Roberto Di Legami

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La spy story "Eye Pyramid" dimostra solo che lo stato italiano è un colabrodo informatico

Mario Sechi

Il capo della Polizia postale, dopo un colpo da super-poliziotto, viene rimosso per non aver avvisato i suoi superiori dell’indagine. Ed è solo uno dei tanti aspetti misteriosi sul caso delle mail dei "potenti" intercettate

 

Santa Onorata.

  

Spie all’italiana. Facciamo finta che tutto quello che c’è scritto stamattina sui quotidiani sia vero, esattamente com’è stato raccontato dalla polizia postale. A quel punto, la notizia non è più quella di due imperfetti sconosciuti che spiavano le conversazioni digitali di Renzi, Monti, Draghi e mezza Italia che più o meno conta (o fa finta di contare qualcosa), ma che lo Stato italiano è un colabrodo informatico. E’ tutto vero? Allora è in discussione l’operato dei capi dell’intelligence, della cyber sicurezza e della difesa. Se è tutto vero – e qui su List coltiviamo il dubbio che la Occhionero Spy Story abbia qualcosa di iperbolico e pasticciato – si moltiplicano le domande: il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, usava un account di posta ufficiale, dello Stato, oppure ne utilizzava uno privato per comunicare? Il premier scambiava messaggi importanti riguardanti l’attività politica e la sicurezza nazionale su un server privato o su uno gestito dalla struttura informatica dello Stato? Era sotto controllo anche il suo smartphone? E quale? Le stesse domande si possono fare per il senatore Mario Monti e per il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Le cronache lette finora non chiariscono niente di tutto questo e la comparsa delle sigle di ieri (P2) e di oggi (P4) non fa che alimentare la confusione dove invece servirebbe un po’ di chiarezza. I dubbi salgono se si pensa che il capo della polizia postale, Roberto Di Legami, è stato rimosso dall’incarico subito dopo la brillante operazione – stiamo alle cronache – che ha messo al tappeto la Spectre degli Occhionero. Non avrebbe avvisato i suoi superiori dell’indagine, cioè il capo della polizia, Franco Gabrielli, questa è la motivazione. Ma come? Di Legami fa un colpo da superpoliziotto della Rete e subito dopo viene defenestrato come un pusillanime? Svolge indagini di tale portata e non ha capito su cosa indaga? Gabrielli è persona capace e serissima, cosa sta succedendo? Più di qualcosa non torna: o siamo di fronte a un colossale buco nero della sicurezza dello Stato o tutta questa storia è da riscrivere. Tra le due ipotesi, è difficile capire quale sia la peggiore.

 

Giornali da Spy Story. E’ tutto un Occhionero tipografico. Primo caffè, Corriere della Sera: “L’archivio segreto delle spie”. Meglio di Le Carrè. Repubblica non si lascia sfuggire il colpo: “Così spiavano Draghi e Renzi”. Così come? La Stampa introduce elementi letterari: “Il giallo dei fratelli che spiavano l’Italia”. Carlino-Nazione-Giorno vanno in stereofonia: “Il mistero dei cyber spioni”. Il Messaggero avanza come un ragno: “Una rete spiava i segreti di Stato”. Il Manifesto fa un titolo senza calembour: “Cyberspionaggio sull’Italia che conta”. L’Unità trae le conclusioni: “Democrazia indifesa dai cyberspioni”. Bene, se è tutto vero, attendiamo dimissioni a raffica ai piani alti della sicurezza. Andrà così?

 

Spie, insalata russa e fake news. Il giornalismo ha toccato ground zero quando sui media americani è stato pubblicato il contenuto di un report di 35 pagine confezionato da un’ex spia britannica. Il dossier è pieno di errori e falsità. BuzzFeed lo pubblica lo stesso con questo avviso: si tratta di notizie non verificate e non verificabili. Occhio alla titolazione, siamo al sottosopra del giornalismo:

 

 

Il titolo è sul report che racconta i legami di Trump con la Russia. Il sommario dice che il report sul quale viene costruito quel titolo è una sòla. Complimenti vivissimi. E mi raccomando, tenere alto il dibattito sulle fake news.

 

11 gennaio. Nel 2002 gli Stati Uniti aprono il campo di prigionia nella base della Baia di Guantanamo. Obama voleva chiuderlo. E’ ancora aperto.

 

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