Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Per un pugno di euro. Draghi, le banche italiane e il mercato

“Finché la Bce compra non ci sono problemi. E se piove, apriamo l’ombrello”. La concretezza di un trader al telefono è unica, poche parole, un paio di numeri, vendo e compro

Per un pugno di euro. Draghi, le banche italiane e il mercato

Sant'Andrea, Apostolo

 

Il futuro con i cigni. Che cosa ci sarà domani? Société Générale ha provato a leggerlo con i cigni. Il risultato della ricerca su cosa attende il mondo nei prossimi mesi è interessante: il rischio più grosso sembra essere quello del rialzo dei tassi di interesse. Agli italiani con il terzo debito pubblico del mondo dovrebbe suggerire qualche riflessione, possibilmente anche qualche reazione:

I tassi, i rendimenti dei titoli pubblici, il neo-isolazionismo, la politica che conduce all’incertezza. Sono temi che i lettori di List conoscono bene. Continuiamo il nostro viaggio nel lago dei cigni (diciannovesimo secolo, balletto, Čajkovskij) della contemporaneità.

 

Per un pugno di euro. “Finché la Bce compra non ci sono problemi. E se piove, apriamo l’ombrello”. La concretezza di un trader al telefono è unica, poche parole, un paio di numeri, vendo e compro. Totale della conversazione, quel paio di minuti che serve per sapere e per capire. London calling. Il panico non c’è. E allora piove? Non ancora e il problema meteo-politico non è il temporale ora, ma la tempesta domani. Sul taccuino del titolare di List c’è una voce del mercato. “Il problema dei titoli di stato lo risolve Draghi, quello delle banche no. Se nessuno si sfila da Mps, tutto procede. Se qualcuno fa zig zag e scende dal Monte, allora zompano anche le venete, le quattro banchette in vendita restano sullo scaffale e Unicredit avrà un percorso con le buche”. E il debito sovrano? “Ripeto, ci pensa Draghi. Guarda i rendimenti”. Ok, guardiamo:

Va bene, Draghi compra e comprerà, stiamo al calduccio sotto coperta. Ma la lite di ieri sull’austerità tra il governo italiano e il capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem? “Chi? L’olandese volante? Pensa alle sue elezioni politiche a marzo, interpreta la linea del rigore di Berlino, ma non ha capito niente: i tedeschi ora tifano Renzi. Visto Schauble? E non perché gli sia simpatico quello di Firenze, ma perché se vince il Sì sistema meglio i guai di Deutsche Bank”. E se vince il No? “Il Bomba va a casa, a Roma apparecchieranno qualcosa che somiglia a un governo tecnico e la Bce aumenterà intensità e raggio delle sue operazioni, no problem. L’ombrello di Francoforte è già aperto e lo resterà a lungo, fino alle presidenziali in Francia ad aprile-maggio e alle legislative in Germania in autunno”. I mercati tifano per il Sì? “Non tifano, fanno i conti. Potrebbe perfino essere conveniente, il No. Arriva un governo senza etichetta politica che fa una manovra per sistemare i buchi aperti da Renzi nel bilancio pubblico e si rimettono in piedi le banche italiane applicando criteri non clientelari”. E la legge elettorale? E Grillo? “Noi non ci occupiamo della democrazia, ma della Borsa”. Cosa c’è sul book degli ordini? “Vendi Europa, compra America”. E il Regno Unito? “Guarda i mutui”. Clic. Finisce qui. Il taccuino del titolare di List è pieno di appunti e note a margine.

Cominciamo dai mutui inglesi.  Eccoli, al di sopra delle aspettative:

Che vuol dire? Una sola cosa: gli inglesi fanno gli inglesi, sono isolani, e il take back control è un balsamo per la fiducia. Quando tutto sembrava tramare contro i sudditi di Sua Maestà, anche la caduta libera della Sterlina ha indossato il paracadute. Quelli della Brexit erano senza exit. Poi è arrivato Trump. Make Anglia Great Again? Calma, c’è un problema alla Royal Bank of Scotland (e non solo).

 

Stress test all’inglese. La Banca d’Inghilterra ha reso noti i risultati degli stress test sugli istituti di credito e Royal Bank of Scotland ha bisogno di capitale. Risultato: deve tagliare i costi e vendere asset per tornare entro i parametri.  Il titolo alla Borsa di Londra perde il 2 per cento.

 

Che fa The Donald? Il suo lavoro, il negoziatore. E’ volato con Mike Pence in Indiana, si è seduto al tavolo con i manager di Carrier (sì, quelli dei condizionatori) e li ha convinti a non spostare tutta la produzione in Messico. Salvi mille posti di lavoro (su 2.100 che dovevano prendere il volo) e messaggio del Tweeter in Chief:

Dopo Ford, anche Carrier fa retromarcia sui piani di delocalizzazione in Messico. Trump sta parlando alla working class americana, piaccia o no, ha una sua idea sull’economia e ha un alleato imbattibile al suo fianco, la storia. Che fanno i democratici? Ah, sono impegnati nell’epico riconteggio dei voti, quello che farà vincere Trump per la seconda volta. Dicevamo, la storia… eccola, nella forma concreta della produzione americana:

 

Trump e l’establishment. Steven Mnuchin, un ex di Goldman Sachs, va al Tesoro. Wilbur Ross, un investitore in settori come l’acciaio e il tessile, va al dipartimento del Commercio. Tom Price, presidente della commissione Bilancio della Camera, va al dipartimento della Sanità. Establishment. Lezione per i grillini che sognano il Vaffa-Trump: quella della Casa Bianca non è la giunta Raggi. Lezione per i destri italiani anti-banca, anti-euro, anti-dollaro, anti-complotto-pluto-giudaico-massonico: pigliateve ‘na pastiglia (Renato Casorone), a Washington sta arrivando gente che sa fare soldi con i soldi.

 

Benetton, una storia italiana. Alessandro lascia il consiglio d’amministrazione, la famiglia è divisa su tutto. Una sola cosa torna ormai regolarmente in un gruppo storico: le perdite. Dal 2012 i Benetton hanno accumulato una striscia rossa da 280 milioni di euro. Il denaro, le perdite, la famiglia. I Benetton furono tra i più grandi innovatori della moda. Sono rimasti indietro. E ora il loro destino di industriali è sul filo di lana.

30 novembre. Nel 1943 si tiene la Conferenza di Teheran, evento decisivo per la Seconda Guerra Mondiale. Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill e Josif Stalin trovano un accordo sull'invasione dell'Europa. Data: giugno 1944. Nome in codice: Operazione Overlord. E’ l’inizio della fine di Adolf Hitler.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi