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Cosa dicono i dati Istat sulla fiducia a pochi giorni dal referendum

La parola chiave è “incertezza”. Il dato sulle aspettative economiche è in calo da mesi e il saldo si attesta sul valore più basso registrato da marzo 2014, peggiorano anche le aspettative nelle imprese in tutti i settori, tranne che nel commercio.

Cosa dicono i dati Istat sulla fiducia a pochi giorni dal referendum

Matteo Renzi a Bologna (foto LaPresse)

San Giacomo della Marca.

 

Meno sette. Come vanno le cose? Manca una settimana voto sul referendum costituzionale e le cose vanno come devono andare: grande confusione e circolazione di strane idee da salto nel vuoto senza paracadute. Cominciamo con i dati sulla fiducia delle imprese e dei consumatori, croccanti, appena sfornati dall’Istat alle 10 in punto:

La parola chiave è “incertezza”. Il dato sulle aspettative economiche è in calo da mesi e il saldo si attesta sul valore più basso registrato da marzo 2014 (passa da -19 a -20), peggiorano anche le aspettative nelle imprese in tutti i settori (manifattura, costruzioni e servizi di mercato), tranne che nel commercio. Sono piccoli numeri, dettagli nei quali si nasconde un’inquietudine di fondo sul domani, una lama sottile che taglia qua e là le funi alle quali è appeso il Ponte Italia. Che dire? Al titolare di List viene in mente una sulfurea battuta di Mark Twain: “Tutto ciò di cui abbiamo bisogno in questa vita sono ignoranza e fiducia; e il successo è assicurato”. Stiamo dando i numeri, in tutti i sensi.

 

Renzi che fa? I rumors sull’idea pazza. Drin! Telefonata di venerdì sera: “Renzi si dimette tra giovedì e venerdì”. Anticipa? Maddài. E per fare cosa? Far inabissare la borsa per vedere l’effetto che fa? Nel luna park referendario c’è anche questo, una voce incontrollabile che fa il giro dei taccuini e resta là perché sarebbe un fatto neurologico e non più giornalistico. E come si dimette? In frak, tutto vestito a festa e a mercati aperti? Aspetta la borsa di Milano, quella di Londra o Wall Street? Torniamo alle cose serie.

 

Borsa giù. Benvenuti a Piazza Affari, alle ore 11.30 l’indice è in fase zavorra bancaria (e non solo) con un bel rosso a quota – 1,38. I problemi sono quelli noti ai lettori di List: eccesso di npl (non performing loans, crediti deteriorati), eccesso di titoli di stato nei forzieri (365 miliardi secondo gli ultimi dati di Bankitalia), ricapitalizzazioni e fusioni tutte da fare e disfare, quattro banchette fallite e rimesse in piedi (Etruria e le sue sorelle) che non trovano un compratore, la galassia bancaria del Veneto inzuppata in laguna.

Cosa succede se vince il No? Difficile fare previsioni. Piena fase Nostradamus, quella imboccata dal Financial Times, che prevede uno scenario da incubo con 8 banche italiane che si spiaggiano dopo la bocciatura (forse) della riforma costituzionale. Lady Spread? Sta sopra i 187 punti, ha toccato 189, è in rampa di lancio.

 

Il piano B per Mps. Da oggi si possono convertire le obbligazioni subordinate di Monte dei Paschi in azioni. Tutti dicono di avere fiducia. Crediamoci, dai. E se va male? C’è un piano B? E chi sarebbe tanto pazzo da mettere i soldi fruscianti in una banca che cola a picco? Se va male la ricapitalizzazione c’è lo Stato. Una sola cosa è assodata: il Palio non corre rischi.

 

Closing condizionato. Una cosa è certa (e provata) dal titolare di List: chi in queste ore sta preparando documenti per il closing di compravendita di partecipazioni in aziende italiane sta inserendo nei contratti una serie di clausole di sospensione, differimento e revisione del contratto. Vince il Sì, tutto procede; vince il No, cambiano le regole del gioco. Meglio che a poker.

 

Lo scenario globale dell’Ocse. E’ uscito oggi il Global Outlook, interessante come sempre. Promosso il piano economico di Trump (“darà spinta all’economia”), per l’Italia c’è un riassunto dei noti problemi (“rinnovate turbolenze nell'area euro o un aggravamento dei problemi di bilancio delle banche potrebbe far risalire gli spread, aumentare i costi di finanziamento del debito e richiedere una stretta fiscale”), più protezionismo per tutti. Ecco un paio di grafici:

Quali sono i paesi più esposti all’ondata di misure restrittive? Occhio a questo grafico e cominciate a fare i conti sull’impatto per l’Italia:

Ultimo giro di giostra, il rialzo dei tassi sul debito sovrano. Si chiama effetto Trump. Ci interessa? E’ fondamentale. L’era dei tassi zero o negativi è finita e per l’Italia fu una manna piovuta dal cielo. Apprezzate la prima colonna, please:

E’ bello vivere in un paese dove tutto questo non fa parte del cosiddetto dibattito pubblico. Che fare? Niente, qui si scrive, il massimo possibile. Il titolare di List viene soccorso da un fulminante George Bernard Shaw: “Non sa nulla; e pensa di sapere tutto. Ciò indica chiaramente una propensione per la carriera politica”.

 

Che fa Trump? Il Tweeter in Chief. Jill Stein sta raccogliendo soldi per fare il riconteggio in tre Stati. E’ una missione impossibile alla quale si è associata anche Hillary Clinton. Trump non l’ha presa benissimo e ha cominciato a twittare cose giuste e anche sbagliate (“i milioni di votanti illegali” che ovviamente non esistono). Il risultato è che lui ha un travaso di bile temporaneo via social, mentre i democratici otterranno il brillante risultato definitivo di farlo vincere una seconda volta.

 

Controllare la Libia senza la Russia? Impossibile. Il generale Haftar, quel tipetto con i baffi e l’artiglieria facile che controlla mezza Libia, è a Mosca. E' arrivato domenica sera per una visita ufficiale. E’ la seconda visita di Haftar in Russia in un anno; l'ultima è stata a giugno. Quanto ci mancano i cremlinologi.

 

28 novembre. Nel 1994 la Norvegia con un referendum dice no all’accesso all’Unione europea. Ventidue anni dopo, l’Unione ha un altro problema: le uscite.

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