La fiera del Monte: la grottesca storia di Mps

Il dettaglio sul quale sorvolano i patrioti è che nessuno ha offerto un euro per comprare la banca, nonostante fosse esposta sullo scaffale del discount

La fiera del Monte: la grottesca storia di Mps

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Grottesco. Che cosa è? Treccani: “In genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare”. E’ la storia del Monte dei Paschi. Il movimento patriottico per la salvezza dell’invidiato gioiello finanziario di Siena è in grande fermento. Spezzeremo le reni alla Germania! Urlano. E metteremo al rogo Mario Draghi! Gridano. In attesa del nuovo anno (e del ritorno sulla terra dei Patriots in orbita, arriverà con la progressiva combustione dei miliardi iniettati dallo Stato nel Monte), il titolare di List fa una passeggiata nella realtà.

 

Il Monte e i compratori fantasma. Il dettaglio sul quale sorvolano i patrioti è che nessuno ha offerto un euro per comprare la banca, nonostante fosse esposta sullo scaffale del discount. Il Monte non ha mercato. Ci sono mai stati davvero dei compratori interessati seriamente a comprare Mps? Questo è un punto che meriterebbe un’indagine da parte della Consob. Il finanziere George Soros ha davvero mai manifestato interesse per Mps, come si diceva nei giorni del lancio del piano di ricapitalizzazione privato? Sarebbe interessante scoprirlo. Se c’era, chi rappresentava il fondo del Qatar nell’esame del dossier? Chi teneva i contatti con gli emiri? Il governo, il management del Monte o JPMorgan? Tutti e tre insieme? Non sono domande marginali, non una sola comunicazione ufficiale sul punto è stata fatta eppure siamo in pieno nel teatro delle notizie price sensitive. Un po’ di storia aiuta a rischiarire le idee ai patrioti. Seguite il titolare di List.

 

La fiera del Monte. Il 23 ottobre scorso Il Sole 24Ore titola: “Mps, spuntano Paulson e Soros”. Siamo alla vigilia dell’approvazione del nuovo piano industriale e toh! ecco la crème de la crème della finanza internazionale farsi sotto con impazienza. Wonderful, è la fiera del Monte. Dove sono finiti? Spariti. In compenso il titolo di Mps il 24 ottobre tocca il picco degli ultimi tre mesi a quota 35.46 (oggi è poco sopra i 15 e non sappiamo cosa accadrà quando il titolo sarà riammesso alla quotazione a Piazza Affari) e il tam tam sugli investitori pronti a staccare l’assegno continua. Due giorni dopo la fiammata in Borsa, la Prudential Regulation Authority della Bank of England fa una di quelle mosse che accendono la spia rossa del sommergibile e consigliano di allagare il tubo lancia siluri: chiede alle banche la loro esposizione presso Deutsche Bank e Monte dei Paschi. Nel frattempo, cresce la tensione sul referendum costituzionale, tutti i sondaggi sono negativi e il 27 novembre il Financial Times pubblica la lieta novella: otto banche rischiano di fallire. Niente male. La vendita ai privati del Monte continua, perdinci. Il 28 novembre la banca deposita in Consob il documento di registrazione per l’aumento di capitale. I numeri e i rischi dell’operazione sono squadernati, basta leggere per capire che si tratta di un’impresa disperata. Il 2 dicembre escono ancora notizie al titanio sull’arrivo degli anchor investors, i soci stabili, sul Corriere della Sera spuntano i nomi già evocati all’inizio della storia (Soros, Pimco, Paulson). Il 4 dicembre è il Renzi Day, sconfitta su tutto il fronte, arrivano le dimissioni del presidente del Consiglio. I telefoni squillano a vuoto (ma c’erano?), si tenta tout de suite la carta del prendiamo tempo e vediamo che succede. Siamo alla roulette. Perfetto, il 9 dicembre la Bce dice rien ne va plus, les jeux sont faits, se avete gli investitori l’affare si chiude subito. Dove sono i soci stabili? Sono mobilissimi, non li becca nessuno. Il 12 dicembre entra in carica il governo Gentiloni, il sessantaquattresimo della storia repubblicana, il terzo della diciassettesima legislatura, un record in Occidente: Angela Merkel, cancelliera della Germania dal 22 novembre del 2005, finora ha visto passare sette governi italiani. Ma andiamo avanti, sono dettagli, torniamo alla saga del Monte. Instabilità politica? No problem, la storia marcia su due binari, quello di un impossibile all-in privato sul forziere del Monte, un poker dove non si sa più chi sia seduto al tavolo e il salvataggio pubblico ormai alle porte. Il 19 dicembre si riunisce il consiglio dei ministri e presenta un piano di emergenza da venti miliardi per le banche. Il ministro dell’economia Padoan va in Parlamento a illustrare come fare più debito (venti miliardi, appunto) per salvare il caveau di Siena e delle altre banche. Ancora, il 21 dicembre viene depositato in Consob un secondo supplemento sulla ricapitalizzazione del Monte, dentro ci sono numeri che a ogni giro di pagina suonano come una campana a morto. Gong. Il governo ha già pronto il decreto per il salvataggio, calcola un impegno compreso in una ricapitalizzazione da 5 miliardi, ma dimentica che le condizioni di cassa del Monte stanno peggiorando, c’è un bank run in corso, una revisione dei crediti deteriorati che va a propulsione nucleare e il piano per lo smaltimento dei non performing loans si azzera e riscrive da capo se interviene lo Stato. Eccoci qui, a oggi: gli investitori privati sono spariti, il governo ha mascherato un bail-out con un bail-in, abbiamo inventato la categoria degli obbligazionisti subordinati a zero risk, la battaglia navale del credito all’italiana si è risolta con la terza banca del paese colpita, affondata e nazionalizzata, ma ora tutto è chiaro, finalmente sappiamo: è colpa della Germania.

Giornali italiani. Il risultato sull’impaginato è un capolavoro di surrealismo. L’invasione tedesca sparisce dalla prima pagina del Corriere della Sera e lascia il posto al felpato Gentiloni (“Gentiloni difende le riforme di Renzi. Le elezioni? Non sono una minaccia”) e al segretario del Pd che “spera di votare a giugno”. Boys, la città brucia, ve ne siete accorti? Il caffè ar vetro e il Messaggero riportano per un po’ sul fantasy della Foresta Nera per poi auto ribaltarsi sulla realtà italiana: “Mps, tensione governo-Bce. Frenata sul taglio dell’Irpef”. Il taglio dell’Irpef? Bisognerebbe leggere le linee guida del debito pubblico per il 2017 (a cui bisogna sommare gli impegni per salvare le banche) per capire che la prospettiva è quella, di dritto e di rovescio, di un inasprimento fiscale palese o occulto. Lo vedremo presto. Sulla Stampa compare un Gentiloni in versione Harry Potter: “Mps, Gentiloni bacchetta la Bce”. Bacchetta. Il maghetto. Abbiamo un sacco di cose da insegnare agli altri in materia finanziaria, noi italiani. Patriots. Hanno scoperto la Deutsche Bank e dicono: basta favoritismi! Dimenticano un dettaglio: la riduzione dei requisiti di capitale per DB vale per tutte le cosiddette “banche sistemiche” in seguito alla revisione da parte della Bce della metodologia di calcolo del secondo pilastro. E poi basta, scrive il Giornale, “Berlino fa la morale su Montepaschi e tace su Volkswagen”. Siamo arrivati alla canna del gas. Alt, su Repubblica c’è un pezzo di Massimo Giannini che merita una lettura attenta: “Mps, le risposte che mancano”.  E’ uno dei pochi che va oltre la scorza grattugiata e prova a spremere il limone del Monte, solleva dubbi sugli attori in campo (Tesoro, Bce, Consob, Renzi e gli advisor, il management della banca) e chiude con un dilemma che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan prima o poi dovrà sciogliere: “Quando e con chi ha parlato Morelli, tra i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar? Quali sono stati i suoi interlocutori nel fondo gestito da George Soros? E quali offerte concrete aveva in mano, quando il 7 dicembre il cda della banca ha chiesto alla Bce una proroga al 20 gennaio 2017, per il closing dell’operazione? È il minimo che si possa chiedere a un manager che ha un compenso fisso di 1,4 milioni, superiore a quello del suo pari grado di Bnp Paribas. Per gestire la peggiore delle grandi banche europee, guadagna più di quello che guida la migliore”. Il minimo da chiedere, il massimo da incassare.

 

30 dicembre. Nel 1968 Frank Sinatra incide My Way.

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