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La spia, il giornalista, i soldi, le prostitute. Gli ingredienti del fake report su Trump

Ma la domanda principale resta una: chi ha pagato per il dossier sul presidente eletto? In Italia intanto il caso del "cyber spionaggio" si sta già sgonfiando

La spia, il giornalista, i soldi, le prostitute. Gli ingredienti del fake report su Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

 

San Bernardo da Corleone.

 

Non verificato. Il giornalismo con Trump ha aperto nuove frontiere e la pubblicazione del dossier di 35 pagine dove si parla dei suoi legami con la Russia passerà alla storia come il superamento della notizia e l’ingresso nello spazio metafisico di quello che il Guardian ha battezzato con comicità involontaria “extraordinary but unverified documents”. Sì, siamo di fronte a un salto di qualità del giornalismo. Nel vuoto.

 

Il fabbricatore del dossier ha un nome e un cognome: Christopher Steele, ex spia di Sua Maestà la Regina. Non è decorato, non fa parte delle istituzioni del Regno Unito, non ha la biografia di James Bond, si arrangia facendo la spia in un’azienda che ha fondato, la Orbis Intelligence, insomma è la classica mezza barba finta che si guadagna la pagnotta con i ferri vecchi del mestiere, ma sul New York Times conquista subito l’upgrade di classe: “a respected former British spy”, cribbio. Respected. Uno che fa quel lavoro. E che lavoro. E che sceneggiatura. No, non ha indossato lo smoking da perfetto agente segreto, non era al volante dell’Aston Martin, con una sventola al suo fianco e il conto sempre aperto al casinò, proprio no. Mr. Steele è il grigiore delle fonti coperte, sette mesi fa ha cominciato a compilare i suoi bollettini su Trump, ha fatto cioè quella che viene definita una “opposition research”, collezionando fatti che il New York Times definisce “unsubstantiated accounts”, cioè quello che in una redazione di un quotidiano fino a poco tempo fa avremmo tutti definito così: “La storia non sta in piedi”. Nel caso di Trump si fa un’eccezione, tutto sta in piedi, si supera tranquillamente il dibattito sulle fake news e si entra nella zona esoterica del qui niente è vero, ma parliamone.

 

Bene, parliamone. Chi ha pagato la fabbricazione del dossier? Perché Mr. Steele sarà respected, ma una cosa è certa: non lavora gratis. Il gentleman per i suoi servizietti incassa come tutti il vile denaro, si fa pagare per spiare o fare qualcosa che abbia una parentela con quel mestiere. Parliamone, cari difensori della democrazia: chi ha pagato Mr. Steele? Si dice che il primo tentativo di far deragliare la campagna elettorale di Trump con la “oppo research” – quello che in Italia è il sempre verde dossieraggio – sia stato finanziato da un facoltoso repubblicano. Possibile? Sì, ma il nome? Copertissimo. Le indagini (parola grossa), vengono condotte da un giornalista, tal Glenn Simpson che dopo non aver cavato un ragno dal buco, tranne i ritagli di giornale del passato e le solite cose che si dicono sul Trump femminaro, ingaggia Mr. Steele. E qui si uniscono due figure che in queste storie non mancano mai: la spia e il giornalista. Il titolare di List sente alzarsi una voce dal loggione: mancano le prostitute! Tranquillo, arriveranno, il copione è un classico. Il reporter e lo spione si mettono al lavoro, nel frattempo i computer della direzione nazionale dei democratici è stata hackerata da Guccifer 2.0 (i lettori di List hanno letto questo nome molti mesi fa) e il committente del dossier su Trump è cambiato. Torna la domanda: chi paga? Non si sa. Il sempre informato New York Times stavolta non ha il numero di conto corrente, addirittura scrive che gli autori del documento non sono stati pagati, che hanno continuato a lavorare e inviare materiale a Fbi e servizi segreti britannici. Chiaro, come non pensarci prima, si battevano per la democrazia! Alice nel paese delle meraviglie in confronto è un manuale di cinismo. Chi ha pagato non si sa, forse non si saprà mai, ma quel report di 35 pagine finirà per divorare chi l’ha commissionato: le tracce del suo uso in campagna elettorale sono rimaste. Che storia è? Il titolare di List consiglia la lettura de L’agente segreto, Joseph Conrad, quando descrive il protagonista che aveva “quell’aria comune a coloro che vivono dei vizi, delle follie e delle paure più spregevoli del genere umano; quell’aria di nichilismo morale comune ai tenutari di bische e di case malfamate; agli investigatori privati e ai detective privati; ai venditori di alcolici e, mi verrebbe da aggiungere, ai venditori di cinture elettriche rinvigorenti e agli inventori di medicine miracolose”. Il libro è del 1907, ma Conrad scriveva per essere letto nel 2016.

 

La Russia? Chiedete a Rex. E’ Tillerson, ex capo di ExxonMobil, prossimo segretario di Stato americano. Durante la sua audizione parlamentare al Senato ha spiegato bene quella che sarà la linea realista della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato: duro confronto con la Russia di Putin, ma sulle sanzioni in futuro si vedrà. E’ il pragmatismo di un petroliere. Meglio una politica del tubo che un tubo di politica.

 

E gli spioni italiani? Tutto finito, come previsto ieri su List: è stata riscritta. L'arma di distrazione di massa è esplosa tra le mani dei fanciulli come una bombetta di carnevale. Le mail di Draghi, Renzi e Monti che ieri erano state lette, copiate e archiviate dalla Occhionero Spectre oggi sono immacolate e la pirateria contro lo Stato a breve passerà come un parcheggio in seconda fila, ma senza dirlo, perché fratello e sorella ormai mostri sono. La notizia che ieri apriva a tutta pagina i quotidiani, come lo scoppio di una cyber guerra, si è sgonfiata come un soufflè cotto sul fornello anemico. Il Corriere ha una una colonna di spalla, il Messaggero fa un taglio, Repubblica un titolo di taglio basso, La Stampa un francobollo di richiamo, Il Fatto Quotidiano la cita per parlare di Carrai, Libero fa un pezzo per ridicolizzare l’inchiesta e La Verità non se la fila proprio. La spy story ha fatto la fine delle cose all’italiana: è finita al tappeto, tra le risate, con un occhio nero.

 

Il passaporto e la Brexit. I lobbisti di Londra premono per avere un passaporto europeo per i bankers della City. Salto del canguro sulla Brexit.

 

Il deserto della sinistra francese. Guerra di numeri per le aperture della campagna presidenziale dei due rampolli della gauche: Macron ha totalizzato duemila presenze, Vall trecento. Tutto a Clermont-Ferrand. Che sfida appassionante. Sul Financial Times viene dipinta la rivalità tra i due, ma il problema è un altro: entrambi sono perdenti.

 

12 gennaio. Nel 1971 si consuma la vicenda de “I Sei di Harrisburg”: il reverendo Philip Berrigan e cinque altri vengono accusati di cospirazione: rapire Henry Kissinger e far saltare in aria le condotte del riscaldamento degli edifici federali a Washington.

 

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