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Wall Street crede a Trump

La borsa di New York scommette sul suo piano di investimenti nelle infrastrutture, vede la riduzione delle tasse, il rialzo dell’inflazione, apre a un negoziato sul commercio mondiale.

Wall Street

Foto LaPresse

Sant’Alberto Magno.

Tesoro, non ti amo più. Cosa sta succedendo? Wall Street crede a Trump, scommette sul suo piano di investimenti nelle infrastrutture, vede la riduzione delle tasse, il rialzo dell’inflazione, apre a un negoziato sul commercio mondiale e al taglio con il machete degli eccessi regolatori su finanza e mercati. E’ un primo rally, un’impennata a cui ora seguirà una frenata, ma un ricamo lontano si vede, una parabola per il domani: l’indice Dow Jones è tornato al centro della scena, i titoli della old economy sono di nuovo il termometro dell’economia e il Nasdaq ipergonfiato dei fenomeni hi-tech, con molti utili e senza lavoro, se ne va in rosso. Tutto qui? Sarebbe già moltissimo, ma c’è anche altro all’orizzonte: ieri i mercati hanno cominciato a resettare l’era dei tassi negativi, dall’America all’Europa i rendimenti dei titoli del debito sovrano sono schizzati in alto e il prezzo è colato a picco. In Italia il Btp a dieci anni paga il 2.2 per cento e lo spread con il Bund sale a 180 punti. Il mercato globale dei titoli di Stato è sotto un treno. La Borsa anticipa il cambio di rotta dell'amministrazione Trump. Ma è un'inversione troppo veloce, rischiosa per chi emette debito senza robusta crescita e controllo della spesa pubblica, è l’identikit dell’Italia. E’ un dilemma per i banchieri centrali: Trump è un nuovo capitolo anche per loro. Che cosa farà Mario Draghi con il QE della Bce? E poi c’è la governance politica, che dà segni di isteria e scarso sangue freddo (leggere alla voce Juncker). Pronto, qual è il numero di telefono dell’Europa? Infine, l’Italia. Ogni volta che entra in scena il Big Game, Renzi sembra incerto (e lo è). C’è qualcuno a Palazzo Chigi? La Trumpnomics ha delle conseguenze che i partiti italiani non hanno capito: è la fine del loro status quo.

Rudy Giuliani Segretario di Stato? E’ il candidato favorito. L’ex sindaco di New York ieri è stato intervistato dal direttore del Wall Street Journal e ha mostrato di conoscere molto bene la materia. Giuliani ha anticipato che per Trump la distruzione dell’Isis in Medio Oriente è una priorità, ha tracciato le differenze con Al Qaeda, ha spiegato perché l’Iran è una potenza che sta costruendo un regno sciita in Medio Oriente attraverso una annessione de facto dell’Iraq, dato un assaggio di un nuovo approccio di hard e soft power con la Russia di Vladimir Putin, diventata improvvisamente potente grazie alla riluttanza di Obama a usare lo strumento militare, e poi un passaggio importante sulla Cina, il vero centro della campagna elettorale di Trump, il suo ruolo nel commercio e lo status doppio di “prima potenza e terzo mondo contemporaneamente”, i ricchi di Pechino e delle aree urbane e i milioni e milioni di poveri delle zone rurali. E la figura di The Donald? Giuliani ne anticipa il carattere, il futuro prossimo: “Non è un protezionista, è per il libero mercato, ma è un negoziatore”, un uomo d’impresa, quello che serve agli Stati Uniti “perché gli accordi devono essere convenienti per entrambe le parti”. Giuliani ricorda la strategia di Reagan quando era nella fase delle trattative: “Aveva un piano A, un piano B, un piano C e perfino un piano D”. Tutto molto interessante, una proiezione chiara di quello che sarà la prossima amministrazione americana. L’impressione del titolare di List durante la visione in diretta dell’intervista è la seguente: Trump è stato sottovalutato durante le elezioni e lo stanno sotto-stimando anche nella fase di costruzione della sua squadra. Trump non è né di destra né di sinistra, è Trump, non ideologico ma pragmatico.

Obama e il pragmatico Trump. Così la pensa Barack Obama. Il presidente americano uscente fa il portavoce per il presidente eletto entrante: “Trump rispetterà gli impegni con la Nato, sarà un presidente non ideologico ma pragmatico”. Vero. Tanto pragmatico da chiedersi: chi paga la difesa?

Le espulsioni di Trump e quelle di Obama. Donald Trump ha dichiarato di voler espellere dagli Stati Uniti 3 milioni di clandestini. Ooooh, ma vi rendete conto di chi è il razzista con l’acconciatura gialla tendenza arancione? Vuol fare il muro. E le deportazioni di massa. Un pericolo per il mondo. Obama no. Barack è buono, tollerante, un frate francescano che accoglie tutti. Ecco i numeri delle espulsioni durante la presidenza più politicamente corretta che si ricordi nella storia della Casa Bianca (e del giornalismo a una dimensione). Fonte Homeland Security: dal 2008 al 2014 sono state 2.786.865. Al conto finale di Obama manca il biennio 2015-2016. L’obiettivo di Trump è al di sotto dello standard democratico. Deve alzare l’asticella o rischia di essere candidato al Nobel per la pace. Ah, ma Trump vuol fare il muro! No, il muro è del 1994, ci sono le impronte digitali di Bill Clinton.

Giornali italiani. I quotidiani procedono in rigoroso disordine sparso. Il Corriere della Sera fa questo titolo d’apertura: “Più soldati per Milano”. I soldati. Per controllare una via di Milano? L’esercito. E carabinieri, polizia, vigili urbani che fanno? Dirigono il traffico e mettono contravvenzioni per divieto di sosta? Solo in Italia questo uso subnormale delle forze armate passa per essere una cosa normale. Repubblica è sul pezzo e centra il punto chiave dell’agenda: “Lo spread vola. Svolta della Ue: meno austerità”. La prima parte c’è, la seconda è per ora un desiderio, vedremo. La Stampa (di Torino) fa stranamente rotta in Lombardia: “Sicurezza a Milano. La svolta di Sala: chiederò l’esercito”. Carlino-Nazione-Giorno misurano la febbre della finanza: “Torna l’incubo spread”. Il Messaggero fa il link con il referendum: “Richiamo Ue sulla manovra. Referendum, sale lo spread”. Altro? Sì, un titolo di spalla sulla Gazzetta del Mezzogiorno che fotografa il ritardo stellare di un paese che non vuole crescere, il risultato di un referendum consultivo: “No di Manfredonia al deposito Energas”. Scontri tra titani italiani, cose che cambieranno il mondo? Ecco il titolo d’apertura del Mattino: “Appalti, duello Cantone-De Luca”. Sta cambiando il mondo, il treno della storia sferraglia sotto i nostri occhi, noi siamo questo. Arrivato al caffè ar vetro il signor Gino mi guarda: “Dotto’, ma ndo annamo?”. Da nessuna parte.

Come sta il centrodestra? Benissimo. Titolo d’apertura del Gazzettino: “Caso Padova, esplode il centrodestra”. E questi vorrebbero (ri)fare Trump.

Il Pulcin della Minerva. L’elefantino al centro di piazza della Minerva (dove c’è una delle chiese più belle di Roma) ha perso una zanna. Sulle spalle dell’elefantino (chiamato Pulcin, per le sue piccole dimensioni) il Bernini sistemò uno dei tredici obelischi più antichi di Roma. Frase ai piedi del basamento: “Chiunque qui vede i segni della Sapienza d'Egitto scolpiti sull'obelisco, sorretto dall'elefante, la più forte delle bestie, intenda questo come prova che è necessaria una mente robusta per sostenere una solida sapienza”. C’era una volta Roma.

15 novembre. Nel 1920 a Ginevra si tiene la prima assemblea generale della Società delle Nazioni.

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