Ecco come Grillo può far saltare l'accordo sulla legge elettorale

Lo schema sembra essere quello del 1994 quando la Lega di Bossi e Maroni fece cadere il governo Berlusconi. Stavolta i protagonisti sono Beppe e Di Maio (con la complicità di Alfano)

Grillo e Di Maio

Beppe Grillo e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Santi Marcellino e Pietro

Ore 20.03, 1° giugno. squilla il telefono del titolare di List, fonte tripla A: “Grillo farà saltare il tavolo della legge elettorale”. Clic. Andrà così? Non si sa, l’operazione è da lettura dei fondi del caffè. Una cosa è certa, il tavolo ha già cominciato a ballare la rumba. E la storia aiuta a capire come ricostruire il puzzle del presente. Dunque prima saliamo sulla macchina del tempo.

 

Umberto e Bobo, Beppe e Luigi. Grillo e Di Maio sono (in)consapevolmente proiettati nei panni che furono di Bossi e Maroni nel 1994: Bobo tratta e Umberto rompe. A quei tempi si rovesciò il primo governo di Silvio Berlusconi, oggi c’è da far saltare in aria il tavolino dell’accordo sulla legge elettorale. Passato e presente si inseguono e non a caso la storia parallela è quella di Lega e Movimento 5Stelle: formazioni politiche ispirate da capi carismatici e imprevedibili (Umberto e Beppe) con una base elettorale in perenne stato di fermentazione. Ieri Bossi non poteva restare in un’alleanza con Berlusconi “mafioso” (Bossi dixit), oggi Grillo non può firmare il patto con Renzi “pericolo per la democrazia” (Di Maio dixit). Basta tutto questo? No, serve altro per appendere il quadro: un chiodo.

 

Il chiodo? È Alfano. Dunque, si rompe o si pensa di. Ma come? Serve un chiodo per appendere il quadro della rottura, dare dignità politica all’azzardo del vaffa generale dopo un referendum pentastellato che aveva dato il like al modello tedesco (che di teutonico non ha neanche il nome), cominciare una campagna elettorale nucleare al grido: niente inciucio, è un colpo di Stato. La scusa perfetta – premessa di ogni mossa successiva - è arrivata grazie alla stroboscopica operazione di Renzi di scaricare Angelino Alfano senza curarsi troppo delle conseguenze. Con la trattativa sulla legge elettorale aperta, è cominciata la guerra termonucleare del cinque per cento e dai silos della memoria sono emersi i piani di Renzi per spedire a casa il governo Gentiloni. L’alfaniano Sergio Pizzolante in fase post prandiale intorno alle 15:00 di ieri dà fuoco alla miccia: “È da febbraio che chiede a noi di far fuori Gentiloni. In cambio ci ha detto: la legge elettorale scrivetela voi”. Bum! Alfano: “Non smentisco”. Guerini: “Retroscena inventati”. Lorenzin: “Falsità? Allora lo dimostrino”. Volano gli stracci.

 

L’origine del piano. La realtà è che Renzi pensava alla caduta del governo fin dal primo istante, dalla sconfitta nel referendum. Il piano era già nella sua mente il day after, tra il 6 e 7 dicembre si cominciava a immaginare un percorso di uscita rapida: crisi a febbraio e elezioni in giugno. Il taccuino del titolare di List è pieno di note in proposito. Intervista di Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, al Corriere della Sera, 1° febbraio: “Andare alle elezioni a giugno o peggio ad aprile rappresenta a mio avviso un serio rischio per la tenuta del Paese”; Agenzia Ansa, 7 febbraio: “Tensione nel Pd. Renzi lega legge elettorale a voto giugno”. Il piano finisce nella palude parlamentare perché il Pd è spaccato, la scissione interna non si è ancora consumata, Renzi è frenato dal Quirinale. Ma oggi la situazione è diversa: il Pd è sotto il controllo del segretario, Mattarella ha chiesto una legge elettorale condivisa e una manovra dignitosa. La prima c’è (ma è in bilico), la seconda è una mission impossible che va infiocchettata per non risultare troppo brutta agli occhi dei pochi che ancora guardano ai conti del paese.

 

Cinque Stelle roventi. Il piano segreto di Renzi, le rivelazioni degli alfaniani, il poker al buio sul tavolo della legge elettorale. È quello che serve al Movimento 5Stelle per aprire la botola – se deciderà davvero di farlo - che affonda tutto. Alle 16:47 di ieri Luigi Di Maio fa il primo test di lancio all’idrogeno sul blog di Beppe Grillo: “Siamo davanti ad un rischio enorme per la democrazia, quel rischio si chiama Matteo Renzi. Questo è un governo basato sul ricatto, il ricatto di Renzi al suo successore a Palazzo Chigi, un ricatto inaccettabile che usa il Parlamento come il tabellone del risiko”. Bum! Alle 18:15 via Facebook Alessandro Di Battista carica la catapulta: “Secondo Pizzolante, alfaniano doc, da febbraio Renzi starebbe chiedendo a tutti di far cadere il governo Gentiloni. La cornice che ci troviamo davanti è quella di un gigantesco inciucio. Renzi allora non rivestiva alcun ruolo politico, si era appena dimesso dopo la sonora sconfitta al referendum, eppure procedeva avanzando ricatti ovunque, per perseguire solo i suoi interessi personali”. Bum! La trattativa sulla legge elettorale comincia a entrare nel buco nero e toh! il Movimento 5Stelle chiede il voto disgiunto e il capogruppo Pd Ettore Rosato chiosa: “Discutiamo, ma servono soluzioni credibili”. I pentastellati sono in piena fase di testacoda con il freno a mano, sono detti e contraddetti da se stessi, sono in imbarazzo con il militante internettiano, Renzi fiuta l’aria dell’incidente nello spazio e dopo aver parlato al Tg1, dai giardini del Quirinale fa sapere che “certe cose non si possono fare ma discutiamone…”.  il segnale che sta per saltare tutto, si va verso una terra incognita e nella tua spaziale sta mancando l’ossigeno. Houston, abbiamo un problema.

 

Il tedeschellum traballa. Non è un sistema tedesco, basta guardare la scheda e vedere come funziona il voto. In Germania l’asimmetria tra elezione nel collegio e voto proporzionale viene riequilibrata dal numero variabile di parlamentari, in Italia no, la scheda è solo una e la selezione dei candidati è saldamente in mano ai capi partito. De facto, i parlamentari sono tutti nominati. Nessun sorpresa per il titolare di List, ma se il Movimento 5Stelle entra in seduta di autocoscienza e si sfila, l’accordo sulla legge elettorale evapora con il rumore di un tuono. Il divorzio da Alfano, consumato in clima da burrasca, per il Pd sta diventando un problema dalle conseguenze inattese e dentro Ap non sono tutti fessi, c’è gente che sa far politica e ha consumato miglia su miglia di navigazione a vista. Fabrizio Cicchitto ha già mappa e sestante piazzati sul tavolo e stamattina la mette giù così di fronte al taccuino del titolare di List: “È incredibile che il Movimento 5Stelle stia dando la sua copertura ad un’intesa tra il Pd e Forza Italia che non si fonda affatto su un genuino sistema tedesco fondato su due schede, una per i collegi e l’altra per il proporzionale nella quale gli elettori eleggono direttamente il loro deputato. In Italia il falso tedesco è fondato sui nominati dalle segreterie e larga parte degli eventuali eletti nei collegi uninominali non hanno alcuna certezza poi di diventare deputati. Così il Movimento 5Stelle contraddice tutte le sue campagne contro il parlamento dei nominati perché dà il via libera a una legge dello stesso tipo, siamo davanti a un ircocervo, anzi a un GrillRenzoni”. Cicchitto ha capito che il centro del maelstroem è quello, mette il dito sulla piaga apertasi tra i Cinque Stelle, la cui base è in ebollizione, e sa che in Emilia e in Toscana, nei feudi democratici, i potenziali candidati del Pd nei collegi sono preoccupati: ma come? vinciamo e poi rischiamo perfino di restare fuori?

L’orologio torna indietro. Siamo all’inizio dell’avventura della Seconda Repubblica. Ieri Bossi e Maroni, oggi Grillo e Di Maio. Salta tutto? Wait and see, nel frattempo…

 

Veltroni boccia Renzi. Anche nel Pd le crepe ci sono, Renzi controlla il partito con lo scettro dell’imperatore, ma come in tutti gli imperi, è la remota periferia a far sentire i rumori della piccola rivolta da non sottovalutare. L’accordo con Berlusconi per molti è un calice troppo amaro. Walter Veltroni, intervistato stamattina dal Corriere della Sera, uno che non ha voti, non fa politica attiva, ma dice la sua e viene letto e meditato da molti che non hanno deglutito tutto Renzi fino in fondo, non fa sconti al segretario a cui cercò di dare una mano nella direzione della scissione: “L'ispirazione su cui il Pd è nato in questi anni è costruire un sistema politico civile e moderno. Qui si passa dalla demonizzazione dell'avversario all'accordo di governo con lui”. Eccolo, il fantasma del Cavaliere.

 

Girotondando qua e là. Qualcosa bolle in pentola. Cosa? Occhio ai girotondi e alla base dura e pura della sinistra. Il barometro di Libertà e Giustizia segna tempesta. Paul Ginsborg dice di Renzi e della trattativa con Berlusconi: “Credo che non dorma la notte nel timore che il potere gli scivoli dalle mani”. I rumors dicono che i girotondi vogliano tornare a fare il tutti giù per terra, si fanno piani (per ora immaginari) per una manifestazione. È un problema di Renzi? O forse è un tema che interessa di più Grillo? È buona la seconda, il movimentismo oggi è legato ai grillini e nessuno sottovaluta il rumore di fondo, si vota.

 

Renzi e l’establishment. Esiste, non è una grande borghesia, è un piccolo establishment, ma l’accelerazione di Renzi non è piaciuta nel metodo e nello stile. Commento con il titolare di List di uno che vede, incontra, conosce e sa cosa si agita nei piani nobili dell’industria e della finanza: “Non ho mai visto una classe dirigente così contraria e alla fine non puoi avere successo se hai tutta la classe dirigente contro”.

 

Lo schema del referendum. Dov’è l’errore? È lo stesso copione che condusse alla sconfitta del referendum costituzionale. Allora si sommarono due fattori, Italicum e voto sulle riforme; oggi si arriva allo scontro con un’altra legge elettorale e con le elezioni politiche. Si vota, ancora una volta. Renzi si gioca di nuovo tutto e spera di essere eletto con la prospettiva di un governo di larghe intese con Berlusconi.

 

Il Cavaliere c’è (anche nella scheda). Eccolo, è al centro della scena. Silente, appare e scompare con consumata esperienza, lascia che siano gli altri a prendersi a torte in faccia. Berlusconi in questo scenario è in una posizione di vantaggio rispetto agli altri: non preme per il voto anticipato, ha una strategia dei due forni (può allearsi con Renzi e compulsa i numeri di un centrodestra che può perfino vincere), non c’è una sua dichiarazione sull’ultima tempesta sulla legge elettorale e anche i suoi deputati e senatori sono in fase semi-zen. Aspettano che gli altri pugili si sfianchino sul ring. Uno strappo dei Cinque Stelle? Da queste parti viene dato come assai meno probabile di quanto appaia dalle dichiarazioni di Di Maio e Di Battista. Per Forza Italia il Movimento 5Stelle fa parte dell’accordo e l’ha accettato, ha sottoposto la legge elettorale al voto del sacro blog, non ci sono grandi problemi ad accogliere la modifica proposta dai grillini sul voto disgiunto (cosa che invece per il Pd è più complicata) e se tutto salta allora le elezioni si allontanano (tema delicato per i grillini che vogliono contarsi) si ricomincia daccapo e no problem, altro giro e altra corsa sull’autoscontro elettorale. Fino al voto di giovedì c’è tempo per vedere i pezzi cambiare più volte posizione sulla scacchiera. Una cosa appare chiara all’orizzonte: Berlusconi ci sarà, anche nella scheda. È un punto che non è stato notato, ma in campagna elettorale – cioè nel campo da gioco in cui il Cavaliere diventa una forza capace di tutto – è il fattore decisivo. Non sarà candidato (forse, attendiamo sviluppi sulla legge Severino) ma sarà in campo. Nella legge elettorale infatti c’è scritto che deve essere indicato il capo della forza politica e il capo si chiama Berlusconi. Non è stato ancora deciso niente, ma è difficile immaginare un simbolo elettorale di Forza Italia senza il nome del suo fondatore. Silvio c’è. 

 


 

2 giugno. Festa della Repubblica. E che festa.

 

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Commenti all'articolo

  • mario.patrizio

    02 Giugno 2017 - 15:03

    Mi chiedevo il motivo di un articolo sul Corriere di oggi 2 giugno a firma di G. Buccini, sulle responsabilità sindacali in Alitalia e ILVA: “Sarebbe ingiusto accollare al solo sindacato (al netto di cassintegrazioni dorate e rendite di posizione difese coi denti) il tracollo della compagnia che ha radici in pessime scelte politiche (una per tutte, i «capitani coraggiosi» riuniti da Berlusconi nel 2008 in nome dell’italianità dei cieli) e in catastrofiche strategie aziendali di lungo e corto raggio.” Ho pensato che l'antiberlusconismo è una categoria dell'anima. O ero io a non aver capito la pessima scelta di tentare una ricostruzione industriale con le risorse di competenza imprenditoriale e finanziaria disponibili nel Paese, per quanto difficile per i vincoli sindacali scritti sulla pietra, immodificabili seppure davanti alla fine per fallimento. Per Sechi la spiegazione è più articolata, una botta all'accordo sulla riforma elettorale. Ma va.

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