La fuga da Mps e le colpe dello stato

Il tema principale non è più come salvare la banca ma come tenerla fuori dalla fase elettorale e farla funzionare senza buttare i soldi dei contribuenti

La fuga da Mps e le colpe dello stato

Foto LaPresse

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Bank Run. Che cosa è? E’ il fenomeno che si verifica quando una massa di depositanti di una banca corre allo sportello per prelevare il proprio denaro. Quando accade, la banca fallisce. Dove è successo? Un po’ ovunque nella storia delle crisi finanziarie. Oggi succede in Italia, tutti giù dal Monte. Bank run è la parola chiave di questa storia italiana. Via via che la ricapitalizzazione del Monte dei Paschi si complicava (e politicizzava), venivano forniti al mercato frammenti di notizie sull’andamento dei depositi. La fuga dei correntisti nell’ultimo anno è stata esponenziale e l’indebolimento degli indici di liquidità una conseguenza della sfiducia. Per queste ragioni la Banca centrale europea ha alzato il prezzo della ricapitalizzazione (8.8 miliardi di euro), la banca è in grande pericolo. E non da oggi. Guardate questo grafico del Financial Times sul crollo dei depositi:

Il 23 giugno scorso la Bce invia una draft decision dove chiede alla banca una serie di contromisure per coprire il rischio, la volatilità dei depositi è in aumento, tanto che nel documento di registrazione dell’aumento di capitale depositato in Consob il 28 novembre scorso si legge:

“I volumi di raccolta diretta si sono attestati al 30 settembre 2016 a circa Euro 105 miliardi con una riduzione di Euro 13,8 miliardi rispetto ai valori di fine 2015 sulla quale ha inciso prevalentemente la dinamica commerciale. In particolare, tale flessione complessiva è riconducibile alla riduzione della raccolta commerciale per circa Euro 17,8 miliardi, parzialmente compensata dall’incremento dei pronti contro termine con controparti istituzionali pari a Euro 3,1 miliardi e altre forme di raccolta per Euro 0,8 miliardi. Tale riduzione si è concentrata principalmente nel 1° e nel 3° trimestre in coincidenza con le turbolenze dei mercati finanziari (in particolar modo del settore bancario), l’entrata in vigore della nuova normativa c.d. “bail-in” e la pubblicazione dell’esito non favorevole dell’esercizio di stress test effettuato dal Gruppo. Tali dinamiche commerciali si sono riflesse negativamente nel profilo di liquidità del Gruppo che ha caratterizzato i primi nove mesi del 2016”.

Il quadro è pessimo e quando il 13 dicembre scorso la Bce rigetta la richiesta di proroga per la ricapitalizzazione, il Monte è ancor più in difficoltà, al punto che nel supplemento di registrazione depositato in Consob il 21 dicembre viene introdotta una modifica che non passa inosservata:

Il Monte ha un saldo netto di liquidità positivo per soli quattro mesi. E’ una campana a morto. Il 26 dicembre un comunicato stampa di Mps pubblicato online alle 21:05 rivela un ulteriore peggioramento dello scenario registrato dalla Bce: “La posizione di liquidità della Banca ha subito un rapido deterioramento tra il 30 novembre 2016 e il 21 dicembre 2016, come evidenziato dal calo significativo della counterbalancing capacity (da EUR 14,6 miliardi a EUR 8,1 miliardi) e della liquidità netta a 1 mese (da EUR 12,1 miliardi, pari al 7,6% del totale delle attività, a EUR 7,7 miliardi, pari al 4,78% del totale delle attività)”. Finish.

Tutto chiaro? Il Tesoro fa trapelare il disappunto per le nuove richieste della Bce, ma in realtà dovrebbe chiedersi quanto il ritardo dell’intervento dello Stato (ancora una volta all’ultimo minuto, alla fine dell’anno, come per le quattro banchette fallite nel 2015 che ad oggi non hanno ancora trovato un compratore) abbia influenzato la fuga dallo sportello. Venti miliardi sono sufficienti, dice il Tesoro. Ottimo. Per cosa? Per salvare tutto il sistema bancario in difficoltà? Per rimettere in carreggiata il Monte dei Paschi? Per restituire fiducia al mercato? Per dare ai correntisti esistenti (e soprattutto futuri) una ragione per accendere un conto corrente con Mps? Il tema principale non è più come salvare la banca (si nazionalizza, punto) ma come tenerla fuori dalla fase elettorale (mission impossible) e farla funzionare senza buttare i soldi del contribuente in quella che per il momento è una gigantesca fornace.

 

Giornali italiani. Il tema si traduce in toni patriottici sulle prime pagine dei quotidiani. Quale patria difendano francamente non si capisce. Quella di chi non ha restituito miliardi su miliardi di euro di prestiti alla banca senese? Quella che faceva finta che il sistema bancario italiano fosse solido? Quella del management bancario superpagato a fronte di risultati di infimo livello? Quella dei costi dei servizi bancari più alti d’Europa? Quella degli obbligazionisti subordinati che sono diventati una categoria speciale, zero risk? Perdinci, l’importante è essere patrioti. Il primo caffè consumato con il Corriere della Sera conferma che qualcosa non va: “Fondi sufficienti per Mps”. Federico Fubini fa una ricostruzione dell’aumento di capitale della banca, il pezzo non aggiunge niente di nuovo, tranne un dettaglio che lampeggia come un bengala nella giungla vietnamita: mette sotto accusa Giuseppe Vegas (presidente della Consob) e Vincenzo La Via (direttore generale del Tesoro). Vegas non avrebbe vigilato sulle emissioni a rischio Lower Tier 2 in scadenza 2020, vendute agli sportelli mentre lui era già alla Consob; La Via invece viene tirato in ballo per lo scarso coordinamento tra il ministero, la banca e la Bce. Vista la tribuna dell’accusa e la dimensione del problema Mps, si attendono dimissioni o smentite. Succederà qualcosa? Niente, ma i bersagli sono stati illuminati. Repubblica ha un curioso retroscena sui patrioti in guerra contro la Francia: “Il no del premier a Unicredit come segnale alla Francia”. No a che cosa? All’approvazione di una norma fiscale che pare stesse molto a cuore al numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier. A Palazzo Chigi devono proprio avere le batterie scariche per immaginare che un simile giochino possa cambiare la partita in corso. Che partita? Questa, titolo d’apertura della Stampa: “Bolloré può paralizzare Mediaset”. Perbacco, in Europa c’è un tipo che compra azioni per paralizzare l’azienda di cui è secondo socio. Da dove arriva questa potente rivelazione destinata a far riscrivere tutte le regole del mercato? Dal ministro dell’Economia, Carlo Calenda. Andiamo oltre. Ci sono grandi dilemmi da risolvere, cribbio. Questo è l’ultimo che impagina l’Unità: “Che fine faranno i voucher”. Risposta: quella del governo (Renzi prima e Gentiloni dopo). Wait and see. Cose belle dal Mezzogiorno? Sul Mattino: “Sanità, Campania bocciata”.  Fermi tutti, la notizia del giorno arriva dal Nord Est, storia da cronaca vera, cambia il registro stilistico della giornata, succede a Padova: “I video con le orge del parroco etichettati con i nomi dei Papi”. Il catalogo religioso.

 

28 dicembre. Nel 418 Bonifacio I diventa Papa.

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