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Renzi si dimette prima, anzi no dopo, forse mai

A meno sei giorni dal referendum la storia delle dimissioni di Matteo Renzi è un pezzo da manuale del pssst! politico

Renzi si dimette prima, anzi no dopo, forse mai

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

San Saturnino di Cartagine.

 

Meno sei. Big Data Day. C’è il referendum italiano in arrivo, ma ci sono anche altre cose da guardare con attenzione per capire la parabola dell’Europa. Oggi è un big data day: escono i numeri della produzione in Spagna, Francia, Svezia, Grecia, i dati sull’inflazione in Germania, il numero di mutui sottoscritti nel Regno Unito, l’indice di fiducia in Europa, e i dati sugli arrivi turistici in Turchia. Ogni numero è una storia, tutti insieme raccontano la disUnione Europea.

 

Meno sei. Renzi si dimette prima, anzi no dopo, forse mai. La storia delle dimissioni di Matteo Renzi è un pezzo da manuale del pssst! politico. Schema del giochino: esce una notizia, si saggia il terreno, si aggiusta il tiro, ne esce un’altra, la si smentisce e poi, improvvisamente, arriverà la realtà. Venerdì sera il drin! Al telefono annunciava le dimissioni di Renzi in anticipo sul referendum, poi si è capito che era un fatto più da neuro che da eurovisione e la versione è andata on air con un taglio reloaded così: vinco il referendum e mi dimetto. Per simmetria – e coerenza con la follia narrativa – a questo punto dovrebbe esserci anche una versione a specchio: se vince il No, resto. Il gioco del far sapere che, affinché si dica ciò, mostra una bertoldesca indecisione a tutto. Dimettersi se vince il Sì non sarebbe sbagliato dal punto di vista politico (trionfo, fine della missione del governo post-lettiano, defenestrazione di non pochi ministri senza neuroni attivi, regolamento di conti e via) ma è sbagliato annunciarlo quando ormai si è alla vigilia del voto, sa di escamotage. Vinci, ti dimetti. Zero parole, molti tituli. Invece si lanciano messaggi dentro una bottiglia rotta. Dettagli? Sì, come il mascara che cola sul viso di una signora. Lo vedono tutti.

 

Meno sei. Il Tesoro ferma l’asta. Qualche giorno fa, nel cammin del bosco, il Tesoro ha depositato il seguente comunicato: “Il MEF comunica che, in considerazione dell’ampia disponibilità di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento, le aste di titoli a medio-lungo termine previste per il giorno 13 dicembre 2016 non avranno luogo”. Che qualche giorno prima – il 4 dicembre – in Italia si tenga un referendum costituzionale con la miccia accesa dei mercati è anche questo un dettaglio. Al Tesoro hanno aperto l’ombrello. Pioverà?

 

Meno sei. Cercasi fiducia. E’ tutta una questione di fiducia. Come sono i dati dell’Italia rispetto a quelli degli altri paesi europei? Ecco il grafico pubblicato oggi dall’Unione europea:

Storia lunga, quella dell’Italia, sembra Grandi Speranze, di Charles Dickens, sublime romanzo di formazione dove Philip Pirrip, il piccolo “Pip”, nasce orfano, poverissimo e le prova tutte per diventare gentiluomo finché… leggete il libro.

Meno sei. Mercati. La Borsa di Milano rimbalza, Monte dei Paschi recupera (ha perso oltre l’80 per cento del suo valore in un anno, ha parecchia strada da fare) e Generali ha convertito il bond, il petrolio va giù, il future del Dow Jones supera quota 19.100, l’Unione europea continua a fare i conti con il debito della Grecia, l’indice di fiducia nell’Eurozona è andato giù in novembre mentre quello del Regno Unito è tornato ai livelli pre-Brexit. Ci vorrebbe la penna di Musil per descrivere una giornata che al titolare di List fa venire in mente l’incipit de L’uomo senza qualità:

 

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.

La Cina, il rating e Orwell. La Cina continua il suo esperimento orwelliano e si prepara ad assegnare un rating alle persone fisiche. Il titolare di List prova a immaginare l’applicazione in Italia: gente che indossa la spilla con il rating più alto durante i cocktail in terrazza: “E tu che di che rating sei?”. E gente che assapora il momento del godimento: il downgrade del vicino.

 

Come sarà il 2017? Chiedete a Goldman Sachs (ma non credeteci troppo).

 

Trumpland. A volte ritornano: il generale Petraeus. Il soldato che cambiò la strategia delle campagne militari in Afghanistan e in Iraq si è incontrato con Trump. E’ il lizza per il posto più ambito dell’amministrazione, la Segreteria di Stato. Sarà lui l’interprete della politica estera di The Donald? Non si sa, Trump dopo l’incontro è entrato (non ne è mai uscito) in fase Tweeter in Chief:

La poltrona del Dipartimento di Stato (non proprio comoda, visti i risultati di Clinton e Kerry) è l’oggetto del desiderio di Rudy Giuliani e di quel Mitt Romney che sta irritando la base repubblicana. Quanto? Parecchio, ma occhio alle mosse della bionda signora.

Kellyanne, the power. Sulla nomina al Dipartimento di Stato è in corso una lotta durissima, con un protagonista su tutti: il fascino e l’influenza di Kellyanne Conway (la bionda), l’unica persona insieme al sulfureo Steve Bannon (leggere alla voce Darth Vader) che è capace di tenere testa al grande capo imbizzarrito e criticarlo in pubblico.

La Conway sorride sempre, è calma, ma ha un lanciafiamme nascosto negli occhi. Ha bocciato Romney in tv, Trump lo promuoverà lasciando a casa Rudy Giuliani, l’eroico combattente della campagna presidenziale? O farà la mossa del cavallo e sceglierà un terzo come David Petraeus? Calma, The Donald ha anche un quarto asso nella manica: Bob Corker, senatore repubblicano del Tennessee, presidente della Commissione esteri del Senato. Giochiamo a poker, manca la quinta carta. Nel frattempo, Trump ha fatto un’altra scelta: alla Sanità andrà Tom Price, congressman della Georgia. Segni particolari: non gli piace l’Obamacare. Ha tutti i requisiti per occupare quel posto.

29 novembre. America, nel 1864 un gruppo di soldati del Colorado guidato colonnello John Chivington compie una strage di indiani inermi che passerà alla storia come il Massacro di Sand Creek. Fabrizio De Andrè comporrà una delle canzoni più belle della storia musicale italiana intitolata Fiume Sand Creek.

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