Socrate 2896

Margherita D’Amico, Bompiani, 87 pp., 13 euro

Socrate 2896

A prima vista potrebbe essere scambiato per un libro per bambini, in realtà è un vero e proprio saggio teologico-scientifico nel quale attraverso il dialogo tra un toro maremmano “dalle corna sontuose” e una bambina di 7 anni, Margherita D’Amico, ancora una volta dà voce alla sua battaglia per i diritti degli animali. Socrate e Lucilla hanno la stessa età, sono cresciuti insieme ma lui non avrà la stessa sorte di Babe, il celebre maialino nato dalla penna di Dick King-Smith perché quella era davvero una favola con gli animali parlanti e il lieto fine mentre l’autrice racconta l’insensibilità e la durezza di una realtà in cui gli animali “parlano senza rumore” e muoiono con dignità. La sera prima di essere portato al macello, il toro si racconta e consegna a Lucilla un messaggio per l’intera umanità, un testamento spirituale che sembrerebbe giustificare l’importanza del nome scelto. “In realtà non ci sono nessi filosofici. Socrate è davvero esistito”, mi confida l’autrice, che nel corso di una delle sue indagini giornalistiche si è imbattuta in quel veterinario che nelle ultime pagine del libro ritrova la piccola bussola del “grande animale buono, un esemplare di rara intelligenza e personalità che tutti ricordavano con commozione”. A quel punto il lettore è schiacciato, il senso di colpa ha preso il sopravvento e torna in mente un brano di Susanna Tamaro quando descrive la morte di un albero “azzannato dalle tenaglie di un’escavatrice mentre schegge della sua vita cadevano come neve sulla testa delle formiche” trascinando via con sé il sonno, l’allegria e la spensieratezza di una bambina proprio come per la piccola Lucilla attonita di fronte alla miopia e alla estraneità del boia di fronte alle sue suppliche. Margherita D’Amico però non ha voluto scrivere una favola triste ma ha messo in scena un trattato-inchiesta nel quale servendosi delle voci degli animali ha posto l’accento sui “trattamenti” che questi sono costretti a subire per la riproduzione, per la produzione di alimenti derivati e per tutto quanto fa parte della filiera alimentare ancor più dell’orrore del macello. Nel finale si apre un quadro metaforico che vuole dare risalto alla fallibilità umana e l’autrice affida alla voce di Socrate che mai, ha perso il controllo di sé, delle parole apocalittiche che recitano: “Ho trovato la mia rotta e te la impresto, Dio è la morte, Dio è l’amore, l’amore è la morte… sono già nel tutto, Dio è in noi e noi… siamo in Dio”. Con questo spirito, l’autrice parla di sopraffazione, predestinazione, sofferenza, e ci consegna una meditazione su questo povero mondo “sospeso tra le azioni ed il loro significato”.

 

Socrate 2896
Margherita D’Amico
Bompiani, 87 pp., 13 euro

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi