Lincoln nel Bardo

George Saunders
Feltrinelli, 347 pp., 18,50 euro

Perché non lo avevamo mai fatto prima?” si chiede Mr. Vollman, cinquantenne morto prima di poter consumare il matrimonio con la nuova giovane moglie. Lincoln nel Bardo è stato ampiamente recensito e ora che il suo autore ha vinto il Man Booker Prize chi non ne aveva ancora parlato si affretta a farlo. Perché non lo avevamo mai recensito prima?
Il contenuto della prima prova romanzesca di George Saunders è ormai noto: Willie, figlio undicenne del presidente Lincoln, muore. Il padre veglia straziato. Una folla di non morti, fantasmi bloccati nel Bardo purgatoriale, attendono l’anima del ragazzo. Nessuno di loro sa di essere defunto, tutti sono trattenuti da un rimpianto, un desiderio, un affare in sospeso. Storie individuali alla Spoon River, alcune strazianti. Il romanzo ha la forma di un discorso scenico: una sequenza di interventi in prima persona dei personaggi e brandelli di testimonianze storiografiche vere o inventate. Sperimentale ma assolutamente leggibile. Non lo avevamo recensito prima perché volevamo dare il contenuto per scontato e parlare del vero nucleo dell’opera. Lincoln nel Bardo è un inno alla letteratura, non nel senso in cui lo è ogni (raro) buon libro, ma in quanto romanzo sulla letteratura stessa.
I non morti attorniano il piccolo Willie per raccontargli la loro storia, parlare di sé, dei propri rancori e rimpianti. Esemplare il rapporto tra uno scienziato frustrato e un ex produttore di sottaceti: inseparabili, il primo parla solo della qualità disconosciuta del suo lavoro, il secondo dell’importanza della ditta fallita, parlano ma non si ascoltano. “Avevo udito la storia di Mr. Vollman migliaia di volte e avevo, temo, raccontato la mia almeno altrettante” ammette Roger Bevins, uno dei fantasmi protagonisti. Per restare nel limbo dei non morti, riconoscono le anime, “bisogna soffermarsi di continuo sul motivo principale per cui restiamo… bisogna andare costantemente in cerca di occasioni per raccontare la propria storia… E se non è permesso raccontarla bisogna averla in testa”.
La svolta arriva quando i tre fantasmi protagonisti, e poi tutti gli altri, per aiutare Willie, smettono di raccontare e raccontarsi la propria storia, entrano fisicamente in Lincoln padre e di conseguenza si compenetrano l’un l’altro, condividendo brandelli del dolore altrui e uscendo per un momento dalle proprie egoistiche e rancorose fissazioni. Solo così è possibile liberarsi dal carcere della non vita.
Quando Bevins e Vollman escono da Lincoln, per qualche istante restano inseriti l’uno nell’altro: “Eravamo ancora mescolati fra noi, nella mia testa affiorarono naturalmente tracce di Mr. Vollman e nella sua affiorarono naturalmente tracce di me… L’effetto ci lasciò basiti”. Il primo vede il volto della giovane moglie di Vollman (con cui l’uomo non era mai potuto giacere), l’altro desidera “l’odore del maschio” e si accorge della bellezza delle cose del mondo (Roger, omosessuale suicida, in punto di morte era stato invaso dalla bellezza del mondo, pentendosi troppo tardi del suo gesto). “Erano anni che conoscevo quell’uomo eppure non lo avevo mai conosciuto davvero” è la scoperta di entrambi; “Perché non lo avevamo mai fatto prima?” si domandano.
Non solo di fantasmi, amore filiale e perdite parla Lincoln nel Bardo, ma soprattutto della necessità di accogliere le storie e il punto di vista altrui per uscire dalla bolla egocentrica dei propri, per capire alla fine che “al cuore di ognuno c’era la sofferenza; la nostra inevitabile fine, le tante perdite che dovevamo subire nel cammino verso la fine”. In una parola, parla della letteratura.

 

LINCOLN NEL BARDO
George Saunders
Feltrinelli, 347 pp., 18,50 euro

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