e gli dèi non interferiscono.
Cosa fare di questa libertà? Dobbiamo essere felici. Bene, come si fa? Con la filosofia, una sorta di autopedagogia (conoscitiva) grazie alla quale possiamo compiere (liberamente, autonomamente) scelte giuste, cercare dunque il nostro buon demone. Dunque secondo Platone, quando parliamo di libero arbitrio intendiamo dire felicità. Il destino si combatte con la filosofia, ovvero, possiamo, con la conoscenza, controllare quello che accade. Certo, c’è un problema e Platone lo avverte subito, per credere nel libero arbitrio, è necessario introdurre l’anima. Sì, perché il corpo è sottoposto a leggi meccaniche e tanti vizi lo inquinano, dunque ci vuole l’anima, un ente, un nucleo decisionale, qualcosa, che seppur impastato con desideri bassi e triviali, può portarci ad ascendere.

La filosofia cura l’anima. Anima o meno, ognuno di noi cerca, con i mezzi a sua disposizione, di trovare dei rimedi al destino avverso, o al caos che ci sballotta come marionette. Chi più chi meno, siamo tutti concentrati per trovarli e applicarli. Oggi soprattutto, perché è tempo di bilanci. Una psicologa sociale, Sonja Lyubomirsky, ha raccomandato in uno studio del 2008 (“The how of happiness”) una decina di attività concrete che, sperimentalmente, hanno mostrato di contribuire alla felicità: esprimere gratitudine, coltivare l’ottimismo, evitare di riflettere troppo e di fare confronti sociali, compiere gesti gentili, coltivare rapporti sociali, imparare a perdonare, imparare dalle esperienze, godere i piaceri della vita, impegnarsi per i propri scopi, praticare religione e spiritualità, prendersi cura del corpo con esercizi fisici. Ho qualche personale dubbio sulla pratica della spiritualità ma tuttavia devo arrendermi all’evidenza sperimentale: le suddette funzionano. Eppure, ancora una volta i pessimisti radicali si fanno sentire. A volte quando io stesso pratico le raccomandazioni su elencate e mi sforzo di essere gentile ecc, mi capita di fermarmi nel bel mezzo di un’attività. Mentre coltivo il mio ottimismo, cioè mi prendo cura del mio corpo, mi godo i piaceri, la vista mi si annebbia, mi fermo, mi ritrovo senza forze e penso: ma perché mai per vivere ho bisogno di una pratica così disciplinata e rigorosa e continuativa? Forse perché la mia vita non ha senso? Difatti, i pessimisti non sbagliano: senza un ancoraggio, un isolamento, senza distrazione o illusione, la cruda verità non tarderebbe a emergere: sicuri che la coscienza sia un buon viatico verso la comprensione del senso della vita? e da qui alla felicità? Ci penso spesso, almeno una volta a settimana, e magari come voi sono in moto, in macchina, e mattina presto, mi sono svegliato storto e maledico il mondo e rifletto su questa nostra civiltà, così ambita eppure così tragica.


Magari la soluzione sarebbe quella di abbandonare tutto. Non sto pensando al suicidio. Ma mollare la routine, la civiltà, appunto, e ritirarmi. Insomma passi avanti ne abbiamo fatti, stiamo meglio e mangiamo bene, l’aspettativa di vita è aumentata e moriamo da vecchi, buone ragioni per essere felici, no? E allora cos’è questo sentimento di sconforto? Colpa della civiltà in generale o dello specifico cenone di Capodanno che mi costringe a un bilancio? Una scuola di pensiero, la psicologia evoluzionistica, si presta a leggere o interpretare questa altalena di umori. Questa scuola (in particolare quella che sostiene l’idea modulare) parte dal presupposto che la mente umana si è evoluta nel Paleolitico, in un contesto ben definito: come genere siamo stati raccoglitori e cacciatori per milioni di anni. La nostra mente si è evoluta per soddisfare specifici obiettivi, propri di quell’ambiente. Oh, naturalmente l’ambiente non è stato un unico e definito, ci sono stati più ambienti (cioè diversi moduli), ma il fatto è che il cervello umano si è evoluto, e in parte strutturato, in condizioni sociali e macro/ambientali profondamente diverse da quelle in cui oggi viviamo. Quei moduli di comportamento erano armonici o meglio erano idonei al periodo in cui si sono evoluti, oggi c’è, invece, una forte discrepanza tra quei moduli e il nuovo mondo plasmato dagli uomini. Dunque ci possono essere situazioni in cui gli adattamenti erano vantaggiosi in quell’ambiente, ma poi hanno perso la loro funzione originaria. Detta in modo più prosaico: non siamo fatti per vivere nella giungla di cemento e d’asfalto. In fondo è una vecchia polemica: Rousseau vs gli illuministi.

Nel 1789, Nicolas de Condorcet (matematico, filosofo, economista e rivoluzionario, morto in carcere, in circostante poco chiare: suicidio?) pubblicò una biografia di Voltaire, che del resto era il suo eroe. Passò in rassegna tutti i progressi avvenuti durante la vita di Voltaire (1694-1778) e in conseguenza del suo impegno: la salute era migliorata grazie a pratiche di inumazione più razionali e alle vaccinazioni; il clero dei paesi soggetti alla religione romana aveva perso il suo pericoloso potere e avrebbe perso (prevedeva) la sua scandalosa ricchezza; la libertà di stampa era aumentata. In Polonia, in Scandinavia, in Prussia, nei territori della monarchia asburgica l’intolleranza religiosa era scomparsa e perfino in Francia e (udite udite) in Italia vi erano segni di miglioramento in tal senso; il servaggio sembrava in via di scomparsa nella maggior parte dei paesi europei; erano state introdotte varie e positive riforme; le guerre erano meno frequenti, i sovrani e i loro ordini privilegiati non riuscivano più a ingannare i sudditi, e (concludeva) in generale per la prima volta la ragione aveva cominciato a diffondersi sui popoli europei. Quindi tutto bene. Potevamo goderci la civiltà e aspirare ragionevolmente alla felicità. E invece il 25 agosto del 1749, Rousseau, alle due di pomeriggio, stremato dal caldo, cercando un inutile riparo sotto gli alberi diradati alla maniera francese (che non davano ombra), si stendeva per terra. Poi riprendeva il cammino, e per moderare il passo tirava fuori e cominciava a leggere il Mercure de France. Una domanda (proposta dall’Accademia di Digione, la migliore risposta avrebbe meritato un premio) l’aveva incuriosito: se il progresso delle scienze e delle arti avesse contribuito a migliorare i costumi o li avesse corrotti. Rousseau entrò in trance (così ricorda in una lettera che scrisse a Malesherbes nel 1762): “Tutt’a un tratto mi sentii la mente abbagliata da mille luci, una folla di splendide idee mi si presentò con tal forza e in una tale confusione, che fui gettato in uno stato di indescrivibile sconcerto (…)”. Bene, quando dopo mezz’ora si rialzò, si accorse che la giacca era bagnata dalle lacrime e improvvisamente capì la verità: il sistema di valori dell’illuminismo doveva essere capovolto, era stata la civiltà e non l’ignoranza, tanto meno la superstizione o il pregiudizio ad aver condotto gli uomini sulla cattiva strada. E rispose eccome a quelli dell’Accademia di Digione: tentare di controllare o sfruttare la natura per migliorare il benessere materiale dell’uomo era sbagliato in linea di principio e letale in pratica. Tutti i rami delle scienze naturali avevano come matrice dei pericolosi vizi. L’astronomia nasceva dalla superstizione, la matematica dall’avidità, la meccanica dall’ambizione, la fisica da una vana curiosità. Pure la stampa aveva le sue colpe, poiché aveva consentito alle empie opere di Hobbes e di Spinoza di raggiungere l’immortalità. E concludeva la sua arringa con una previsione: gli uomini sarebbero stati (un giorno) così disgustati dalla cultura moderna che avrebbero implorato Dio di restituire loro “l’ignoranza, l’innocenza e la povertà, i soli beni che possono fare la nostra felicità e che siano preziosi al suo cospetto”.


Quanto questa riflessione di Rousseau si inserisce nel solco tracciato dai pessimisti radicali? Meglio l’ignoranza della consapevolezza? Pur vero che la scienza si basa sull’ignoranza e le Sacre scritture sulla verità. Impara chi sa o chi non sa? Impara chi sa di non sapere, ci dice Socrate e c’è un gusto speciale nella ricerca delle soluzioni (farsi domande, cercare risposte, frenare la paura), forse la felicità sta nella ricerca ma la ricerca prevede l’inquietudine, insomma se la felicità è il raggiungimento di un fine (e abbiamo sviluppato un sistema della gratificazione all’uopo) dobbiamo ammettere che per milioni di anni abbiamo avuto scopi molto diversi da quelli odierni, dunque, la felicità è un problema recente, e pure complesso, visto l’ambiente attuale. Voglio dire, non è che prima ci pensassimo tanto. Il concetto di felicità nasce assieme all’idea di futuro. Per millenni ci siamo abituati a pensare che la felicità non sia cosa di questo mondo. La grande massa delle persone sapeva, era scritto, che qui e ora dobbiamo patire e non rompere troppo con le richieste. Cosa poteva desiderare un contadino del 1500? Certo non ascendere nella scala sociale. Nascevi contadino e morivi contadino. Se ti comportavi bene, forse, nell’aldilà potevi essere felice. Qui e ora non c’era futuro, quindi non c’erano domande tantomeno ricerca. Quando si fa strada l’idea del futuro – il futuro prevede immaginazione, un obiettivo, un investimento economico – comincia a emergere anche la riflessione sulla felicità. Ma è una questione dell’altro ieri, forse solo pochi fortunati si sono posti il problema, magari è troppo presto per ragionarci con calma. O forse, pessimisti o no, aspiranti nichilisti e aspiranti alla felicità, è pur vero che quei modelli narrativi sono troppo semplici, la vita non va avanti in tre atti, segue altri andamenti, ci sono saliscendi continui, umori che cambiano e nemmeno ce ne accorgiamo. In questa altalena emerge una verità: della vita non sappiamo granché, dobbiamo abituarci alla complessità, e tuttavia una cosa la possiamo dire: è solo la nostra capacità di amare (o di illuderci di amare), di giocare e lavorare a rendere l’universo un posto meno freddo. Tant’è, e tanto basta.


Per il resto? Per il resto stamattina all’improvviso un soffio di vento mi ha scosso dal pessimismo radicale e dalle altre elucubrazioni e ho guardato il cielo, e che vi devo dire: mi sono sentito felice, quel senso di pace. Quindi la mia idea di felicità forse per questo fine d’anno si riduce a questo, rendere grazie al vento o a qualche altro elemento che mi scuota. Certo, è un attimo, poi torni affamato e inquieto, ma non è meglio esprimere fame (di felicità) che fingere sazietà?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi