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Sulle relazioni tra banche e clienti si rischia la guerra civile

Cosa si fa con i nomi dei debitori delle banche venete? Cosa si fa con i nomi degli insolventi delle quattro banchette (Etruria e le sue sorelle) saltate alla fine del 2015? Come ci regoliamo? E’ un pozzo senza fine

Sulle relazioni tra banche e clienti si rischia la guerra civile

L’anno è nuovo, gli italiani sono quelli vecchi, i primi dieci giorni del 2017 sono quelli di un paese in stato confusionale, con la testa per aria, l’analfabetismo finanziario di andata e di ritorno e i soldi in banca senza sapere bene perché. Sulle prime pagine dei giornali tutto questo si vede benissimo, i titoli sono l’autobiografia della nazione, l’Italia, con il mascara che cola, i capelli disfatti, lo smalto scheggiato, il rossetto sbavato e quel sorriso da fattucchiera che sa di poterti conquistare con una bellezza stropicciata dal tempo e dal carattere forgiato nell’immobilismo di un Oblomov mediterraneo. Hanno scoperto i debitori delle banche, gli italiani. Si agitano soprattutto quelli che evadono in massa il fisco, ungono la pratica edilizia allo sportello, non pagano i contributi dei lavoratori domestici, hanno un Everest di multe arretrate, parcheggiano regolarmente in doppia fila, chiamano l’amico politico per raccomandare tutto il parentame in svariate e avariate occasioni della vita e, naturalmente, non pagano il mutuo dell’abitazione e pretendono di conservarne la proprietà. Quisquilie, direbbe Totò. Adesso, scusate, è scoccata l’ora dell’elenco dei Grandi Debitori del Monte dei Paschi di Siena e tutto il resto passa al piano interrato.

 

Su List il 29 dicembre scorso abbiamo pubblicato una tabella sulle prime cento esposizioni creditizie di Mps. Il titolare, in un momento d’illusione sulla reale capacità di discernimento della classe dirigente, auspicava perfino la pubblicità dei nomi dei clienti (insolventi, sia chiaro) della banca come principio di trasparenza. I numeri erano (sono) questi, tratti dalla pagina 170 del documento di registrazione dell’aumento di capitale (poi fallito) depositato in Consob il 28 novembre scorso:

 



 

E’ un’esposizione creditoria altamente concentrata. Un fattore di rischio per Mps (elencato nei documenti depositati in Consob) che poi è stata salvata (per ora) con i soldi dei contribuenti. E’ da questo punto delicato che il titolare partiva nel chiedere più trasparenza. Ma attenzione: tra quei primi 100 clienti (e il principio vale per tutti i correntisti di tutte le banche) non è detto che vi siano crediti deteriorati. Possono avere molti debiti, ma fatturato e margine di guadagno più che adeguato per far fronte agli impegni sottoscritti con la banca. Gli alti volumi, inoltre, di solito corrispondono alle dimensioni del business aziendale, agli investimenti di medio-lungo periodo. Il tema aperto è sugli insolventi, ma anche su questi ultimi ci sono differenze abissali. C’è chi è stato travolto dalla crisi e chi invece è un non pagatore seriale. Per gli italiani tutto questo è troppo complicato, dunque l’idea di sacrificare la privacy in nome di un dibattito sul nocciolo vero della questione (la qualità e quantità del credito erogato dalle banche e non pagato dai clienti in Italia) è già naufragata per manifesta inadeguatezza dei presunti partecipanti. Luigi Zingales sul Sole 24Ore continua a sostenere la bontà dell’idea di rendere noti i nomi, ma nonostante le buone intenzioni, il tenore del dibattito indica un crash landing, un atterraggio disastroso. Panem et circenses, siamo ai giochi del Colosseo: fuori i nomi! E anche i leoni dalle gabbie.

 

Il pubblico esulta, si frega le mani, i giornali sentono l’odore del sangue in edicola, senza capire che questa giostra portata all’estremo finirà per travolgere anche gli editori che hanno i conti appesi ai mutui bancari (solo due gruppi editoriali, secondo i dati di Mediobanca, nell’ultimo quinquennio hanno chiuso in utile: Cairo editore e l’Espresso, gli altri sono alla canna del gas), mentre il governo prigioniero del ciclo elettorale dice che si può fare e Antonio Patuelli, il presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, molla la presa su un principio che un banchiere dovrebbe difendere: la riservatezza sui conti dei clienti. In un clima simile, si apre la porta dell’inferno e non quella di un equilibrato dibattito sulla banca e il rapporto (incestuoso o virtuoso) con i clienti e il territorio. Il tono finora ascoltato è quello di un clangore metallico da bancarotta del paese, così anche la più nobile delle intenzioni si risolve in gazzarra e delazione. Tutti dentro. Un paio di domande, in ordine sparso: cosa si fa con i nomi dei debitori delle banche venete? Non penserete che ci sia solo il nome di Zonin in quella storia di cattivo credito? Quello era un meccanismo di collusione locale. E non era (è) il solo. Cosa si fa con i nomi degli insolventi delle quattro banchette (Etruria e le sue sorelle) saltate alla fine del 2015? Come ci regoliamo? E’ un pozzo senza fine. In Italia non è possibile guardarlo senza cascarvi dentro. L’operazione in un paese segnato dalla guerra elettorale, con i partiti in armi è ad alto rischio. Bisogna fare una legge. Immaginate che dibattito in un parlamento balcanizzato. Varcato il Rubicone, scoppia la guerra civile.

 

Rotativa & Caveau. Sui quotidiani la faccenda è presto impaginata. Primo caffè e titolo di taglio sul Corriere della Sera: “Liste pubbliche dei grandi debitori. Il governo apre”. Cosa apra ancora è tutto da vedere, ma perbacco, apre! Il Fatto Quotidiano legge la questione per il verso giusto: “Guerra per banche”. Catenaccio: “Per salvare se stessi, i banchieri dell’Abi rinfacciano i crac ai debitori”. Il Giornale è nel caveau di Siena: “Mps, tutti i nomi se la legge lo consentirà. Intanto mette il silenziatore ai dipendenti”. Caffè ar vetro e Il Messaggero: “Banche, il governo apre sulla lista dei grandi debitori”. La Verità ha già risolto tutto il mistero: “Banche: nomi e cifre dei grandi debitori”. Nel frattempo, in Veneto sta succedendo qualcosa, la rivelazione che il problema è leggermente più ampio del grande debitore. Titolo d’apertura del Gazzettino: “Popolari venete, ecco i risarcimenti”. Risarcimenti? Sì, ma rasoterra. Il Sole 24Ore mette il sigillo: “Veneto Banca e Vicenza: via libera ai mini-risarcimenti”. Mini. In una parola è racchiusa la cifra complessiva di un paese. Non siamo mai stati grandi, certamente ora siamo mini.

 

10 gennaio. Eccolo, il Rubicone. Nel 49 a.C. Giulio Cesare attraversa il Rubicone, il confine oltre il quale un generale romano non poteva portare le armi. Comincia la guerra civile.

 

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