Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Le tre formule rimaste sulla lavagna di Mattarella

Giornata cruciale per il Quirinale: governo di scopo (Padoan), governo del Presidente (Grasso), oppure governo della Balena Bianca (Franceschini)?

mattarella dimissioni renzi

Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Sant'Ambrogio.

 

Cosa succede? Il governo ha messo la fiducia sulla manovra, il Pd si riunisce per la solita “direzione di autocoscienza”, i giornali sono pieni di retroscena dai quale si evince un leggero caos che non porterà nulla di buono, sono (ri)comparse meravigliose formule istituzionali che hanno quel taglio da abito Facis, demodè, splendidi anacoluti si fanno largo sull’incolonnato quotidiano, è un fuoco d’artificio di invenzioni retoriche, difficile resistere alla sindrome del divano da Transatlantico. Il titolare di List apre il taccuino, fonte tripla A, con un suadente afrore di vecchia, intramontabile Balena Bianca. Renzi? “C’è una formula che dà il senso della situazione: il partito si stringe attorno al segretario… per strozzarlo meglio”. No, dai. “Sì, un coro che emana un potente narcotizzante”. Chi è il più temuto? “Lotti”. Perché? “Ha twittato sul 40 per cento. E’ lui l’anima nera”. Addirittura? “Certo, vuole spingere Matteo al voto”. Mi pare non abbia bisogno di spinte… “Ci pensa Sergio…”. Sergio chi? “Mattarella”. Ah, dunque? “Niente, è già frenato, anzi congelato”. Reagirà, deve andare al voto, altrimenti muore di logoramento. “Lei non ricorda bene quello che diceva Giulio…”. Giulio chi? “Andreotti!”. E che diceva? “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il taccuino è pieno di note, ma sembra non succedere niente, dopo il 4 dicembre il tempo ha improvvisamente rallentato. Formule rimaste finora sulla lavagna del Quirinale: governo di scopo (Padoan), governo del Presidente (Grasso), governo della Balena Bianca (Franceschini). Tre formule, un solo obiettivo: lo scoppio ritardato di Renzi.

 

Votare a febbraio? Impossibile. Primo: fa freddo. Secondo: guardare affluenza 2013, un disastro. Terzo: il sostegno al segretario del Pd si sta già sgretolando (occhio a Franceschini e al suo dialogo continuo con Mattarella). Quarto: serve una legge elettorale per il Senato, poche storie; Quinto: Massimo (D’Alema) sta manovrando dietro le quinte e “niente elezioni anticipate” e Renzi si becchi tutta la sofferenza; Sesto: vince Grillo (in ogni caso, ormai); Settimo: non rubare (il tempo) per il ritorno in grande stile di tutta la filosofia della Prima Repubblica, vedere alla voce legge elettorale proporzionale. Siamo ottimisti, si è toccato il fondo, ora è arrivato il momento di cominciare a scavare.

 

Giornali italiani. Un giardino delle delizie (dipinto di Hieronymus Bosch, 1480) da visitare con lo stupore di Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carrol, 1865). Primo caffè energetico e Corriere della Sera: “Inconcepibile il voto subito”. E’ l’altolà di Mattarella. Amen. Tutto compunto, imparruccato e accigliato Antonio Polito spiega e dispiega la fenomenologia dell’arditismo: “Da troppi anni dosi massicce di avventurismo vengono iniettate nel nostro sistema politico”. Perbacco, cose grosse da via Solferino, dove dovrebbe transitare l’intelligenza di quella borghesia che da anni se ne lava le mani e quel capitalismo in svendita (che ha lasciato al Corriere conti eccellenti, in effetti), sempre on the shelf, sullo scaffale del miglior offerente. Perché è chiaro che “l’arditismo” non va bene, meglio il soporifero nulla che funziona benissimo (vedremo tra poco come). Andiamo avanti. Che fa Repubblica. Work in progress. Mario Calabresi scrive un pezzo che ha indubbiamente il pregio della distanza, senza ruvidezze, dove si evoca “lo spirito dei tempi” e si pone un mattoncino finale su una casa che non c’è: “È il momento di fare un bel respiro e salvare l’Italia dalla tentazione dell’ordalia”. Ok, ma come la mettiamo con lo zeitgeist, lo spirito dei tempi? Perché quello esiste, non è una forza astratta, è la disarmante e rapida potenza dell’elettore che domenica ha ruggito. La Stampa trae le conseguenze: “Elezioni, Mattarella frena Renzi”. Il Giornale ha un’interpretazione che non va a dama: “Renzi tenta l’inciucio per comandare ancora”. Libero ha individuato quello che avanti il prossimo: “Grasso che cola” (da Pietro, presidente del Senato e candidato sempre a qualcosa che non arriva). La Verità dà una lettura da telaio: “La trama di Renzi per rimanere”.

 

Il caffè ar vetro conduce dritti al bar di Ginetto e al Messaggero: “Mattarella: no al voto subito”. L’editoriale di Massimo Teodori centra il punto: “Ma il big bang della sinistra decide la crisi”. Eccoci, signori e signori, siamo alla questione di fondo e sottofondo, di dritto e di rovescio: la sinistra. Questo pianeta che ha perso il treno della contemporaneità. E vedremo come tra qualche riga. In mezzo a questa battaglia, tra il clangore dell’acciaio e la polvere e le macerie fumanti, si erge il titolo dell’Osservatore Romano che ieri pomeriggio offriva una versione redux della faccenda: “Sempre più complesso il quadro politico in Italia”. Aprite il confessionale e quanti peccati. figliolo? Padre, volevo rifare il Pd e il Pd ha rifatto me.

 

What is left? Che cosa è la sinistra? In attesa di un altro congresso straordinario del Pd, utile per arrotolarsi sul dilemma, il titolare di List vi offre un pratico quadretto pubblicato dal Wsj che in sintesi è questo: a sinistra è crollato quasi tutto.

 



 

In Austria sinistra e verdi hanno vinto con la forza della disperazione le presidenziali, ma sono assediati; in Francia il Partito socialista è alla canna del gas, Hollande andrà a casa e a sinistra ci sono sette candidati per l’Eliseo; in Germania la Spd spera in Martin Schulz e staranno freschi, stretti tra il cingolato di Angela Merkel e il martello della Frauke Petry; in Spagna è finita com’è finita, il Psoe per due volte ha perso le elezioni, il segretario Sanchez è tornato a fare fotomodello e alla fine il partito si è arreso all’evidenza empirica di dover far nascere un altro governo Rajoy; in Grecia il Pasok è morto, sepolto dall’istinto rapace e dal malgoverno; nel Regno Unito il Labour è spiaggiato sulla scogliera di falesia di Dover, ha perso le elezioni, ha perso la Brexit, è andato a carte quarantotto in Scozia e ha un leader, Jeremy Corbyn, che sembra uscito da un tazebao degli anni Settanta; infine, c’è l’Italia, con Matteo Renzi che da rottamatore è diventato “premier congelato”. C’è altro? Sì, i democratici in America sono stati sepolti dalla Clinton e ora sono impegnati nell’eroico riconteggio dal quale otterranno un solo risultato: vincerà Trump per la seconda volta. E’ questo lo zeitgeist, lo spirito dei tempi del quale la sinistra planetaria ha perso la traccia nei radar. Quando non vedi più il traffico sullo schermo, alla fine vai a sbattere contro qualcosa: la realtà. Un luogo dove c’è un nuovo linguaggio, nuovi simboli, nuovi totem con pochissimi tabù. Populismo? Yes, ma o lo capisci o non lo eviti. Ti travolge. Seguire Trump.

 

Mamma ho preso l’aereo. Il mezzo è il messaggio diceva Marshall McLuhan e dobbiamo prenderlo sul serio perché ne abbiamo avuto la prova anche ieri sera. Il Tweeter in Chief (Donald Trump) ha inviato un messaggio.

Cancel order! L’assegno non è di quell’importo, ma la sostanza non cambia: Trump non vuole il nuovo Air Force One e spedisce un altro messaggio ai suoi elettori e ai democratici. Populismo? Ok, va bene, chiamatelo come volete, ma l’etichetta non risolve il problema: Trump funziona. E’ una rottura del linguaggio e della liturgia politica di impressionante forza e efficacia. Tutto quello che manca alla sinistra di qualche riga fa. Renzi l’aereo nuovo l’ha fatto decollare. E certo, siamo al populismo e al vaffa, in molti casi al ruttodromo, ma resta un punto sul quale riflettere: è strafinita l’era dello storytelling, l’elettore chiede azione. Ciak, si gira. E il film è a scansione accelerata delle immagini, va in onda sui social, non sui media tradizionali. Quanti partiti in Italia hanno una macchina digitale come quella del Movimento 5Stelle? Nessuno. Tanti auguri. E buon zeitgeist a tutti.

 

Stati Uniti- Giappone. Ieri il titolare di List segnalava la storica visita annunciata dal premier giapponese Shinzo Abe a Pearl Harbor, prima volta nella storia dal dopoguerra. Bene, un’altra testimonianza dell’asse creato fra l’America di Trump e il Giappone di Abe è arrivata: il numero uno di Soft Bank, Masayoshi Son, ha annunciato un investimento della banca giapponese negli Stati Uniti per la modica cifra di 50 miliardi di dollari e la creazione di 50 mila posti di lavoro. Masayoshi ha commentato: “Se non fosse stato eletto Trump, non l’avrei mai fatto”. Chiacchiere? Può darsi, ma fanno un certo effetto sui mercati. Il Dow Jones continua a macinare tutti i giorni record su record. Perché come segnala un affezionato lettore di List, alla fine “progress is more important than perfection”.

 

7 dicembre. Nel 1941 il Giappone sferra un micidiale attacco alla base navale di Pearl Harbor. La strategia dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto è letale: muoiono 2402 militari americani, la flotta navale del Pacifico è annientata.

 

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