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Non esiste Europa che Berlino non voglia

Oggi ci sarà un incontro tra Draghi e Merkel, che chiede il taglio netto del quantitative easing. Perché? Perché alla Germania non conviene più

Non esiste Europa che Berlino non voglia

Angela Merkel (foto LaPresse)

 

Sant’Apollonia.

 

Il surplus di Berlino. Nuovo record assoluto del surplus commerciale tedesco. Secondo i dati pubblicati oggi da Destatis nel 2016 ha toccato quota 252,9 miliardi di euro, nel 2015 furono 244,3 miliardi di euro. La corsa della Germania nell’export è a razzo.

 

  

Il numero magico è il chiodo al quale gli altri paesi appendono il quadro della protesta contro la politica economica di Berlino (tutti, anche Renzi quando era presidente del Consiglio), con una novità: la Casa Bianca di Trump. Qualche giorno fa Peter Navarro, numero uno del National Trade Council, ha criticato duramente l’architettura della moneta unica, definendola un marco travestito da euro. Un marco che funziona molto bene, questo è il quadro del commercio di Berlino con il mondo:

 

 

Sono i numeri di un gigante che mi muove sullo scenario globale con la forza delle sue aziende, della sua classe dirigente mediamente più seria che nel resto d’Europa, della sua tradizione storica fatta di pragmatismo e filosofia, sono i numeri di un paese che ha saputo trasformare la sua economia e sfruttare le asimmetrie fiscali dell’Unione europea. Il punto è: si può continuare così? Come se non esistesse comunque un problema di primato tedesco che può essere virtuoso solo con la piena assunzione di tutte le responsabilità. E’ una questione prima di tutto politica. Con le elezioni alle porte in Olanda, Francia e Germania, questa è la peggior situazione immaginabile per l’unità dell’Eurozona, l’allargamento delle differenze tra la Nuova Lega Anseatica e i Paesi del Club. E’ una guerra vecchia e nuova. E quando c’è battaglia nel Vecchio Continente, sul teatro delle operazioni compare Mario Draghi. E’ lui che manovra la catapulta del denaro. Oggi ci sarà un incontro a Berlino tra la cancelliera Angela Merkel e Draghi. Il presidente della Bce sta facendo tutti gli sforzi per scongiurare una crisi più politica che economica (oggi), ma il primo problema è proprio Berlino che chiede il taglio netto del quantitative easing. Perché? Secondo le statistiche, l’effetto cambio favorevole sarebbe svanito per i tedeschi. E quindi ecco rinascere l’idea dell’Europa a due velocità, cioè il ritorno alla condizione oggi più favorevole per la Germania. Gira e rigira, si torna sempre al punto di partenza. Ciò che conviene a Berlino viene fatto passare per il bene di tutti, ma non sempre le cose coincidono. Il vero centro del dibattito è questo, quel burlone di Schulz, a caccia di voti anti-Merkel, lo ha già ridotto a un frullato misto di nuovo anti-capitalismo e geopolitica da mercatino di quartiere: Achtung Amerikanen!

  

Brexit Go, Labour Ko. In questo scenario fragilissimo la Brexit di Theresa May ha avuto il via libera dal Parlamento inglese. L’accelerazione del processo di uscita è sotto gli occhi di tutti. Super maggioranza alla House of Commons e altro psicodramma nel Labour, altro figlio del socialismo europeo in crisi d’identità. Il partito di Corbyn si è spaccato e in Parlamento ci sono stati 52 voti ribelli a favore della Brexit. Milioni di elettori laburisti, dettaglio dimenticato dagli opinionisti di italica dimensione, hanno votato il 23 giugno del 2016 per il Leave. A sinistra, ma fuori dall’Unione.

 

L’Italia e la Nato. Mentre nel mondo succedono cose che dovrebbero suggerire una reazione urgente della politica, l’ordine del giorno della Camera offre uno spettacolo meraviglioso sulla lunare politica italiana: a Montecitorio oggi si discute in aula una proposta di legge popolare, rispolverata dal Movimento 5 stelle, che di fatto condurrebbe l’Italia fuori dalla Nato. Il destino si diverte sempre a giocare a dadi: mentre Trump chiede ai paesi europei più impegno nella Nato, il nostro paese ne discute in maniera talmente radicale da superare a destra e a sinistra le critiche fatte da Trump. La storia della nostra exit dalla Nato – a dir poco bizzarra nella sua formulazione – fu anticipata dal titolare di List sul Foglio, il 6 agosto del 2016:

 

 

Sembrava poco più di una burla. E invece quella legge di cui si discuteva con effetti psichedelici in Commissione Esteri a Montecitorio è arrivata all’esame dell’aula, il momento più solenne. L’agenda della contemporaneità è beffarda, perché la genesi della legge italiana ha una matrice anti-militarista, pacifista, che precede lo scenario attuale, ma arriva alla discussione generale con un puntuale cinismo storico, cioè mentre tra Stati Uniti e Europa attraversano un momento di incertezza e cambiamento. Come scritto dal titolare di List: “Superare Trump sull’Atlantico, scavalcare Boris Johnson in Europa, azzerare la storia di castristi e non allineati. Si va oltre l’utopia”. Sono paradossi della storia che prima o poi presenteranno il conto. Non può essere sempre tutto una barzelletta. E anche per ridere alla fine si paga il prezzo dello spettacolo. Tanti auguri.

 

9 febbraio. Nel 1801 Austria e Francia firmano il trattato di Luneville e la Toscana viene ceduta alla Francia. Poi è andata come sapete, abbiamo avuto il premier di Firenze.

 

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Commenti all'articolo

  • m.dimattia

    09 Febbraio 2017 - 13:01

    Dimenticavo. Al tavolo delle trattative una parte tenta di far passare il suo interesse per collettivo. E il cane ha morso l'uomo.

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  • m.dimattia

    09 Febbraio 2017 - 13:01

    Responsabilità? Quale? La Germania è forse il nostro guardiano? Allora forse si può mettere così: cara Germania, ti riconosciamo primazia. Tu sei papà e noi siamo figli prodighi. Quindi adesso noi veniamo a capo chino, tu scanni un agnello per uno, e finalmente si mangia. Diciamo il piano Marschall. Oppure, più seriamente, la Germania stimola i consumi interni per rispettare le regole sugli squilibri (quelle che loro ne violano 2 e noi 6). Ora io non so come si stimolano i consumi. Però conosco la termodinamica. Delle due l'una. O la Germania fa qualcosa per cui sostanzialmente ci regala soldi (e allora torniamo all'agnello Marschall), oppure (salvo magari qualche breve transitorio) nulla potrà giovarci. Sono affari nostri.

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  • carlo.trinchi

    09 Febbraio 2017 - 13:01

    Con i dati dati che cosa fareste se foste al posto della Germania? Quale è la posizione dei deboli e cosa vorrebbero e avrebbero da dare in cambio? Comunque vada o sia, se si entra in una comunità più grande e speranzosa chi più ha più comanda e decide. Cosa facemmo noi del nostro sud okkupato? Nulla, lo abbaimo sfruttato come mano d'opera e gli abbiamo fregato i capitali. Quindi ultimi a frignare sulla trazione a senso unico tedesco. Guardiamo i francesi, se vince la Le Pen sarà e continuerà ad essere la prova provata dell'atavica lotta di supremazia con la Germania. Solo odio e non unione. Il resto dell'Europa guarda, e chi ha i conti in ordine avrà giusto accesso, chi non li ha cercherà nel populismo la ragion d'essere per credere di sopravvivere. Gli aggiustamenti potrebbero esserci ma li capiremmo nel contesto della realtà che ci troviamo a vivere?

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  • mauro

    09 Febbraio 2017 - 12:12

    Non avevo più spazio per aggiungere, ma vale la pena di notarlo, che quel periodo di grazia del "miracolo economico" fu dovuto alle generazioni allevate nello spirito postrisorgimentale dell'obbligatoriamente vituperato fascismo. Al quale non è, almeno, attribuibile l'antifascistico ritorno a Franza o Spagna purchè se magna. La Spagna nel nostro caso tornata al suo iniziale epicentro asburgico, germanico, con la Merkel al posto di Carlo V. Che si ritirò in convento, cosa che la Merkel non mi sembra intenzionata a fare.

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