Cosa si muove alle spalle del governo Gentiloni

Non è arrivato il Renzi-bis e Mattarella ha puntato a un esecutivo con lo stemma Dc. Funzionerà? Dipende dall’obiettivo che si sono messi in testa i padri e i padrini del governo

Cosa si muove alle spalle del governo Gentiloni

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Beata Maria Vergine di Guadalupe

Che succede? Niente, si va avanti: il Renzi bis non è arrivato (e qui l’avevamo detto), si è giunti invece con liturgia da fu piazza del Gesù al governo con lo stemma della Balena Bianca, il concerto margheritoso tra Renzi-Franceschini-Mattarella che ha fatto spuntare dalla polvere del crash del referendum la sagoma di Paolo Gentiloni. Funzionerà? Dipende dall’obiettivo che si sono messi in testa i padri e i padrini del governo. Ecco il punto chiave: Renzi vuole che duri poco più del tempo del congresso del Pd; Franceschini accarezza un calendario lungo per cucinarsi a dovere Renzi nel partito; Grillo ha nella durata del governo la polizza assicurativa della vittoria elettorale; Salvini marca a uomo Grillo; Berlusconi prova a trarre vantaggio dal lungo e anche dal corto; Mattarella segretamente spera che si vada oltre la riforma elettorale; Gentiloni non sa se dura, ma farà di tutto per sopravvivere oltre ogni previsione meteo-politica. Così uniti alla meta, (quasi) tutti si sono consultati prima con il Presidente della Repubblica e ora con il presidente del Consiglio incaricato. Sì, ma Gentiloni regge? L’uomo ha una saltellante biografia. Il titolare di List (ricordando la formidabile prova di John McPhee in Tennis, Adelphi) ha provato a ricostruirne con modestia letteraria la trama tennistica ieri sul Foglio:

“Non uno, ma due. Paolo Gentiloni è un interessante doppio a tennis, va preso di dritto e di rovescio e non sai mai qual è il suo colpo migliore. Giocatore da terra battuta, da fondo campo è uno che predilige i lunghi scambi, felpato fino ad addormentare il gioco, poi fa partire delle palle tagliate e sibilanti che sembrano innocue, destinate ad andar fuori, e invece finiscono sempre sulla riga. Dentro. Sotto rete è estroso all’eccesso, fino a sbagliare i colpi più facili, rapito dal desiderio di dimostrare che le veroniche sa farle anche lui. Fuori”.

Che strategia di gioco ha scelto Gentiloni in questo momento? Palleggio sornione da fondo campo. Sta “ascoltando” i colpi degli avversari, ha invitato tutti a farsi un set di prova con lui, ha offerto una wild card (invito a giocare) anche a Grillo e a Salvini che hanno detto no, il primo perché punta al Grande Slam, il secondo perché non sa cosa sia. Risultato: le consultazioni gentiloniane sono una messa senza predica, sussurrata, tutta confessionale, un dimmi figliolo che serve per attutire, ammorbidire, lisciare, pettinare, sfrondare, accreditare, assicurare e infine trattare l’oggi e soprattutto il domani. Che bella, la Prima Repubblica.

I nomi. Girano liste sublimi che sono tutto un destino, uno sferruzzare, un intreccio, un uncinetto di storie in bozzolo, appese a un gesto del polso, il fato. E’ il rodeo dei ministeri, un classico del Far West di Palazzo. Il titolare di List ne ha una in tasca, prendetela per quello che è, un foglietto volante degli allibratori di Montecitorio destinato a confondersi tra i coriandoli, eccola:

Interni MINNITI

Esteri ALFANO

Economia PADOAN

Giustizia ORLANDO

Difesa PINOTTI

Infrastrutture e Trasporti DELRIO

Sviluppo Economico CALENDA

Istruzione ROSATO

Salute LORENZIN

Funzione Pubblica BRESSA

Rapporti con il Parlamento GUERINI

Lavoro BELLANOVA

Agricoltura ZANETTI

Beni culturali FRANCESCHINI

Famiglia GALLETTI

Ambiente REALACCI

E’ un elenco solubile come una zolletta di zucchero nel caffè, con due sole cose notevoli: Alfano conferma il suo talento poltronistico da Camera; non c’è Maria Elena Boschi. Domanda dal loggione: e Luca Lotti? Nomen omen, sta lottando, la soluzione dell’incastro è alla prima riga della lista, Minniti va al Viminale e libera il dominio dei servizi segreti per il braccio destro e sinistro di Renzi. In questo schema, Boschi esce, Lotti resta. Sarebbe una scelta equilibrata, ma siamo in un campo circondato dai fili dell’alta tensione. Altra domanda: che fine fa il bravo Martina che perde l’agricoltura in favore del Zanetti in quota Verdini? Secondo la logica (parola grossa) di questa lista il buon Maurizio va al partito dove si libera il posto di Guerini. E Maria Elena? La casella di capogruppo del Pd alla Camera si libera perché Rosato va all’istruzione. Andrà così? Non lo sappiamo, questo è un gioco a incastro che cambia ogni mezz’ora, l’unica cosa garantita è l’instabilità e il toto-ministri serve solo a far capire al lettore quanto sia difficile la situazione. Sintesi: Gentiloni ha un problema di “continuismo” renziano. Un po’ va bene, troppo fa danni, niente è impossibile. I nomi sono un fregio, il problema è dipingere il quadro politico più equilibrato. Perché tanta prudenza? Siamo già in campagna elettorale. Chi decide? L’ultima parola è del presidente Mattarella, sarà lui a dare il tocco finale alla lista.

Tutti al Monte. A Siena hanno un problema che brucia: la cassa. Il Monte dei Paschi ha riaperto la conversione delle obbligazioni retail in azioni e si attendono due mosse: 1. La decisione ufficiale del fondo del Qatar; 2. Il decreto del governo sulla nazionalizzazione della banca in caso di rinuncia degli emiri. Il titolo a Piazza Affari sale, lo spread è a 169 punti, il rendimento del Btp a dieci anni è del 2,1 per cento. Finché c’è Draghi c’è speranza. 

Cose dell’altro Amundi. Nel frattempo, un altro pezzo d’Italia se ne va e finisce in mano alla Francia. Unicredit ha venduto Pioneer, uno dei player migliori nel settore del risparmio gestito, a Amundi (controllata dal Credit Agricole) per la cifra di 3,54 miliardi di euro. Unicredit realizza una plusvalenza di di 2,2 miliardi dalla cessione, denaro che serve per migliorare gli indici di bilancio. Pezzo dopo pezzo, il sistema finanziario italiano sta passando di mano, Parigi fa shopping. En passant: hanno battuto le Poste, l’Italia.

Ah, la France. Napoleone non c’è da tempo, ma a Parigi continuano a pensare di essere nella grande Francia. Non si sono accorti fino all’elezione che Donald Trump era in corsa per la Casa Bianca e ora che hanno realizzato il fatto reagiscono così: Trump fa il protezionista? Reagiremo! Lo dice il ministro dell’industria Christophe Sirugue: “Se Trump adotta misure protezionistiche noi in Europa usiamo l’arma fiscale”. Quale Europa? La crisi è tutta qui, s’alza un ministro qualsiasi di Parigi e dichiara guerra all’America di Trump che intanto ha dalla sua tutta Wall Street e mille miliardi in più di capitalizzazione realizzata in un mese dalle aziende americane quotate in borsa. A tutto c’è rimedio, tranne al ridicolo.

12 dicembre. Nel 1865 viene fondata la Banca Popolare di Milano.

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    12 Dicembre 2016 - 14:02

    Una cosa è sicura, il governo reggerà per garantire le pensioni ai parlamentari poi andremo ad elezioni . Inutile baloccarsi in analisi politiche. Certo che il popolo non dimenticherà di essere stato preso in giro per mesi da un governo fantoccio per le pensioni ai parlamentari, e poi dicono che il populismo cresce!

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