Trump ha riaperto il set di The Apprentice

La guerra civile americana continua al più alto livello dell’amministrazione. La Casa Bianca ha licenziato Sally Yates, ministro della Giustizia reggente e ultima superstite in carica dell’era Obama

Trump ha riaperto il set di The Apprentice

Donald Trump (foto LaPresse)

San Giovanni Bosco

 

You’re Fired. La guerra civile americana continua al più alto livello dell’amministrazione. La Casa Bianca ha licenziato Sally Yates, ministro della Giustizia reggente (il designato Jeff Sessions è in attesa di conferma dal Senato) e ultima superstite in carica dell’era Obama. La Yates aveva ordinato al Dipartimento di non difendere in tribunale l’ordine esecutivo del presidente Trump sull’immigrazione. Siamo al sottosopra e la logica conseguenza è stata che Trump ha riaperto il set di The Apprentice e comunicato alla Yates: “You’re fired”. Licenziata.

 

La carica dei cento. Sono i funzionari del Dipartimento di Stato che hanno scritto una lettera di dissenso nei confronti dell’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione. La reazione della Casa Bianca è stata netta: “Non sono d’accordo? Possono andare a casa”.

 

Come Reagan. La memoria corre verso la stagione alla Casa Bianca di Ronald Reagan, 1981. All’avvio della sua amministrazione il presidente repubblicano si trovò di fronte a uno sbarramento dei funzionari federali e in primavera arrivò uno sciopero dei controllori di volo che chiedevano un aumento dello stipendio. Lo sciopero secondo la legge era illegale. Reagan scrisse una lettera durissima minacciando il licenziamento. Non gli credettero. Risultato: furono mandati a casa oltre undicimila controllori di volo.

 

Il solito ban ban. Che cosa sta succedendo? L’executive order di Trump sull’immigrazione è solo il chiodo a cui appendere il quadro di una rivolta guidata dal partito democratico e dalla coalizione di forze che ha sostenuto Obama negli ultimi otto anni. Riepiloghiamo un paio di fatti, a beneficio di chi non vuole affittare il cervello alla ditta del conformismo idrofobo.

 

La lista. La lista dei sette paesi su cui Trump dispone nuove norme nel suo ordine esecutivo sull’immigrazione è una selezione fatta dall’amministrazione Obama in due fasi dell’applicazione del Terrorist Travel Prevention Act del 2015 (poi ampliato nel 2016).

 

I paesi. Sono Iraq, Yemen, Iran, Siria, Libia, Somalia e Sudan. Cinque sono stati falliti, l’Iran è un nemico storico degli Stati Uniti, l’Iraq è un alleato che non controlla il suo territorio. Per questo vengono inseriti – giustamente – in una lista di paesi sui cui c’è un’attenzione particolare, “concern”, preoccupazione. Sono fonti del terrorismo.

 

La firma di Obama. L'Act fu firmato da Obama il 18 dicembre del 2015 in quello che viene chiamato Omnibus Spending Bill. Obama pianta l'albero, Trump lo innaffia. L'albero è la lista, l'acqua è il provvedimento restrittivo di Trump sui 7 paesi che erano già all'attenzione delle agenzie di sicurezza e intelligence americane. E' da qui che si parte: dai confini e dalla mappa.

 

Il ban che ban non è. Non c’è nessun ban islamico. Sette paesi non sono la comunità islamica mondiale che è pari a 1,7 miliardi di persone. E’ un elementare concetto che pare non sia comprensibile dagli haters in servizio permanente effettivo.

 

Obama e l’Iraq. Ieri su List e oggi Giulia Pompili sempre sul Foglio è stato fatto riferimento alla revisione urgente nel 2011 delle norme di ingresso dei rifugiati dall’Iraq. Obama ordina un controllo più severo e secondo quanto raccontarono fonti federali a ABC News nel 2013, fermò per sei mesi il processo di accoglienza dei rifugiati dall'Iraq. Qui entra in campo una sottigliezza semantica, si dice infatti che Obama non lo fermò ma rallentò. Dicono che il processo non fu mai stoppato. Bene, allora deve esserci una spiegazione al titanio per illustrare il crollo verticale degli ingressi dall'Iraq nel 2011, ecco la sequenza, ognuno tragga le sue conclusioni: 18.251 nel 2010, 6.339 nel 2011, 16.369 nel 2012, 18.567 nel 2013, 20.337 nel 2014, 10.169 nel 2015 e 11.332 nel 2016. Un terzo rispetto al 2010, diecimila in meno rispetto al 2012, un terzo rispetto al 2013, quattordicimila in meno rispetto al 2014, circa quattromila in meno rispetto al 2015 e cinquemila in meno rispetto al 2016. Nel 2011 l'Iraq era improvvisamente diventato un luogo sicuro? Esistono diversi conteggi sui morti civili, i numeri sono discordanti, una cosa è certa: in Iraq la violenza non è mai finita. Questi sono i dati di Iraq Body Count, un'organizzazione che usa un metodo di stima prudenziale e porta la cifra dei morti civili per violenza a circa 190 mila dal 2003 a oggi:

Tra il 2009 e il 2012 il numero totale di decessi è costante e compreso tra i 5 mila e i 4 mila morti all'anno. Altre stime restituiscono uno scenario ancora più devastante che tiene conto delle morti indirette per le privazioni della guerra, l'assenza di infrastrutture, eventi legati al conflitto. In questo caso il numero di decessi arriva a oltre quattrocentomila. Il macabro conteggio conferma in ogni caso che lo scenario in Iraq non è mutato. Nonostante tutto questo, nel 2011 l'arrivo di rifugiati iracheni negli Stati Uniti cola a picco. Ma il processo è rallentano, non fermato, dicono. La campagna di Isis in Iraq fa decollare di nuovo il numero di morti dal 2013 a oggi ai livelli vicini al periodo dell'orrore del 2006-2007. Non a caso tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016 il Terrorism Act viene approvato in Parlamento e successivamente ampliato. Post verità? Questo dicono i documenti disponibili negli archivi dell’amministrazione americana. O i russi hanno hackerato anche quelli?

 

Trump, il Giappone e il boom economico. La banca centrale del Giappone prevede un periodo di boom economico legato all’era Trump. Negli Stati Uniti dicono che Wall Street sul lungo periodo non reggerà. Probabile, visto che alle lunghe fasi d’oro si alternano fasi di rallentamento e recessione dell’economia. Il problema non è quello degli alti e bassi della Borsa (che ha la sua importanza), ma la crescita americana. Ecco la media della crescita dell’economia degli Stati Uniti negli ultimi decenni: il pil americano negli anni 50 fu pari al 4.3 per cento, negli anni 60 toccò quota 4.5 per cento, negli anni 70  scese al 3.2 per cento, negli anni 80 fu sullo stesso livello, 3.1 per cento, negli anni 90 mantenne il passo al 3.2 per cento, poi il rallentamento e la recessione quando nel 2000-2016 è passato a una media dell’1.9 per cento. Il fenomeno di Trump parte anche da qui. Il boom della borsa americana se non si accompagna a una crescita dell’economia reale e dei posti di lavoro è una medaglia di scarso valore.

 

31 gennaio. Nel 1995 Bill Clinton autorizza un prestito di 20 miliardi di dollari al Messico.

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    31 Gennaio 2017 - 23:11

    "Probabile, visto che alle lunghe fasi d’oro si alternano fasi di rallentamento e recessione dell’economia". Già, è una delle due fondamentali leggi economiche, note come leggi di Bertoldo. Prima legge: dopo il brutto viene il bello; seconda legge: dopo il bello viene il brutto. Sono leggi infallibili e che rendono la previsione economica (e non solo) alla portata di tutti.

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  • Linorossi2199

    31 Gennaio 2017 - 15:03

    Se questi sono i dati c'è una bella ipocrisia politica,americana ed europea nello sdegnarsi così tanto. Anche l'Onu fa ridere quando parla di "illegalità" per il provvedimento di Trump,perchè non l'ha detto a proposito di Obama?

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  • carlo.trinchi

    31 Gennaio 2017 - 15:03

    Bisognerebbe che questo articolo arrivi alla stampa americana se non a Trump per pubblicarlo in quel paese. Sempre che la metodologia e i dati corrispondano al vero.

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  • Alessandra

    31 Gennaio 2017 - 13:01

    Grazie sechi , sempre di più

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