La stanza di Therese

Francesco D’Isa
Tunué, 118 pp., 12 euro

La stanza di Therese

Per fortuna di Cristoforo Colombo la terra è rotonda; la caravella leggendaria non appena slegati gli ormeggi era già sulla via del ritorno. Ma un altro cammino può tentarsi, dritto, inflessibile, che sempre più si allontana e da cui non si ritorna, nessuno mai”. Già Bernanos aveva raccontato che si può compiere il più stupefacente e terribile viaggio senza fare un solo passo. E se il romanziere cattolico iniziava così la storia tragica della sua “Santa Brigida del nulla”, Francesco D’Isa, artista visivo, scrittore e filosofo, immagina invece la cella e il quaerere Deum d’una santa Teresa laica. Una camera d’albergo, un finto viaggio all’estero con cui diradare e spegnere mail e messaggi, un solo canale di comunicazione, le lettere alla sorella, dove si racconta la ricerca di questo unum necessarium, l’infinito: “Quello che per molti è un enigma matematico, per me è un’intossicazione – i veleni però sono medicine, se presi nelle giuste dosi”. Per il giovane Newman c’erano solo due autoevidenze, l’Io e Dio. Seguendo Therese in questa sua scalata, ci rendiamo conto di quanto tali poli risultino invece incerti, anche nel confine o nella distanza che corre tra loro. E che forse “la risposta a qualunque domanda è sia sì che no”, come intuirono Abelardo e Budda. E’ davvero una conquista artistica convincente quella di restituire la forza della ricerca spirituale sottraendola agli orpelli rituali o fideistici che ce la farebbero sottoscrivere o scartare a priori. E farci così riaccorgere con Rebora, mentre il rumore di fondo della vita quotidiana si smorza, che ogni atto rimanda a un segreto: “Quasi tutto quel che faccio si poggia su una visione del mondo, e questa, talvolta senza che nemmeno lo sappia, sottintende una metafisica. Se telefono a un’amica, se faccio un figlio, se mi trucco, se uccido una vecchia per rubarle i soldi… che lo voglia o no, ogni scelta è una risposta alla domanda. Eluderla è impossibile, ignorarla è da vigliacchi, sottintenderla troppo facile”. Una modernità che si esprime anche nel collage di immagini che costituisce parte integrante del percorso e fa del libro una vera graphic novel. Comprese le annotazioni della sorella, le sue diagnosi, reazioni stizzite, integrazioni, cui si è tentati di aggiungere le proprie sottolineature e rimandi. La nostra prima lettura si sovrappone così a quella della protagonista stessa che si rilegge commentata. Un gioco prospettico che contribuisce alla profonda ironia che percorre tutto il testo (“una lunga degenza è come un corso forzato di metafisica”) e ne costituisce un tratto fondamentale. Come già sapeva Chesterton, divertente non è l’opposto di serio, ma di non divertente: “Credevo in dio più dello stracchino, perché ci pensavo più spesso”. In questa rinarrazione contemporanea della parabola evangelica di Marta e Maria, solitudine e isolamento si rivelano ancora una volta termini simili, ma non coincidenti; questo perché “l’infinito insomma, somiglia più a una coordinata per trovare il finito che a un traguardo” e al pari di ogni vera ricerca metafisica, anche qui, con ironia, frustrazione e commozione, è proprio il finito che viene riconsegnato al lettore.

 
Scorrere una mano su un vetro, guardarsi allo specchio, svegliarsi al mattino, amare e odiare, i balbettii della comunicazione sono tutti strappati alla scontatezza, e si rivelano ancora una volta sfaccettature della segreta domanda: “Com’è essere un insetto, o un muro? Cerco quel che sono per il tavolo che sfioro con le dita: una mano, un’unghia, un ammasso di cellule, un solido, nulla. Mentre oscillo tra gioia e dolore, spinta da un desiderio inesauribile cui non voglio arrendermi, i sassi hanno già quel che cerco”.

 

La stanza di Thérèse
Francesco D’Isa
Tunué, 118 pp., 12 euro

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