Nel nome di ieri

Di Giuseppe Cristaldi, Besa, 181 pp., 15,90 euro

Nel nome di ieri

Il sorriso dai tremila denti bianchi di Claudia, aggirandosi tra i tavoli sghembi di una pizzeria di periferia, si soffermò sui manifesti degli avambracci di Sciffì che facevano capolino dalle maniche srotolate. Fu subito come se fossero coppia sin da prima di conoscersi. Non è il plot di una fiaba: niente re e regine sfarzose, né purtroppo il tradizionale lieto fine. Si tratta della storia di due giovani proprietari di un bene raro come il sentimento genuino, protagonisti del romanzo Nel nome di ieri di Giuseppe Cristaldi. Tutto accade sulla poco retta via che, in un Salento intriso di profumo di meridione sprigionato da nespoli e fichi d’india, collega Matino a Taviano. Proprio nel putiferio di curve i cui granuli s’azzuffano l’un l’altro senza preavviso, uno di quei giorni d’estate che ardono le viscere della terra, a causa di un impatto mortale si addormenta Claudia, portando con sé i sogni scalzi che a passi umili si avviavano verso il compimento.

   

Il suo Sciffì, però, convinto che sarebbe iniquo ridurre la favola che ancora sono a un misero groviglio di lamiere, inizia a frugare tra le tasche della memoria, così fonde da non poterle bucare, e trattiene, stretti in un pugno, i ricordi impolverati di farina e impastati con mani intrise di terriccio, di strazio che scalpita.

   

Ad aiutarlo a issare l’àncora dei ricordi convoca la maestra, il tabaccaio, il salumiere, la zia, il cugino: testimoni dell’esistenza genuina della sua amata con le orbite a festa come i balconi in piazza Duomo. Piccoli ma preziosi souvenir della memoria che si adagiano nei meandri dell’ippocampo di Sciffì, brillano, sobbalzano e colpiscono allo stomaco, tramutando come per magia il dolore in sentimento vivido che non soccombe ai drammi più iniqui. Tra i brandelli della Smart nera come la pece che gli aveva gettato negli occhi, dietro una di quelle curve improvvise sul rettilineo più o meno pacato della vita, sopravvivono lapilli di passione come le serate a fissarsi tra tovaglie scozzesi, la fatidica esecuzione in coppia di “ Cu’mme”  al karaoke, il sogno della pizzeria in cui impastare sogni e futuro. Anziché rinchiudersi nel suo dolore sordo, con un presente divenuto troppo presto passato che palpita nel petto, Sciffì prende così la rincorsa verso i ricordi e rompe il muro del tempo che scorre infrangendolo con il bisogno di assicurare un futuro all’immagine di colei che gli aveva donato un piano infinito su cui versare i suoi giorni, divenuti ormai aridi e vuoti. Che però riempie con la sete di giustizia affinché nessun altro venga privato del proprio futuro a causa di granuli di catrame che litigano fra loro e inciampano nei sogni, distruggendoli.

    

Una battaglia che porta avanti con la caparbietà tipica della gente del sud, sino a sfiorare anche l’anima dei contadini, sempre tanto legati alla sacralità della terra ma in tal caso difensori del valore inestimabile della vita.

  

Amalgamando dosi precise di dialetto salentino e termini aulici, con la sua penna aguzza Cristaldi stila la ricetta per eternare una semplice storia d’amore in un mondo agreste, madido di sudore e sacrificio, che rende poetico persino il sogno di riscatto. Con una scrittura palpitante di emozioni prive di retorica, conduce il lettore nel traffico del cuore di due innamorati sventurati, concedendo al protagonista anche una timida corrispondenza con la sua compianta Clà, raccolta in intime parentesi, tonde come la curva maledetta ma accoglienti come il loro amore. Ammaccato ma mai disintegrato, custodito in preziosi scrigni di ricordi che così non vengono condotti al macello ma sfiorano l’anima e fanno sperare in un futuro, seppur soltanto spirituale.

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