Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

La fine dell'epoca della globalizzazione a guida americana

E' l'epoca della delusione dell’Occidente e del ritorno della Russia. Preludio a quella del protezionismo e del conflitto

La fine dell'epoca della globalizzazione a guida americana

Donald Trump (foto LaPresse)

Epifania del Signore.

 

Ciak, immigrazione. Volete vedere un film dalla trama incomprensibile? Bene, mettetevi comodi, tirate un bel respiro lungo, e seguite il titolare di List, il giro dei titoli di giornale è psischedelico. Primo caffè, Corriere della Sera: “Controlli in carcere su 373 a rischio terrorismo”. Primo numero sul taccuino: 373, siamo precisi oggi in via Solferino. La Stampa varia sul tema e lo aprendo sull’export di bravi ragazzi: “Dall’Italia 110 combattenti in Siria”. Secondo numero sul taccuino: 110, rispetto agli standard della stampa italiana siamo già in una tempesta di cifre. Andiamo avanti, caffè ar vetro e Il Messaggero sono un catalizzatore per la mente matematica: “Sei combattenti Isis in Italia”. Terzo numero sul taccuino: 6, è senza dubbio alcuno un diluvio da big data. Il Gazzettino, quotidiano di Venezia al centro del maelstrom sull’immigrazione, mette il sigillo: “Combattenti Isis, allarme in Italia”. E dato nel catenaccio: “Dossier al governo: nel nostro paese già sei guerriglieri. E nelle carceri sono 153 i detenuti ad alto rischio”. Quarto numero sul taccuino: 153, apoteosi della precisione. Tutto chiaro? Questa era la splendente parte della rassegna stampa dedicata alla Matematica. Non è finita, sorseggiate una tisana rilassante, andiamo avanti, comincia l’ora di Lettere. Avvenire fa un titolo sul genere Paolo Coehlo: “Jihad, prevenire si può”. La Verità ne impagina uno buono per un Tom Clancy d’annata: “Immigrati, il governo piazza una bomba in ogni Regione”. Con queste premesse, non bisogna farsi superare dal concorrente e il Giornale manda in tipografia una war story con sottofondo politico, lo scoppio delle ostilità: “Siamo in guerra. Ora l’ha capito anche la sinistra”. Tranquilli, non mettete i sacchi di sabbia vicino alla finestra (Lucio Dalla, L’anno che verrà), c’è tempo e si capisce dando una sfogliata all’Unità, in fase pedagogica, quasi manzoniana: “La via italiana alla convivenza”. Manca solo un genere, il thriller politico, arriva con il Resto del Carlino: “Migranti, governo isolato”. Unica scelta alternativa della giornata, Repubblica, che apre con un fotoreportage dalla battaglia di Mosul, Iraq. E’ sempre la stessa storia, ma le immagini in questo caso spiegano il presente meglio dei titoli che abbiamo letto. Buona giornata.

 

Italì. Un vocheur vi seppellirà. Prima di tornare a scrivere di cose serie, un momento di comicità. La Cgil sta conducendo una indignata e vibrante campagna contro i voucher, i buoni per il lavoro accessorio: sono da abolire! Sono uno strumento del padrone! In questo concerto di tromboni, un classico del racconto italiano, ecco il rumore dei piatti (rotti) e la comparsa delle torte in faccia: il sindacato pensionati della Cgil dell’Emilia Romagna (quello che ha il maggior numero dei tesserati) usa i voucher. Come si sono difesi i sindacalisti? Non avevamo alternative, altrimenti c’era il lavoro nero. Cribbio, che scoperta, compagni. Ecco perché i voucher non vanno aboliti ma riformati e tracciati. Vocabolario Treccani, etimologia di Ipocrita: “dal lat. tardo hypocrĭta, gr. ὑποκριτής 'attore', quindi 'simulatore'”. Commedia Italia.

  

Germania e Belgio, buchi antiterrorismo. Il Wall Street Journal ha un doppio scoop. In Germania le forze dell’ordine seguivano le mosse di Amri, l’autore della strage di Berlino, si sono riunite ben sette volte per discutere sul da farsi con quel profilo sempre più pericoloso e non hanno fatto niente perché avevano prove poco solide per incriminarlo. Il terrorismo non si combatte con la giustizia ordinaria. In Belgio la storia è ancora più tragica e mostra come gli agenti della sicurezza siano stati negligenti, inefficaci e irresponsabili. Ecco in questa ricostruzione grafica del WSJ come hanno brillantemente seguito i fratelli Abdeslam, autori delle stragi di Parigi e Bruxelles:

 

 

In Belgio il primo ministro è rimasto in carica. In Germania il ministro dell’Interno è ancora al suo posto. L’inamovibilità non è più da tempo un problema solo italiano.

  

Risolve tutto Mr. Wolf. Non è quello delle Iene di Quentin Tarantino (“Sono Mr. Wolf, risolvo problemi”), ma il Martin Wolf del Financial Times che sfodera un grande articolo sulla fine di un’epoca e fa l’analisi che non si è letta – purtroppo – sui giornali italiani: “L’era della globalizzazione soggetta a un ordine a guida americana sta finendo”.

  

  

Wolf racconta la marcia verso il disordine mondiale (quello che Henry Kissinger ha già fissato nel suo ultimo libro, World Order, con lo sgretolamento del sistema di relazioni internazionali costruito partendo da Westphalia) partendo dal primo Novecento e atterrando fino ai nostri giorni. E’ un viaggio pieno di botole verso il domani. Sul piano economico, Wolf individua due periodi: quello keynesiano finito con la grande inflazione degli anni Settanta; quello guidato dal libero mercato che comincia con Deng Xiaoping in Cina (1978), Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979) e Ronald Reagan (1980). Questo periodo finisce con uno schianto colossale: la crisi finanziaria ed economica del 2007-2008. Sul fronte geopolitico, la divisione è netta: c’è il periodo della Guerra Fredda e poi c’è un “dopo” che Wolf fa giungere a un esito tipico dei paradossi della Storia: la Guerra Fredda finì con la delusione dei sovietici e l’euforia dell’Occidente; il periodo successivo è finito con la delusione dell’Occidente e il ritorno della Russia. Il tono del commentatore del Financial Times riflette il suo punto di vista ed è condivisibile la sua preoccupazione per la fine di un’era e l’ingresso in una terra incognita. E’ una lettura che va accompagnata con la filosofia e la storia. 

  

  

Il titolare di List consiglia “Le note intorno alla definizione di cultura” di T.S. Eliot, un testo densissimo, scritto non a caso subito dopo la guerra, nel 1948, ricco di passaggi illuminanti sulla nazione, le classi e le élite, l’unità e la diversità, la religione e la politica, l’educazione e lo stato. Un gioiello. Per i maratoneti, c’è il Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, oltre mille pagine di immersione nei cicli della storia universale. Per i centometristi c’è William Shakespeare, Otello; scena V atto II: “È tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”.

 

Gli economisti, la Brexit e il meteo. Wolf è preoccupato, ha il tono grave del grande editorialista (lo è, va letto sempre) calato nella sua parte oracolare, ma per il Regno Unito le cose vanno molto bene e questo confuta (per ora) una parte non piccola delle cose che ha scritto sulla Brexit. La Bank of England ieri ha sotterrato gli economisti che prevedevano la catastrofe. Nel 2016 il Regno Unito è il paese che è cresciuto di più (+2.2%) tra quelli a economia avanzata, ha fatto meglio della Germania, degli Stati e del Giappone. Andrew Haldane, capo economista della Banca d’Inghilterra, ha definito la situazione come un “Michael Fish moment” per gli economisti. Che cosa vuole dire? Michael Fish è esperto di previsioni del tempo che nel 1987 assicurò ai sudditi di sua Maestà: “Nessun uragano in arrivo”. Arrivò puntualmente un uragano di enormi dimensioni. Ecco secondo Haldane sulla Brexit gli economisti hanno fatto la stessa figura. I dati dell’economia inglese sono definiti “sorprendenti”, la Cambridge University ha criticato le previsioni che furono fatte dal Tesoro sulla Brexit. Solo una s’è avverata: il crollo della Sterlina. Il Times ha intinto la penna nel cataclisma degli economisti. La Brexit può attendere, anche il diluvio. Per il peggio c’è sempre tempo, godetevi il meglio.

  

Tempi nuovi, vecchi nemici. Il ribaltone della storia l’amministrazione Obama non lo ha digerito benissimo. James Clapper, lo zar dell’intelligence americana, in un’audizione al Senato ha confermato la versione dei tentativi di intrusione degli hacker russi nella rete americana. Finora le prove esibite sono pari a zero. Attendiamo report più dettagliati. C’è da scommettere che ne arriverà uno nuovo prima dell’insediamento di Donald Trump. La battaglia delle spie? E’ in America. La Cia destesta l’Fbi, l’Fbi detesta la Cia.

 

Spie e letteratura. Se volete deliziarvi con queste rivalità, perdervi in un gioco di fumo e specchi tra Fbi, Cia e polizia anti-terrorismo, e soprattutto scoprire un maestro del racconto ad alta tensione e spy stories, allora Nelson DeMille fa al caso vostro. Il titolare di List lo scoprì nel 2003 grazie al traduttore Renato Pera: “Tieni d’occhio questo scrittore, sta per uscire un suo libro che ti piacerà”. Che libro? Nigth Fall, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo Notte Fatale. La storia comincia con l’esplosione in volo (un fatto reale) del volo TWA 800 al largo di Long Island il 17 luglio 1996. Non potrete fare a meno delle avventure di John Corey, poliziotto antiterrorismo di New York City.

  

  

6 gennaio. Un giorno da Volare. La Pan American nel 1942 è la prima compagnia aerea ad avere un volo commerciale che fa il giro del mondo. Nel 1926 dalla fusione di "Deutsche Aero Lloyd" (DAL) e "Junkers Luftverkehr" nasce la Lufthansa. Pan American non c’è più, Lufthansa fa grandi numeri (e scioperi). Alitalia? Chiunque la guidi (oggi è degli emiri di Etihad) ha sempre il solito problema: è senza carburante (soldi). 

  

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Gennaio 2017 - 01:01

    Kissinger, T.S. Eliot, Oswald Spengler, Martin Wolf del FT, Nelson DeMille , mi riportano alla mia vecchia, banale, destrutturante, idea: l’uomo ha sempre sgambettato in circolo. Sono, ci mancherebbe, cambiati gli attori, gli scenari, il peso e la concatenazione degli avvenimenti, i contesti, i modi di manifestarsi, raccontarle, tutto quello che volete, ma le pulsioni cardine, innate, della natura umana sono sempre le stesse e, obbligano a “sgambettare in circolo”. La globalizzazione, meglio la tendenza dell’uomo ad uniformare, con la religione, la cultura, l’arte, il commercio, c’è sempre stata. Si definiva con circonlocuzioni e lemmi diversi. Alessandro voleva “globalizzare” il modello macedone, Augusto quello romano, Maometto quello islamico. Attualmente “globalizzazione” è l’ulteriore tentativo di “uniformare” usando prevalentemente strumenti “economici". Intendiamoci: solo una semplice costatazione, non ha pretesa alcuna di minimizzare i pensieri e la cultura di nessuno.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    06 Gennaio 2017 - 17:05

    Un sospiro di sollievo per la buona notizia - titolo dell'articolo. La globalizzazione infatti investe più o meno ogni persona di tutta l'umanità vivente dato che consiste in tutto il cambiamento di vita in cui ci troviamo coinvolti inevitabilmente tutti: guai pertanto a chi si permettesse di poterla orientare o guidare: con quale superiore autorevolezza, con quali finalità obiettivamente prioritarie per il doveroso interesse di tutti, con quali mezzi moralmente e giuridicamente leciti? La globalizzazione - intanto inevitabile e praticamente ingovernabile - deve innanzitutto e soprattutto costringere ogni "identità" ad un radicale esame di coscienza della propria, per affrontare l'inevitabile confronto con tutte le altre. Ne deve nascere un confronto obiettivo e chiaro su scala globale tra concezioni antropologiche finora diverse e sussistenti anche dato l'isolamento in cui si sono tramandate, ma che al confronto con altre diverse ora evidenziano limiti ed incapacità ad armonizzarsi.

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