Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Siamo al Make Europe Great Again?

Se Trump fa funzionare la macchina legislativa, no problem, se la frena, i trader dirottano il denaro su investimenti diversi dall’azionario. E nel nostro continente i mercati crescono

Siamo al Make Europe Great Again?

Donald Trump (foto LaPresse)

 

San Benvenuto Scotivoli.

 

Mega vs Maga. Il Trump Trade si sta indebolendo e quello dell’Europa si sta rafforzando? Siamo al Make Europe Great Again? La Borsa è come i fondi del caffè, imprevedibile, però ieri sul taccuino del titolare di List sono rimasti un paio di appunti sui mercati sui quali lavorare. E’ presto per trarre conclusioni, ma come abbiamo annotato tempo fa, Wall Street prima o poi andrà incontro a una correzione dei prezzi (e perfino a un crollo di alcuni) e l’Europa a un riallineamento verso l’alto di alcuni settori. I tempi naturali che deve affrontare l’amministrazione Trump nel percorso legislativo al Congresso stanno emergendo: la riforma sanitaria, il piano per le infrastrutture e quello fiscale hanno bisogno di mesi per diventare un fatto reale, il mercato subito dopo l’elezione dell’8 novembre ha accelerato, cioè anticipato l’agenda del nuovo presidente, ora dovrà per forza frenare, scontare l’ipervalutazione di alcuni titoli e rientrare in un ciclo normale, se di normalità si può parlare nel caso di Wall Street. In ogni caso, il punto vero, la notizia che ovviamente tutti i giornali italiani hanno auto-bucato in prima pagina, è che la Borsa americana comincia a virare e questo per Trump potrebbe essere il vero problema. Finora la Casa Bianca ha goduto di un fatto incontestabile: il sistema liberal, la saldatura tra democratici in rotta e media in disarmo culturale, ha fatto molto rumore, si è esibita nella guerra delle spie, ha giocato sulla complicità del vecchio apparato burocratico obamiano, ma ha conseguito zero tituli, mentre la business community e gli indici di Borsa hanno sostenuto Trump fino ad essere il motore di immaginario della sua presidenza. Quest’ultimo fattore da ieri comincia ad essere meno solido: l’indice Dow Jones ha subito la perdita maggiore dal giorno delle elezioni (meno 1,14 per cento) e potrebbe essere l’innesco della grande correzione che molti analisti si aspettano. Andrà così? Tutto è possibile, perfino un’ondata di vendite dettata dall’incertezza, panic selling. Molto dipende dalle prossime mosse del Congresso e della Casa Bianca. Le spie non contano nulla, ma money never sleeps (Gordon Gekko), il denaro non dorme mai, e soprattutto non guarda in faccia nessuno: se Trump fa funzionare la macchina legislativa, no problem, se la frena, i trader fermano il denaro o, meglio, lo dirottano su investimenti diversi dall’azionario.

  

 

Contemporaneamente, gli indici europei dal giorno del voto in Olanda hanno messo a segno un risultato positivo migliore – per la prima volta – di quelli americani, segno che nel Vecchio Continente c’è fiducia sul risultato dei prossimi turni elettorali, si immagina cioè una frenata dei cosiddetti partiti populisti. La storia ha una sua logica e una sua base di dati solida: Geert Wilders ha perso l’occasione tra i mulini a vento; Marine Le Pen ha un secondo turno davvero complicato. Il risultato di questo clima è tutto in questo grafico del Financial Times:

 

 

Anche in questo caso, occhio alle conclusioni affrettate. Facciamo un passaggio a Parigi, dolce e amara è la Francia.

 

Liberté! Egalité! Cabaret! Quella delle presidenziali, a un mese dal voto nel primo turno (23 aprile) è una partita ancora apertissima che promette ulteriori colpi di scena: ieri il ministro dell’Interno Bruno Le Roux si è dimesso perché scoperto – ci risiamo – nel giochino dell’assunzione dei figli come collaboratori parlamentari, mentre l’inchiesta su Fillon si sta facendo pesante, siamo alle accuse di vero e proprio falso per giustificare l’assunzione della moglie. Il governo socialista è un ectoplasma, l’immagine dell’establishment è quella di un pugile all’angolo del ring che prende colpi, sta ancora in piedi, sanguina e canta la marsigliese. Tragico e comico, nello stesso tempo. Macron sta in mezzo a questa storia, la sua prestazione nel primo dibattito televisivo dell’altro ieri è stata certamente sovrastimata dal (pre)giudizio favorevole della grande stampa, ma in realtà non c’è stato nessun colpo del ko nei confronti di Marine Le Pen il cui messaggio sulla direzione da dare allo stato francese – leggere la bella analisi di Martin Sandbu sul Financial Times e quella ancor più controvento e deliziosa di Giuliano Ferrara sul Foglio – resta intatto e senza un’alternativa che abbia l’aroma fragrante del nuovo inizio. In ogni caso, i sondaggi – per quello che possono valere – sono ancora tutti con il vento in poppa per Macron. In teoria, può solo vincere, ma la storia dimostra che il favorito spesso di questi tempi diventa un succulento arrosto a perdere.

 

L’anello debole, l’Italia. Sul taccuino del titolare di List alla voce anello debole del sistema c’è un solo candidato alla nitroglicerina: l’Italia. La profonda crisi del Partito democratico rischia di mandare il già fragile sistema politico italiano a carte quarantotto. Renzi o no, questo è il problema. Il sondaggio di Ipsos pubblicato ieri dal Corriere della Sera ha messo in luce il consolidamento del Movimento 5Stelle e un sorpasso che fa svettare le corna, à la Gassman.

 

 

C’è poco da ridere, perché la provetta italiana potrebbe esplodere, mettere Grillo al volante col record dei mercati europei potrebbe diventare un crollo con la musica dei Goblin, la sigla di Profondo Rosso. I segni ci sono tutti: un governo scollato e incollato dal suo leader naturale e innaturale (Renzi), una sinistra scissionista che stamattina sul Corriere della Sera annuncia – pezzo del sempre lesto e desto Francesco Verderami - di essere pronta a tendere la mano (ancora? non è bastato?) al Movimento 5Stelle: “Bersani contro le larghe intese antipopulisti: sono pronto al dialogo in diretta con Grillo”. Mentre sullo stesso giornale, giusto un titolo sotto quello di Bersani, Luigi Di Maio mette nero su bianco quello che è il vero obiettivo – il titolare di List lo ha fatto notare ieri – dei pentastellati: “Niente alleati, avremo il 40%”. E’ un quadro drammatico, è il corpo (politico) che sussulta, ha i tremori, è quasi in punto di morte.

 

Godot a destra. Dall’altra parte, sulla riva del fiume, in attesa di Godot, c’è una destra sciatta, divisa, un gruppo di partiti sovranisti (Lega e Fratelli d’Italia) che non inseguono l’obiettivo di governare il paese ma il sorpasso (ci risiamo) dell’antagonista interno, Silvio Berlusconi paradossalmente è ancora l’unico soggetto che potrebbe evitare il crollo della baracca (larghe intese), dare un senso (con tutti i limiti e le distorsioni del caso) a quest’avventura da armata Brancaleone. E’ un testacoda della storia: fatto fuori (anche) dalle élite europee (e dai suoi grandi errori) Berlusconi in questo scenario ha in mano i voti per non far deragliare il treno dell’Italia verso una sindrome spagnola, un epilogo che fa già sentire il clangore dell’acciaio accartocciato: il crash del terzo debito pubblico del mondo. Tutto questo avviene mentre a Roma nel fine settimana si celebreranno i 60 anni della firma dei Trattati che fondarono l’Unione e il presidente del consiglio Paolo Gentiloni sul Messaggero (caffè ar vetro) annuncia trionfante: “Da Roma la scossa all’Europa”. Sì, quella letale.

 

Giornali italiani. Lettura canonica, si comincia dal Corriere della Sera (primo caffè) che apre così: “Terrorismo, stretta sui voli”. La notizia c’è, ma a dire il vero è stata consumata dalla rete 24 ore fa. E alla fine resta una domanda che sarebbe potuta diventare un titolo almeno curioso, da leggere: “Come si fabbrica una bomba dentro un iPad?”. Repubblica fa la stessa apertura, ha una spalla di Stefano Bartezzaghi sul merito e l’università (lettura déjà vu), un pezzo di Francesco Merlo sui bus che si incendiano a Roma (mah), lo spiaggiato dibattito sull’Europa a due velocità (boh) e zero titoli di politica interna (gulp). La Stampa ha un’intervista al ministro Minniti sull’immigrazione che annuncia accordi con Berlino, di spalla tre interviste (Parolin, Camusso e Bersani ma senza la notizia sugli accordi con Grillo, che invece ha il Corriere della Sera) che non aggiungono granché alla chiacchiera italiana allo stato gassoso. Il Fatto quotidiano martella il Pd sul caso Minzolini, ampiamente sottovalutato nei suoi effetti sulla base degli elettori democratici. Ultimo caffè da sor Ginetto (“dottò, i tassisti so’ incazzati di nuovo”) e un appunto in rosso sul titolo più interessante tra quelli rotativizzati, vero segnale dello sbrego italiano (echi di Gianfranco Miglio), che è sul Gazzettino di Venezia e riguarda la distribuzione degli immigrati sul territorio italiano: “Arriva Minniti, gelo dei sindaci”. Catenaccio: “Solo in 56 su 575 a Treviso per l’incontro con il ministro”. E’ la foto della se-pa-ra-zio-ne. Il Nord è già da un’altra parte, le due velocità noi le abbiamo realizzate senza grandi e colti dibattiti di carta, è la secessione de facto, senza fatto istituzionale. Mancano 519 sindaci all’appello. In Veneto faranno un referendum sull’autonomia, sui tetti di molte abitazioni sventola la bandiera della Serenissima. Venetexit.

 

22 marzo. Nel 1457 Johannes Gutenberg stampa il primo libro: la Bibbia.

 

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